La Voce del Longano

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Carmelo Santalco

 

Pensando di rendere omaggio all'amico Carmelo Santalco come narratore. In questa pagina web, saranno pubblicati, alcuni suoi racconti. Con l’intento di dare un contributo di memoria “storica” sulla nostra città, ai nostri concittadini sparsi per il mondo. Si ringrazia la famiglia Santalco per la gentile concessione.

1

 

IL SOLDATO AMLETO

 

Ingenuo contadino di Ascoli Piceno, classe 1913, alto non più di un metro e cinquantotto, un tipo tozzo, richiamato alle ar­mi dopo lo scoppio della seconda guerra mondiale. Amleto venne destinato in Grecia, e assegnato al 3° reggimento fanteria, 81 compagnia «armi d'accompagnamento». Fin dal suo arrivo al reparto divenne il passatempo dei commilitoni. Non passava giorno che non venisse richiamato, e qualche volta punito, dai sottufficiali perché dava del tu a tutti i superiori.

Quando il 3° reggimento venne spostato alla difesa costiera della penisoletta del Katacolon nel Peloponneso, perché i comandi superiori temevano lo sbarco degli anglo-americani in Grecia, Amleto, quale mitragliere, andò a finire, assieme ad altri cinque commilitoni, in una postazione tra il mare e la palude di Sikià.

I suoi compagni, tutti siciliani, gli affidarono il servizio di corvé, per cui egli tre volte al giorno andava e veniva dal comando e dalle cucine, distanti da tre a quattro chilometri, per ritirare la posta, il caffè e il rancio.

Accovacciati sulla duna, sotto la quale era sistemato l'abita­colo della mitraglia, seguivano il suo andirivieni e lo sfottevano, ma Amleto nella sua bonomia non se l'aveva a male.

I soldati, quando non erano impegnati in esercitazioni, passavano le ore giocando a carte, organizzando scherzi, raccontando barzellette o i guai delle proprie famiglie. Ognuno di loro cono­sceva vita e miracoli degli altri. Anche Amleto confidava i suoi segreti.

Tutti avevano parlato delle loro avventure amorose, vere o inventate, e lui, per non essere da meno, aveva raccontato che nei quaranta giorni in cui era rimasto a Bari, in attesa di essere imbarcato per la Grecia, aveva conosciuto una ragazza, alla quale aveva fatto perdere letteralmente la testa. Aveva detto anche il nome: Maddalena.

Non l'avesse mai fatto! Giovanni Previti, un soldato buon tempone, dopo qualche giorno gli fece trovare tra la posta una lettera proveniente da Bari, con un timbro pasticciato sulla busta che solo occhi esperti avrebbero potuto scoprire come falso.

Quel giorno Amleto, tornato dal comando, distribuì la posta e le gavette ai colleghi, trattenne la sua e prima di consumare il rancio, sedutosi in disparte, si mise a leggere. Allibì! Incominciò a sudare freddo e a girare e rigirare tra le mani la busta per ac­certare che fosse proprio lui il destinatario.

Maddalena scriveva che dopo due anni di ricerche era riuscita ad avere il suo indirizzo dai comandi militari. Lo informava che dall'incontro amoroso che avevano avuto a Bari era nato un bambino al quale aveva dato il nome di Nicola protettore della città e pretendeva che egli se ne assumesse la paternità e l'onere del mantenimento. Lo accusava di vigliaccheria per averla inguaiata e abbandonata e lo invitava a rispondere a stretto giro di posta, perché diversamente si sarebbe rivolta alle autorità militari.

Il povero Amleto cominciò a smaniare. Si sapeva innocente e non si dava pace; pensò di parlarne ai colleghi, che intanto seguivano le sue mosse, ma non ne ebbe la forza e scoppiò in lacrime.

Il primo a confortarlo fu Giovanni Previti, il quale, dopo aver finto di leggere la lettera che egli stesso aveva scritto, lo rassicurò che nulla aveva da temere e che comunque sarebbe stato bene raccontare tutta la verità al tenente... Per precauzio­ne. Non si sa mai...

La sera, all'ora del rancio, in mezzo a due commilitoni, come Cristo tra i due ladroni, si presentò alla mia tenda con la lettera in mano piangendo: «Sono innocente, signor tenente; non so niente; tu mi devi aiutare. Io ho moglie e figli.»

Avendo capito la birbonata dei compagni gli dissi che era un credulone e che era vergognoso che un militare piangesse come un bambino per uno scherzo. Mi ringraziò, voleva baciarmi le mani, e rasserenato tornò in postazione.

Previti fu punito, ma il povero Amleto continuò ad essere la sua vittima.

Non erano trascorsi quindici giorni, quando una mattina i so­liti compagni della postazione decisero di organizzare un enne­simo scherzo, mettendo in conto di dover rinunziare per quel giorno al caffè.

Amleto, di prim'ora, era partito per le cucine e i cinque, a di­stanza di un centinaio di metri dalla postazione, scavarono una fossa ben profonda sul sentiero che la vittima soleva percorrere. La coprirono con assicelle di canna e giornali, spargendovi so­pra uno strato di sterro. A1 ritorno di Amleto dalle cucine, i suoi compagni, che lo attendevano al varco, dalla postazione segui­vano il suo apparire e scomparire nel saliscendi delle dune.

