La Voce del Longano

Negatività  Italiane

Home

 

Uscire dalla palude

di Santi Fugazzotto

 

Sul concetto di vittoria nel secolo passato un uomo politico sosteneva: “ La vittoria non è un tesoro da tenere chiuso in uno scrigno prezioso, ma è una conquista da rinnovare ogni giorno. La vittoria non è un punto d’arrivo, ma è un momento di partenza. La vittoria non è una comoda poltrona, nella quale ci si adagia durante le solenni commemorazioni, ma è un aculeo e uno sprone che ci deve spingere alle vette faticose. La vittoria è un patrimonio ricchissimo, dove è rigorosamente proibito di vivere di rendita. La vittoria bisogna ogni giorno rinnovarla, fortificarla, renderla più efficiente e più lucente, per consentire che il domani possa essere la pedana dalla quale si può balzare ad un avvenire migliore”.

 

Ecco che, ancora oggi, nonostante la vittoria del nuovo regime politico, è crisi profonda nella nostra tormentata terra. Tutto è fermo e nulla o quasi progredisce nello sviluppo della nostra economia. La convinzione è quella che la ripresa economica quando arriverà (e se arriverà), sarà inconsistente e sarà poco incisiva. In prospettiva dobbiamo affrontare il problema di un sistema che sembra di avere smesso di creare nuovi posti di lavoro. Sarà colpa della tecnologia, della concorrenza, delle migliori tecniche organizzative delle altre Nazioni, che operano nel nostro mercato Internazionale. La verità è quella che, nel nostro sistema italiano, lo sviluppo economico, appare assai meno capace a creare nuova occupazione. Dentro il vecchio regime, si erano creati tanti posti di lavoro nel pubblico e nel privato. Anche se poi, sono stati mantenuti in vita gravando in un modo o nell’altro a spese della collettività o delle casse dello Stato. Il nuovo che s'invoca, ogni giorno, comporta però che questa palude improduttiva sia gradualmente prosciugata.  Siamo di fronte ad un regime istituzionale che invece di creare nuovi posti di lavoro, si troverà costretto a licenziare. Il nuovo, invece, si potrà affermare positivamente, se si darà più forza al mercato, con regole più moderne e con una leale competizione dentro il mercato. Ma questo comporta che tutto diventi più asciutto, più secco, meno paludoso. Come si può uscire da questa situazione d’immobilismo? Evidentemente nel nuovo tutto non è chiaro. E’ chiaro, però, che la partita va giocata con molta cura e con molta onesta e amore per la propria terra. La prima cosa da fare, è quella di ridare un po’ di respiro al nostro sistema produttivo e dei consumi. Da qui l’idea che circola tra la gente, tra gli imprenditori, è quella di incominciare veramente ad abbassare i tassi d'interesse e di allentare un po’ la morsa delle tasse.

 

E probabilmente il rigore dovrà essere un po’ meno fiscale, al fine di non soffocare il cittadino sempre di più. Ecco che oltre al nuovo in politica, ci vuole soprattutto parecchio "nuovo" nella nostra economia, con imprenditori moderni, con aziende evolute e prodotti competitivi. Queste sono le vie che il nostro mercato dovrà seguire, se si vuole uscire dalla palude. La nostra terra è stata catapultata nell’abisso paludoso per decenni per colpa di una classe politica massimamente: clientelare, incapace e corrotta. Dove con la complicità dei tanti nostri uomini di cultura e di giornalismo spesso, si è agito con i sentimenti negativi dell’egoismo, della vanità e dell’ottusità. Spesso si è fatto il gioco dei potentati dominanti e di certe frange ombrose e oscure della Chiesa. Di quella Chiesa che spesso tradisce gli oppressi e si pone al servizio del potere politico di turno. E si tradisce quel Cristo umile che si è fatto crocifiggere per salvare l’umanità. Allora gridiamolo con convinzione se vogliamo uscire dalla palude, gli esibizionismi sterili e puerili, le faziosità politiche, le manipolazioni della verità, vanno totalmente rimosse dai sentimenti. Soprattutto vanno eliminate dai pensieri di coloro: che fanno cultura e giornalismo. Bisogna perseguire tali traguardi di pensiero, se veramente si vogliono realizzare i progetti utili e necessari per dare prestigio e benessere alla nostra Italia. Diversamente il tutto continuerà ad essere una commedia, che si continuerà a recitare soltanto in danno di tutti italiani e nulla di più.

 

 

 

Occorre demolire le diverse Caste

di Santi Fugazzotto

 

Lo sviluppo in Italia procede a tre velocità. Le “Caste” fanno crescere sempre di più i propri privilegi a velocità costante, mentre nell’Italia del Nord e nel Centro, la velocità è media. Fanalino di coda, quasi su tutto, è il Meridione che va a ritroso e si muove a rilento…

 

La precarietà del lavoro non offre nessun futuro ai giovani. Oggi, soprattutto nel meridione, la temporaneità del lavoro è collocabile tra le emergenze etiche e sociali, in grado di indebolire la stabilità della società e di comprometterne seriamente il suo futuro. L’insicurezza del lavoro non permette ai giovani di crearsi una famiglia, con la conseguenza che lo sviluppo autentico e completo della società è seriamente compromesso. La provvisorietà del lavoro frena nei giovani l'aspirazione che essi hanno per formarsi una famiglia. La denatalità è uno dei problemi dell'Italia (non si fanno figli perché si ha paura del futuro). In questa nostra epoca è sempre più difficile l’accesso al lavoro per le giovani generazioni: molti trovano occupazioni precarie e sottopagate. Sono anni che le riforme peggiorative del diritto del lavoro si ripercuotono su tutti gli aspetti della nostra esistenza, e non solo di quella di chi lavora: il peso si sente sulle pensioni, sul costo della vita, sulla possibilità di sostenere contemporaneamente l’affitto o il mutuo e le spese per gli studi dei propri figli, di curarsi adeguatamente e di ricevere una retribuzione se ci si ammala, e che fare poi se le malattie sono complesse, lunghe e costose? C’è precarietà del reddito, del lavoro, ma anche di qualsiasi progetto di futuro, come decidere di lasciare i genitori, intraprendere una vita adulta, metter su casa, avere dei figli! Anche chi ha un posto fisso, non sa più come arrivare a fine mese. E’ l’intero modello di società che si sta trasformando, proiettandoci in una specie di medioevo in cui non sono più garantiti né beni, né diritti, né un sapere comune. Oggi ognuno deve cavarsela come può, la cittadinanza rimane un concetto astratto, valido solo al momento del voto, mentre l’esercizio reale dei propri diritti è subordinato alle esigenze di chi offre lavoro, vende servizi, o anziché sviluppare la rete dei trasporti e pagare chi ci lavora, preferisce investire gli utili in bond e intascarne i profitti. Da anni le leggi subiscono trasformazioni in tutti i campi riducendo sempre più i diritti delle persone: i servizi, il sistema pensionistico, il diritto allo studio, alla salute, gli stessi diritti civili non sono più gli stessi di dieci o quindici anni fa. Ma le modifiche più rilevanti sono state fatte nel lavoro: diritto di sciopero limitato, precariato, salari al di sotto dell’inflazione “programmata” (vale a dire del costo reale della vita). Questo ha cambiato in peggio le condizioni di lavoro e di vita di milioni di uomini e di donne. La Legge 30 del 2003 (Legge Maroni o come molti volevano, Legge Biagi) doveva nelle intenzioni realizzare un sistema efficace e coerente di strumenti intesi a garantire trasparenza ed efficienza nel mercato del lavoro e a migliorare le capacità di inserimento professionale dei disoccupati e di quanti sono in cerca di una prima occupazione, con particolare riguardo alle donne e ai giovani. I risultati della legge sono stati ben altri: mai come in questi anni si è intensificato il numero di lavoratori precari, legati alle aziende da svariate e fantasiose tipologie contrattuali. Quelli che sulla carta si presentano come semplici "collaboratori", in realtà nascondono veri e propri lavori sottopagati e subordinati. Nei giovani ci sono le risorse migliori, ma il contesto è avverso. Non sono una generazione malata, ma è la cultura politica e sociale degli adulti che fa sì che i giovani siano sfiduciati. Il delicato momento vissuto dal Paese rende ancora più forte l'esigenza di punti di riferimento autorevoli che i nostri politici devono intraprendere affinché il diritto al lavoro stabile, sicuro e dignitoso potrebbe anzi, dovrebbe essere l’unica strada da perseguire. Per il futuro dei nostri giovani senza un lavoro stabile, sicuro e dignitoso diventa difficile e mera ipocrisia da parte delle nostre istituzioni politiche parlare di bene comune.

 

La elevata pressione fiscale frena lo sviluppo e l’occupazione. Su ciascun italiano grava un peso tributario annuo (fatto di sole tasse, imposte e tributi) pari a quasi 7.800 euro (precisamente 7.777 euro). In Germania la quota pro capite, ha raggiunto i 7.052 euro. Tra i principali paesi dell’area Euro solo la Francia sta peggio di noi. Ma si tratta di una situazione relativa, perchè i francesi versano una media di 8.053 euro di tasse allo Stato, ma sono ‘ricompensati’ con una spesa sociale pro capite pari a 10.494 euro. Sempre in termini di spesa sociale i tedeschi ricevono, invece, 8.972 euro pro capite l’anno, mentre a noi italiani tra spese per la sanità, l’istruzione e la protezione sociale si raggiungono appena i 7.749 euro: vale a dire circa 2.745 euro in meno della Francia e 1.223 euro in meno della Germania. Se la nostra attenzione, invece, si sofferma sul saldo, vale a dire sulla differenza pro capite tra quanto riceviamo in termini di spesa e quanto versiamo in termini di tasse, quella francese è positivo e pari a 2.441 euro. Anche il differenziale tedesco registra una valore positivo pari a 1.920 euro. Solo noi italiani segniamo un saldo negativo (ovvero, sono maggiori le tasse che versiamo di quanto ci viene restituito in termini di spesa) pari a 28 euro pro capite. Questo, a conti fatti, è il quadro della situazione, quando mettiamo a confronto quanto hanno pagato di tasse nel 2007 i cittadini di Italia, Francia e Germania e quanto gli viene ritornato in termini di spesa sociale. La situazione è fortemente sconfortante perchè dimostra ancora una volta come pur alla presenza di un peso tributario tanto elevato, in Italia non sono destinate risorse adeguate per la casa, per aiutare le famiglie indigenti, i giovani, i disabili e che vivono ai margini della società. E’ evidente a tutti che le tasse così elevate nel nostro Paese sono la conseguenza di una spesa pubblica eccessiva. Non c’ è giustizia ed equità nel continuare a pagare più degli altri avendo in cambio servizi più scadenti in qualità e quantità. Bisogna tagliare le intollerabili inefficienze della Pubblica amministrazione per ridurre le imposte e razionalizzare la spesa pubblica così come avviene in tutti gli altri Paesi europei.