Quando si fu lasciata dietro l'ultima duna, prima che. giun­gesse sulla buca, ad evitare che potesse accorgersi dell'irregola­rità di quel punto del sentiero, i cinque dalla postazione lo di­strassero con grida e sventolii di fazzoletti.

Il povero Amleto che procedeva a passo lento, come era sua natura, sorpreso dall'insolita accoglienza, non potendo gestico­lare avendo nelle mani le gavette col caffè, rispondeva sorriden­do e con gridi dì gioia, quando tutto ad un tratto sprofondò. Re­starono fuori dalla buca la testa e la canna del fucile 1891 che portava a tracolla.

Col terreno sabbioso, i cinque burloni faticarono a tirarlo fuori, perché la sabbia faceva mulinello attorno al corpo del po­veraccio, che non se la prese, anzi parve quasi divertito: sembra­va che fosse lui stesso ad organizzare lo scherzo. Era contento perché quelli erano rimasti senza caffè mentre lui 1o aveva preso in cucina...

 

 

 

I RE MAGI

 

Almeno una volta la settimana li trovavo dietro la porta del mio ufficio. Arrivavano al Comune di prima ora per poi tornare al lavoro.

«I re magi», li chiamava il vecchio capo-commesso, cavalier Marullo. Il segretario generale, quando li vedeva, spariva: avevano sempre qualche lamentela da avanzare.

Don Peppino Andaloro barbiere, don Carmelo Rizzo sarto e Turuzzo Russo fotografo: brave persone, però petulanti nelle loro richieste. Avevano sempre da sottoporre problemi e iniziative, anche se spesso irrealizzabili, per la comunità pozzogottese.

Erano una continua lagna: «Signor sindaco, a Pozzo di Gotto non si fa niente. Barcellona è un cantiere.»

E non era vero, perché le iniziative andavano di pari passo in tute le zone della città, che si trovava in stato di assoluto abbandono. Si operava in base alle esigenze più impellenti e ai finan­ziamenti che riuscivo ad ottenere dalla Regione. Col bilancio comunale non era possibile provvedere nemmeno alla ordinaria amministrazione.

La verità è che i tre amici, quando parlavano di Pozzo di Gotto, intendevano riferirsi alla vecchia via Garibaldi, a piazza Assunta, a via Risorgimento, ai Panteini, al Carmine, cioè alla parte vecchia. Tutto il resto per loro non apparteneva a Pozzo di Gotto, nemmeno la zona cosiddetta dei Marsalini, perché sotto la giurisdizione dell'arcipretura di Barcellona.

Le nuove arterie sorte a valle dell'unica via esistente, la Garibaldi, il grande quartiere Petraro e gli impianti sportivi non appartenevano al loro vecchio mondo.

Erano i tempi in cui ancora pozzogottesi e barcellonesi facevano a sassate, schierati al di qua e al di là del torrente Longano che divide le due zone della città.

Si ingiuriavano a vicenda: i pozzogottesi erano chiamati «affumicati», per via del fumo che esalava dalle fornaci dei «critari», e i barcellonesi «manciacagnola», perché si diceva che gustassero la carne del fedele amico dell'uomo.

I tre bravi artigiani erano inconsapevoli portatori di un residuo sentimento campanilistico, che, con l'andare degli anni, è rimasto seppellito sotto la copertura del torrente Longano.

 

 

 

«A MISSA»

 

Alla messa delle undici, quella domenica di settembre incon­trai mio compare Cassata all'oratorio salesiano. Mancavo da qualche mese, per cui Nello ed io ci intrattenemmo per alcuni minuti sul terrazzino antistante a salutare gli amici.

Entrati in chiesa, prendemmo posto accanto alle nostre mogli. Mio compare si sedette alla mia sinistra.

Serviva la messa quel giorno il commerciante Gigliuto. All'omelia, il parroco, don Enzo, prendendo a spunto la parabo­la del Vangelo che narra dell'amministratore astuto, si soffermò a lungo a parlare e criticare le ruberie dei commercianti, sul pe­so, sulla misura o sulla qualità delle merci.

«Compare,» mi disse Cassata, guardando fisso Gigliuto che, seduto accanto all'altare, seguiva compunto e colpevole le paro­le del salesiano, «guarda, guarda Gigliuto cu labbru a pinnuluni comu u segui tuttu afflittu! »

Cercai di mantenere un atteggiamento calmo.

Dopo qualche minuto, riprese: «Ca sunnu quasi tutti cum­mercianti...» Rise, coprendosi la faccia con la mano. «Iu nun ca­pisciu u picchì i cazziati ni 1'hamu a pigghiari chiddi chi vinemu a' missa.»