 

La Casta politica promette e non mantiene! E’ vero che la politica ha un costo e i cittadini devono pagarlo, ma non c’è scritto da nessuna parte che dobbiamo subire dai nostri politici una rapina. Non gli basta a costoro guadagnare mediamente 255 mila euro lordi l’anno! E a noi sembra ormai ora di mandarli a casa visto che a rappresentarci in Parlamento ci sono 1000 persone. Ovvero quasi lo stesso numero dei Parlamentari cinesi che però rappresentano 1 miliardo e 400 milioni di cittadini. La Politica, oggi, è la maggiore industria del nostro paese per fatturato e per addetti. Un record tutto italiano che produce potere e benessere per chi la pratica ma da poco o nulla ai cittadini. Visto che siamo noi a pagare e visto che è da noi che dovrebbero dipendere, perchè non proviamo a mandarli a casa? In soli tre anni i costi di Montecitorio sono aumentati del 9,2% con un aggravio sulle casse pubbliche di 92 milioni di euro. Cosa deve accadere, perché gli italiani capiscano? Nel 2008, stando alle previsioni del bilancio triennale, queste spese che già hanno sfondato (prima volta) la quota di un miliardo di euro, cresceranno ancora fino a 1.032.670.000. per impennarsi ulteriormente nel 2009, fino alla cifra sbalorditiva di 1.073.755.000. In soli tre anni i costi di Montecitorio, dopo tutto il diluvio di belle parole spese per arginare l'irritazione popolare, saranno aumentati del 9,2%. Con un aggravio sulle pubbliche casse di 92 milioni di euro in più rispetto al 2006. Dall’altra parte l’allegra banda dei furbi e dei profittatori. Un ceto elettorale il nostro che spesso opera, a svantaggio di tutti i cittadini. Da noi, in Italia, i costi della politica salgono sempre di più. Ecco che oggi, senza se e senza ma, per risollevare veramente le sorti del nostro futuro e della nostra nazione per i danni causati dai nostri politici, vi è una sola strada da perseguire…

 

 

1

Sull'unione bancaria pesa il potere delle lobby

 

Banche da legare/4 Le nuove norme aprono la strada all'integrazione comunitaria ma non separano l'attività speculativa da quella commerciale. Chi pagherà i salvataggi?  Il 15 settembre 2008, con il fallimento di Lehman Brothers, scoppiava in tutta la sua virulenza la crisi finanziaria originatasi nel settore dei mutui ad alto rischio. A distanza di cinque anni, cosa è stato fatto in Europa dell'agenda di riforme proposte da chi aveva colto nel segno? L'Ue ha innanzitutto creato una serie di apparati regolatori dalle sigle suggestive ma dall'impatto scarsamente incisivo ( European System of Financial Supervision, European Systemic Risk Board, European Insurance and Occupational Pensions Authority, European Banking Authority ). Alla fine del 2013, tuttavia, un passo significativo è stato fatto con la messa in cantiere dell'unione bancaria. Essa si compone di tre pedine fondamentali: la ridefinizione di regole comuni prudenziali, volte a una applicazione consistente dell'accordo Basilea III; il trasferimento in capo alla Bce dei poteri di supervisione dei grandi gruppi bancari; infine, la creazione di un Meccanismo unico di risoluzione. L'ambito di applicazione dei nuovi strumenti è composta dall'area euro più i Paesi che intendano aderire. Dal punto di vista della Commissione, la ratio delle norme è duplice: da un lato evitare che la frammentazione normativa impedisca l'integrazione all'interno del mercato comune, dall'altro creare un meccanismo capace di intervenire in modo rapido, identificando ed eventualmente ponendo in liquidazione gli istituti in situazione critica. Il concentrarsi sui grandi gruppi (posti sotto il diretto controllo della Bce) servirebbe ad assicurare velocità e incisività nell'azione quando a essere toccata sia un'istituzione sistemica, il cui collasso potrebbe far tremare l'intero sistema finanziario. Un primo elemento di criticità sta nella sostanziale comunanza d'intenti della Commissione e delle principali lobby finanziarie. Il 5 giugno del 2013, l'Institute of International Finance (una lobby bancaria) chiedeva a gran voce l'armonizzazione delle norme e della regolamentazione a livello internazionale. In effetti, dal punto di vista del settore finanziario un'integrazione crescente permette economie di scala e di rete e quindi il raggiungimento di profitti più alti. Se è vero che simili guadagni di efficienza sarebbero in via teorica auspicabili una volta tradotti in migliori condizioni per i risparmiatori, è assodato che simili considerazioni sono una pia illusione: l'unica soluzione possibile è intervenire in modo radicale, limitando la possibilità di concentrazione e la separazione netta tra le attività di credito standard (depositi e prestiti all'economia reale) e le attività speculative proprie delle banche d'investimento. Anche laddove il Meccanismo fosse efficace, esso sarebbe perverso: in presenza di fallimenti di enti sistemici, la via d'uscita non può che essere l'assorbimento da parte di altri enti sistemici, generando ulteriore criticità nel sistema. Lo stesso giudizio negativo si può esprimere sull'armonizzazione delle regole, più che altro per i limiti di Basilea III: Lehman Brothers avrebbe passato il test di capitalizzazione cinque giorni prima di fallire. Infine c'è la liquidazione: le nuove norme prevedono la creazione di un Fondo unico di risoluzione.  La notizia positiva è che non si tratta di un fondo di salvataggio, nel senso che interverrebbe solo una volta esaurito l'8% di passività e fondi dell'istituto, e che comunque dovrebbe essere finanziato (a regime, cioè nel 2023) dal settore finanziario stesso in misura pari all'1% dei depositi garantiti. La notizia negativa è che potrebbe essere spuntato, nel senso che le risorse potrebbero essere insufficienti e la transizione troppo lunga (addirittura si prevede la possibilità di estenderla da 10 a 14 anni). In tal caso, a intervenire sarebbe probabilmente il Meccanismo europeo di stabilità, con soldi dei contribuenti e con la solita lista di riforme in cambio dei prestiti. Rispetto agli altri provvedimenti che si dovrebbero adottare, per il momento si tratta di buone intenzioni. Una proposta di tassa sulle transazioni finanziarie è stata formalmente approvata dal Parlamento europeo a giugno dell'anno scorso. Sul tema cruciale della separazione tra attività commerciali e attività speculative la Commissione ha formulato una proposta alla fine di gennaio. Sul sistema bancario ombra siamo solo alla fase di definizione di un percorso, basato sulla Consultazione fatta dalla Commissione nella primavera del 2012. Insomma, riforme timide, in ritardo, a volte addirittura rischiose e che in ogni caso non svoltano né rispetto alla centralità della finanza nell'economia, né rispetto all'enfasi tecnocratica. Fonte: Sbilanciamoci

 

 

1

”L’EURO E’ NAZISMO ECONOMICO E’ LA DISTRUZIONE PIANIFICATA DELLE CIVILTA’ EUROPEE A PARTIRE DALL’ITALIA”…  

 

Si chiama Spirale della Deflazione Economica Imposta. Ne ho scritto per la prima volta 4 anni fa ne “Il Più Grande Crimine”», ricorda Paolo Barnard. «Dissi che la Germania e la Francia avevano progettato la distruzione dei paesi industrializzati del sud Europa con l’adozione dell’euro, in particolare dell’Italia, perché era la Piccola Media Impresa italiana che aveva stroncato quella tedesca, al punto che nel 2000, prima dell’euro, l’Italia era il maggior produttore e la Germania l’ultimo (dati Banca d’Italia)». Oggi lo scenario si è ribaltato, puntualmente. E le imprese tedesche vengono a fare shopping da noi, perché «in quel comparto industriale abbiamo il miglior sapere al mondo». E, grazie alla trappola dell’euro, che ha «deprezzato l’economia italiana a livello albanese», i tedeschi comprano le aziende italiane a prezzi stracciati. Lo conferma un recente report del “Financial Times”: «Le piccole medie imprese tedesche si sono gettate in un’abbuffata trans-alpina, rendendole le più attraenti acquirenti straniere in Europa di aziende italiane». «Aziende della base industriale del Mittelstand tedesco ottengono accesso al sapere tecnologico di aziende italiane in difficoltà, mentre in alcuni casi spostano i loro quartieri generali oltr’alpe», scrive il quotidiano finanziario il 27 gennaio, sottolineando l’importanza del “sapere tecnologico italiano”. «Le aziende tedesche stanno afferrando opportunità d’espansione mentre la recessione sospinge verso il basso il prezzo degli affari nel sud Europa in difficoltà». Per Barnard, è esattamente «la Spirale della Deflazione Economica Imposta, per comprarci con due soldi» grazie alle restrizioni promosse dal sistema Ue-Bce. Marcel Fratzscher, direttore dell’istituto economico tedesco Diw, ammette che il terreno di caccia del business tedesco è soprattutto l’area in crisi, dove i tedeschi possono “aiutare” le piccole e medie aziende italiane, che «spesso faticano a ottenere credito». Ovvio: «A noi la Germania ha proibito di avere una “banca pubblica” come la tedesca Kfw», protesta Barnard. Una banca che, «barando sui deficit di Stato tedeschi, ha versato miliardi in crediti alle aziende tedesche». «A differenza delle aziende italiane – continua il “Financial Times” – le tedesche hanno poche difficoltà a trovare crediti». Una ricerca ha evidenziato che «le banche italiane lavorano bene con le succursali tedesche in Italia, facendogli credito, per proteggersi dai loro investimenti nelle aziende italiane in difficoltà». Ma come, non erano in difficoltà le nostre banche? «Perché prestano ai tedeschi e non a noi?». E’ un “trucco”, innescato dalla Deflazione Economica Imposta dall’euro: «Le nostre aziende affogano, quindi le banche italiane strangolano le aziende italiane perché sono in difficoltà, e arrivano i tedeschi a papparsi i nostri marchi di prestigio a 2 soldi, e le banche italiane ci fanno affari». Norbert Pudzich, direttore della Camera di Commercio Italo-Tedesca a Milano, dice che anche prima della recessione le aziende italiane avevano difficoltà a trovare crediti, perché ad esse manca lo stretto rapporto con le banche “di casa”, che invece le aziende tedesche del Mittelstand hanno. Infatti, osserva Barnard, la stessa Kfw «ha versato miliardi di euro di spesa pubblica sottobanco alle aziende tedesche, barando, mentre costringevano noi a rantolare senza un centesimo dal governo». «Tutto questo – conclude Barnard – io lo denunciai 4 anni fa, e mi davano del pazzo. Questa è la distruzione pianificata di una civiltà, quella italiana, delle nostre famiglie, dei nostri ragazzi. Questo è un crimine contro l’umanità, perché lo stesso accade in altri paesi europei. Questo è nazismo economico». I tedeschi? «Non cambieranno mai», sono «sterminatori nell’anima», andrebbero «commissariati dall’Onu per sempre». Barnard l’ha ripetuto in decine di conferenze, mostrando una slide dell’“Economist”: ora, con la nostra economia retrocessa a condizioni da terzo mondo «proprio a causa dell’Eurozona voluta da Germania e Francia», la Germania e altre potenze vengono a rastrellare aziende italiane pagandole quattro soldi. Tutto previsto: era un piano preciso. Se cessi di immettere denaro nel sistema, proibendo allo Stato di spendere, vince chi bara – in questo caso la Germania, in cu lo Stato finanzia (di nascosto) le aziende, creando un enorme vantaggio competitivo, completamente sleale. La politica italiana? Non pervenuta. E’ per questo che i “predatori” hanno campo libero. E il paese precipita. Fonte:Terra Real Rime

 

 

1

Sei Nobel spiegano perché l'Euro é una follia

 

Sei Premi Nobel per l’economia, di diverse ideologie, ci dicono tutti la stessa cosa: l’Euro e’ una patacca insostenibile. Gli ultimi due ad aggiungersi alla lista di Nobel che sostengono cio’ sono James Mirrless e Christopher Pissarides. Tra un po’ rischiamo di perdere il conto. Partiamo da Paul Krugman che ci spiega perche’: “L’euro è campato in aria”. "Penso che l’euro fosse un’idea sentimentale, un bel simbolo di unità politica. Ma una volta abbandonate le valute nazionali avete perso moltissimo in flessibilità. Non è facile rimediare alla perdita di margini di manovra. In caso di crisi circoscritta esistono due rimedi: la mobilità della manodopera per compensare la perdita di attività e soprattutto l’integrazione fiscale per ripianare la perdita di entrate. Da questa prospettiva, l’Europa era molto meno adatta alla moneta unica rispetto agli Stati Uniti. Florida e Spagna hanno avuto una stessa bolla immobiliare e uno stesso crollo. Ma la popolazione della Florida ha potuto cercare lavoro in altri stati meno colpiti dalla crisi. Ovunque l’assistenza sociale, le assicurazioni mediche, le spese federali e le garanzie bancarie nazionali sono di competenza di Washington, mentre in Europa non è così. L’Europa sarà sempre fragile. La sua moneta è un progetto campato in aria e lo resterà fino alla creazione di una garanzia bancaria europea. Ricordiamoci però una cosa: l’Europa non è in declino. È un continente produttivo e dinamico. Ha soltanto sbagliato a scegliersi la propria governance e le sue istituzioni di controllo economico, ma a questo si può sicuramente porre rimedio". Passiamo a Milton Friedman, che gia’ nel 1998 spiegava che la Moneta Unica e’ un Soviet e Bruxelles e Francoforte prenderanno il posto del Mercato. "Niente di sbagliato, in generale, a volere un’unione monetaria. Ma in Europa c’e’ gia’ ed e’ quella esistente di fatto tra Germania, Austria e Paesi del Benelux. Niente vieta che, se ci tiene, l’Italia aderisca a quella. Il resto e’ una costruzione non democratica. Piu’ che unire, la moneta unica crea problemi e divide. Sposta in politica anche quelle che sono questioni economiche. La conseguenza piu’ seria, pero’, e’ che l’euro costituisce un passo per un sempre maggiore ruolo di regolazione da parte di Bruxelles. Una centralizzazione burocratica sempre piu’ accentuata. Le motivazioni profonde di chi guida questo progetto e pensa che lo guidera’ in futuro vanno in questa direzione dirigista. Ma non vedo la flessibilita’ dell’economia e dei salari e l’omogeneita’ necessaria tra i diversi Paesi perche’ sia un successo. Se l’Europa sara’ fortunata e per un lungo periodo non subira’ shock esterni, se sara’ fortunata e i cittadini si adatteranno alla nuova realta’, se sara’ fortunata e l’economia diventera’ flessibile e deregolata, allora tra 15 o 20 anni raccoglieremo i frutti dati dalla bendizione di un fatto positivo. Altrimenti sara’ una fonte di guai. Cosa prevede succederà?  Una riduzione della liberta’ di mercato. A Francoforte siedera’ un gruppo di banchieri centrali che decidera’ i tassi d’interesse centralmente. Finora, le economie, come quella italiana, avevano una serie di liberta’, fino a quella di lasciar muovere il tasso di cambio della moneta. Ora, non avranno piu’ quell’opzione. L’unica opzione che resta e’ quella di fare pressione sulla Ue a Bruxelles perche’ fornisca assistenza di bilancio e sulla Banca centrale europea a Francoforte perche’ faccia una politica monetaria favorevole. Aumenta cioe’ il peso dei governi e delle burocrazie e diminuisce quello del mercato. Sarebbe meglio fare come alla fine del secolo scorso, quando, col Gold Standard, l’Europa aveva gia’ una moneta unica, l’oro: col vantaggio che non aveva bisogno di una banca centrale. Quello che c’e’ da dire sul mercato unico, piuttosto, e’ che e’ reso piu’ complicato proprio dall’Unione monetaria che rende piu’ difficili le reazioni delle economie, toglie loro strumenti e le rende piu’ dipendenti dalle burocrazie”.  Passiamo a Joseph Stiglitz, che ci spiega che l’Euro, o cambia oppure è meglio lasciarlo morire: "l progetto europeo, per quanto idealista, è sempre stato un impegno dall’alto verso il basso. Ma incoraggiare i tecnocrati a guidare i vari paesi è tutta un’altra questione, che sembra eludere il processo democratico, imponendo politiche che portano ad un contesto di povertà sempre più diffuso. Mentre i leader europei si nascondono al mondo, la realtà è che gran parte dell’Unione europea è in depressione. La perdita di produzione in Italia dall’inizio della crisi è pari a quella registrata negli anni ’30. La realtà tuttavia è che la cura non sta funzionando e non c’è alcuna speranza che funzioni; o meglio che funzioni senza comportare danni peggiori di quelli causati dalla malattia….. L’Europa ha bisogno di un maggiore federalismo fiscale e non solo di un sistema di supervisione centralizzato dei budget nazionali. ….E’ poi necessaria un’unione bancaria, ma deve essere una vera unione con un unico sistema di assicurazione dei depositi, delle procedure risolutive ed un sistema di supervisione comune. Inoltre, sarebbero necessari gli Eurobond o uno strumento simile. I leader europei riconoscono che senza la crescita il peso del debito continuerà a crescere e che le sole politiche di austerità sono una strategia anti-crescita. Ciò nonostante, sono passati diversi anni e non è stata ancora presentata alcuna proposta di una strategia per la crescita sebbene le sue componenti siano già ben note, ovvero delle politiche in grado di gestire gli squilibri interni dell’Europa e l’enorme surplus esterno tedesco che è ormai pari a quello della Cina (e più alto del doppio rispetto al PIL). In termini concreti, ciò implica un aumento degli stipendi in Germania e politiche industriali in grado di promuovere le esportazioni e la produttività nelle economie periferiche dell’Europa. Quello che non può funzionare, almeno per gran parte dei paesi dell’eurozona, è una politica di svalutazione interna (ovvero una riduzione degli stipendi e dei prezzi) in quanto una simile politica aumenterebbe il peso del debito sui nuclei familiari, le aziende ed il governo (che detiene un debito prevalentemente denominato in euro). I leader europei continuano a promettere di fare tutto il necessario per salvare l’euro. La promessa del Presidente della Banca Centrale Europea, Mario Draghi, di fare “tutto il necessario” ha garantito un periodo di tregua temporaneo. Ma la Germania si è opposta a qualsiasi politica in grado di fornire una soluzione a lungo termine tanto da far pensare che sia sì disposta a fare tutto tranne quello che è necessario. E’ vero, l’Europa ha bisogno di riforme strutturali come insiste chi sostiene le politiche di austerità. Ma sono le riforme strutturali delle disposizioni istituzionali dell’eurozona e non le riforme all’interno dei singoli paesi che avranno l’impatto maggiore. Se l’Europa non si decide a voler fare queste riforme, dovrà probabilmente lasciar morire l’euro per salvarsi. L’Unione monetaria ed economica dell’UE è stata concepita come uno strumento per arrivare ad un fine non un fine in sé stesso. L’elettorato europeo sembra aver capito che, con le attuali disposizioni, l’euro sta mettendo a rischio gli stessi scopi per cui è stato in teoria creato. Passiamo ad Amartya Sen, con la recente intervista “Che orribile idea l’euro”. «Mi preoccupa molto di più quello che succede in Europa, l’effetto della moneta unica. Era nata con lo scopo di unire il continente, ha finito per dividerlo. L’euro è stato un’idea orribile. Lo penso da tempo. Un errore che ha messo l’economia europea sulla strada sbagliata. Una moneta unica non è un buon modo per iniziare a unire l’Europa. I punti deboli economici portano animosità invece che rafforzare i motivi per stare assieme. Hanno un effetto-rottura invece che di legame. Le tensioni che si sono create sono l’ultima cosa di cui ha bisogno l’Europa. Quando tra i diversi Paesi hai differenziali di crescita e di produttività, servono aggiustamenti dei tassi di cambio. Non potendo farli, si è dovuto seguire la via degli aggiustamenti nell’economia, cioè più disoccupazione, la rottura dei sindacati, il taglio dei servizi sociali. Costi molto pesanti che spingono verso un declino progressivo. È successo che a quell’errore è stata data la risposta più facile e più sbagliata, si sono fatte politiche di austerità. L’Europa ha bisogno di riforme: pensioni, tempo di lavoro, eccetera. E quelle vanno fatte, soprattutto in Grecia, Portogallo, Spagna, Italia. Ma non hanno niente a che fare con l’austerità. È come se avessi bisogno di aspirina ma il medico decide di darmela solo abbinata a una dose di veleno: o quella o niente. No, le riforme si fanno meglio senza austerità, le due cose vanno separate. La Germania ha sicuramente beneficiato della moneta unica. Oggi abbiamo un euro-marco sottovalutato e una euro-dracma sopravvalutata, se così si può dire. Ma non credo che ci sia uno spirito del male tedesco. Non ci sono malvagi in questa cosa terribile che sta succedendo. È che hanno sbagliato anche i tedeschi. E si è finiti con la Germania denigrata». E’ il turno di James Mirrless, che nel suo intervento a Venezia all’Auditorium Santa Margherita per il ciclo ‘Nobels colloquia 2013′ dell’Università Ca’ Foscari, ha testualmente detto che “all’Italia conviene uscire dall’Euro subito” «Non voglio suggerire politiche per mutare la situazione attuale e mi sento a disagio nel fare raccomandazioni altisonanti, perché non ho avuto il tempo di valutarne le conseguenze. Però, guardando dal di fuori, dico che non dovreste stare nell’euro, ma uscirne adesso. L’uscita dall’euro non risolverebbe in automatico i problemi dell’Italia, visto che, ad esempio, rimarrebbero le questioni derivanti dalle politiche adottate dalla Germania. Ma non è comunque corretto collegare le conseguenze di un’eventuale uscita da Eurolandia al venir meno della lealtà e fedeltà come membri dell’Unione europea. Finché l’Italia resterà nell’euro non potrà espandere la massa di moneta in circolazione o svalutare: ecco perché si impone la necessità di decidere se rimanere o meno nella moneta unica, questione non facile da dirimere, perché la gente toglierà il denaro dai conti in banca prima che questo accada. Probabilmente, dovreste sostenere il costo di un’eventuale uscita, come avvenuto in Gran Bretagna (che non ha mai abbandonato la sterlina), ma dovete essere pronti a pagare questo prezzo. Se l’Italia tornasse in grado di svalutare ci sarebbe sicuramente la possibilità di arricchirsi per chi togliesse in tempo i soldi dalle banche; ma, per la Gran Bretagna, è valsa la pena, perché poi ha avuto un andamento economico soddisfacente”. ”Tutto ciò non comporta automaticamente l’aumento o la riduzione della pressione fiscale. Però, in una certa misura, raccomanderei misure di sostegno ai redditi, per aumentare il potere d’acquisto della popolazione. Ma solo temporaneamente”.   ”Se l’Italia dovesse uscire dall’euro alcuni grossi problemi continuerebbero ad esistere, perché la Germania continua a mantenere i livelli dei prezzi troppo bassi. E, se la Germania continuerà questo atteggiamento, cosa che non intende cambiare, anche per l’Italia continuerebbero le difficoltà di oggi. Uscire dall’Euro significa fuggire, la crisi si può affrontare resistendo ad essa e combattendo, ma i Paesi che scelgono di combattere lo facciano considerando anche l’opzione della fuga. Mi sento però a disagio, come persona esterna, nell’offrire soluzioni, anche perché mi chiedo se abbiate abbastanza manager economici in grado di mettere in atto e gestire l’espansione che potrebbe esserci».  E passiamo infine a Christopher Pissarides, nobel per l’economia nel 2010, presidente del new Centre for Macroeconomics che dichiara “Abbandonare l’Euro” dopo esserne stato nel passato un fautore:  «L’Unione Monetaria ha creato una generazione persa di giovani disoccupati e dovrebbe essere dissolta». «Sono completamente stato ingannato. Allora, l’euro sembrava una grande idea, ma ora ha prodotto l’effetto contrario di quello che si aveva in mente ed ha bloccato crescita e la creazione del lavoro. In questo momento sta dividendo l’Europa e la situazione attuale non è sostenibile. L’Euro divide l’Europa e la sua fine e’ necessaria per ricreare quella fiducia che le nazioni europee una volta avevano l’una all’altro. Non andremo da nessuna parte con l’attuale linea decisionale ed interventi ad hoc sul debito. Le politiche perseguite ora per salvare l’euro stanno costando all’Europa lavori e stanno creando una generazione persa di giovani laureati. Non certo quello che i padri costituenti avevano in mente».  Ora, serve molto altro per capire che l'euro è la più grande disgrazia dopo il nazismo che abbia mai colpito l'Europa? Fonte: Scenarieconomici

 

1

1

Uscire dall'euro

di Ida Magli

 

Maurizio Belpietro, Direttore del quotidiano Libero, ha preso una bella iniziativa. Il giorno 2 giugno, una data significativa, ha finalmente rotto il tabù del silenzio intorno all’euro e ha titolato così il suo editoriale: “Apriamo la discussione – Dieci buoni motivi per uscire dall’euro”. Perché soltanto in Italia– si domanda Belpietro – non si parla dei problemi dell’euro, mentre in tutti i paesi d’Europa si discute animatamente e a tutti i livelli se convenga abbandonare questa disgraziatissima moneta? I cittadini, dunque, sono invitati a dibatterne su Libero esprimendo la propria opinione sull’uscita dell’Italia dall’euro, e a indicare anche in quale modo farlo, tenendo conto naturalmente delle eventuali ricadute negative di una tale decisione. Dire che è stato rotto un tabù, purtroppo, è dire poco. I tabù non nascono da soli: sono i detentori del Potere che li instaurano. Il termine “tabù” nasconde la realtà, una realtà vergognosa per il tanto osannato mondo libero e democratico: sull’unificazione europea, ivi inclusa l’adozione della nuova moneta, e su tutto quanto ha comportato per i cittadini togliendo loro indipendenza,  sovranità, ricchezza, libertà in ogni campo, i governanti hanno imposto una censura di nuovo tipo per cui anche il termine censura è inadeguato e bisognerebbe crearne un altro. Il sistema è stato ed è pressappoco questo: non far sapere nulla ai cittadini; far sapere quello che non si può tenere nascosto esclusivamente elogiandolo e dimenticandolo il giorno dopo; non attribuire mai nulla di quanto accade all’unificazione europea, tanto meno  quello che accade di negativo (c’è sempre la Germania come bersaglio); non collegare mai gli uni agli altri i fatti che riguardano l’Europa. Bisogna poi aggiungere al sistema della segretezza le modalità con le quali si è proceduto all’unificazione: decine di provvedimenti quotidiani o quasi quotidiani, pensati, scritti, calibrati nelle forme appropriate per apparire come strumenti tecnici, politicamente soft, o meglio come costruzione di un’Europa “governata senza governo”. Per rendersi conto dell’enorme segretezza che circonda  l’Ue bisogna pensare che sono in attività ogni giorno, riccamente retribuiti da noi, oltre 900 parlamentari, migliaia di funzionari, migliaia di traduttori nelle 27 lingue ufficiali d’Europa, tutte le strutture di uno Stato con una Corte dei Conti, una Corte di Giustizia, una Commissione e un Consiglio con i suoi Ministri, ambasciate in ogni paese del mondo e un Ministro degli esteri che  non conta nulla perché è l’Europa che non conta nulla (né a Obama né a nessun altro capo di Stato viene in mente di rivolgersi a Lady Ashton invece che alla Merkel o a Hollande quando c’è da risolvere qualche problema in comune.) Che cosa fa tutta questa gente? Come mai i giornalisti ci informano di ogni parola, di ogni sospiro che esce dalla bocca di uno qualsiasi dei nostri politici e non ci dicono nulla, assolutamente nulla, delle migliaia di decisioni, di decreti, di norme che da Bruxelles piovono sulla nostra testa? Volete chiamarla censura? No, non esiste un termine per descrivere e per definire il modo con il quale è stata realizzata l’unificazione europea.  È in questo contesto di menzogne e di totale finzione  che bisogna guardare alla moneta euro: tutto è stato deciso esclusivamente secondo la volontà dei governanti, i quali non torneranno mai indietro, non ammetteranno mai di aver sbagliato perché non hanno sbagliato. E come si può pensare che non sapessero quello che facevano i migliori professori di economia e i migliori banchieri d’Europa? L’euro è una moneta in balia di ogni più piccolo colpo di vento perché non ha uno Stato dietro di sé, ma i proprietari della Banca centrale europea e sono stati gli economisti e i banchieri a volerla così. E’ sufficiente guardare ai fatti per sapere quale sia la realtà. L’unione europea è stata pensata e realizzata per distruggere gli Stati nazionali e la potenza della civiltà europea, consegnandone le ricchezze e i governi alla grande finanza e ai partecipanti delle banche centrali. L’euro ha aiutato a raggiungere questo scopo, accelerando la distruzione delle singole economie. Il progetto era questo ed è riuscito ottimamente.  Forse si sarebbe ancora in tempo a salvare l’Italia, uscendo però subito dall’Ue e non soltanto dall’euro, ma quale dei nostri governanti lo farebbe? Hanno venduto la propria anima, la patria, la libertà dei propri confratelli per conquistarsi una poltrona di carta in un impero di carta e anche se un movimento politico (che non c’è) riuscisse a provocare  qualche piccola ribellione, si comporterebbero esattamente come si sta comportando Erdogan. La democrazia è obbedienza. I popoli parlino, discutano quanto vogliono dato che le loro opinioni non cambiano nulla alle decisioni dei governanti, ma obbediscano. Fonte: ItalianiLiberi

 

L'Italia ostaggio di quel 3% che ci ha spinto nel baratro

di Ida Magli

 

Penso che siano molti gli italiani che oggi vorrebbero, come me, poter scrivere una lettera confidenziale ad Angela Merkel, alla «donna» Angela Merkel che ha in mano, con il potere politico, il destino presente non soltanto dei tedeschi, ma di tutti coloro che sono legati a Maastricht e alla moneta euro. Perché vorremmo scrivere alla donna Merkel, più che al capo del governo della Germania? Perché l'euro, Maastricht e la «dittatura del 3%» hanno portato terribili sofferenze a coloro che vi sono stati coinvolti; perché la crisi che ha investito l'Europa è dovuta, in modo diretto tanto quanto in modo indiretto, ai parametri di Maastricht e alla sua moneta; perché le migliaia di suicidi di Francia (chi potrà mai dimenticare i 57 suicidi dei dirigenti di France Telecom?), di Grecia, d'Italia, sono stati provocati da questa crisi, così come le migliaia di disoccupati, di imprenditori falliti, di aziende costrette a chiudere.  Faccia un giro nella Lombardia, motore dell'economia produttiva italiana, cara Signora Merkel, e vedrà il risultato del grande mercato promesso da Maastricht e dalla sua moneta: le fabbriche sono tutte chiuse.  Non creda ai politici che vengono a trovarla, inclusi quelli italiani, come Monti prima e ora Letta e i suoi ministri, Saccomanni e Zanonato, tutti a portare la croce del 3%, in ginocchio davanti a questo totem: lei lo sa bene che le loro verità non sono verità. Se dicono, come dicono, da oltre tre anni, che si comincia a vedere la luce in fondo al tunnel, è perché questo tunnel non è un tunnel, ma la realtà. Si affidi al suo cuore e capirà, sentirà quanta disperazione è accumulata dietro le macerie di ogni fabbrica chiusa, di un'Europa che era nel pieno della rinascita industriale, commerciale, culturale quando Maastricht e l'euro hanno spazzato via a poco a poco ogni speranza di vedere risorgere un grande mercato italiano ed europeo. Ma soprattutto si è spenta l'anima dell'Europa, la sua vera ricchezza. L'anima dell'Europa non è mai stata il mercato, ma la creatività, la scienza, la filosofia, l'arte, la musica, la poesia, la cultura: era questo che portava con sé, quasi come un inevitabile prodotto, anche il mercato e la ricchezza. Maastricht e i suoi parametri sono sbagliati; una moneta unica per mercati diversi e prodotti diversi non può funzionare: l'ha affermato, insieme a molti altri famosi economisti, anche il Premio Nobel Amarthya Sen. Ma per chi è abituato a fare scienza, quello che conta sono i risultati di un esperimento. Ebbene, consideriamo la situazione dell'Europa come il risultato di questo esperimento: è evidente che i calcoli erano sbagliati. Ci troviamo ormai davanti a dei nuovi martiri: quelli che si sono sacrificati e che debbono sacrificarsi per rimanere nel sacro parametro del 3% del Pil e mantenere in vita l'euro. Ci troviamo davanti, infatti, all'abbandono di ogni razionalità, di ogni possibilità umana di dubbio, di alternativa, di scelta, ossia davanti a un puro fenomeno di «sacralità»: sacrificarsi, morire, ma non venire meno. E, se non si vuol credere all'instaurarsi del Sacro nel pieno di un discorso mercantile e finanziario, allora siamo costretti a ripiegare sulla patologia fobica. Quando il Signor Saccomanni afferma che, se si sfora il 3 % del Pil, lui dà le dimissioni, ebbene appare abbastanza evidente che ci troviamo fuori dalla normalità razionale e che una qualche fobia sta comparendo all'orizzonte dei tutori della nostra economia. Coraggio, coraggio, cari economisti e banchieri: non lasciatevi prendere pure voi dalla disperazione dei parametri, dopo averla imposta a noi in tutti questi anni come un infallibile dogma teologico. È vero che sono una vostra creatura, ma tutti possono sbagliare e l'importante, come afferma un vecchio adagio, è non persistere nell'errore. Fonte: ItalianiLibe

 

Home

 

 
Geovisite

1

Free counters!

1

1