 

 

 

IL BARONE LA LUMIA

 

Trascorreva molti mesi dell'anno a Palermo, dove seguiva fra l'altro una causa civile per tentare di riscattare un suo palazzo di piazza Politeama, al centro della città, che era stato acquistato all'asta per poche lire, da un istituto bancario. A Palermo, allog­giava al Grande Albergo delle Palme. D'inverno preferiva fer­marsi a Canicattì, sua città natale, dove era titolare di una abbazia laica.

Conduceva una intensa vita mondana: frequentava il teatro Massimo, non mancava ai vari festival del cinema, a Taormina, Venezia, Cannes, o a quello delle canzonette di San Remo. In quelle occasioni veniva ripreso dalla televisione insieme ad at­tricette e cantanti.

«Dove c'è da godere, mi ci butto!» soleva dire.

Quando lo conobbi, aveva già superato la cinquantina. Era grassoccio e piccolo di statura, non aveva più capelli, in compenso si fregiava di una barba lunga e folta, molto curata. Sem­pre elegante nei modi e nell'abbigliamento, era molto cerimo­nioso, soprattutto con le donne. Diceva di amare tre cose su tutto: i fiori, simbolo di purezza, le donne e la musica.

Quando il caldo era eccessivo tirava fuori un grande ventaglio e si soffiava. «Per allontanare gli spiriti», assicurava.

Era estremamente superstizioso: se un gatto nero gli attraver­sava la strada tornava indietro, facendo scongiuri. Non dimenti­cava di appuntare sulla cravatta dal gran nodo uno spillo con l'occhio apotropaico, perché dal male bisognava guardarsi in tutti i modi.

Estroso, quanto mai, il barone aveva l'abitudine di portare un fazzolettino di seta nel taschino della giacca, il cui colore connotava lo stato del suo cuore: rosso se era innamorato soddisfat­to, verde se speranzoso, giallo se deluso, e bianco, infine, se in stato momentaneo di purezza, ma anche di disponibilità.

Quando qualcuno gli sollecitava un giudizio, una presa di po­sizione su problemi di attualità, assumeva un'aria distaccata, o rideva cortese e indifferente.

Sua principale occupazione era se stesso, Gioacchino, barone La Lumia; suo principale interesse vivere bene i giorni, molti o pochi che fossero, che Dio gli aveva destinati.

Era un brillante conversatore, dalle vaste conoscenze. Con lui ci si poteva intrattenere di astrologia, di arte, di musica, di scienze naturali. Ma il suo argomento preferito erano le donne e la bellezza.

I camerieri dell'albergo, che gli servivano la colazione in camera, non mancavano di fargli avere due fiori, garofani di preferenza, o due bei boccioli di rosa. Non lasciava mai la sua camera prima delle undici, a meno che non vi fosse costretto da un impegno inderogabile con qualche bella donna o da un affare importante.

Nella hall si intratteneva con il personale, al quale non mancava di offrire qualcosa, o con qualche amico, l'agenda costantemente in mano per annotare minuziosamente ogni cosa, cappello e guanti, il bastoncino dal pomo d'avorio.

Amava passeggiare nel centro della città in carrozza scoperta, sempre lo stesso percorso che si snodava da un palazzo all'altro, e da un ricordo all'altro, la via 1Vlaqueda, la via Ruggiero Settimo, il bel viale della Libertà. Spesso poi rievocava quelle nobili famiglie che vi avevano abitato e dato lustro.

Consumava i suoi pasti al ristorante dell'albergo, quasi pre in compagnia di splendide donne, attorniato da maître merieri, come un satrapo orientale.

Le ragazze che di notte allietavano gli ospiti del grande albergo, avevano tutte frequentato il suo letto. Raccontavano del barone, con grande dolcezza, la sua generosità prima di tutto, e lo strano modo di celebrare l'amore, un vero rito: prima di met­tersi a letto egli si profumava abbondantemente, poi s'inginocchiava e pregava. Soddisfatti i sensi, tornava ad inginocchiarsi per rendere grazie a Dio di avergli dato la forza di fare l'amore.

Negli ultimi anni della sua vita si ritirò nelle sue terre di Giacchetto, una frazione di Canicattì, insieme ai suoi amici co­loni e servitori, ai cani e al pappagallo, che aveva fregiato del ti­tolo di gran referendario, e al quale aveva insegnato una sequela di parolacce, e a un amatissimo gatto, per la cui morte organizzò fastosi funerali, ai quali parteciparono in massa, oltre ai coloni, anche gli abitanti della zona. Qualche mese dopo, al gatto fece erigere un monumento, alla cui inaugurazione partecipò una folta schiera fotoreporter.

Fu l'ultima bizzarria di Gioacchino La Lumia, ultimo abate laico di Canicattì, per un incidente del caso nato con un millennio di ritardo.

 

 

 

DUE DITA IN BOCCA

 

Campane a festa, fuochi d'artificio per le strade. L'anno nuovo stava per scoccare. Stavamo brindando; si sentì bussare. Salvatore Mucca veniva a protestare perché a quell'ora non era riuscito a rintracciare un medico e sua moglie stava morendo.

«Venga a vedere, signor sindaco, in che stato si trova!» Abitava in due stanze che si aprivano su vico Cornelia, alle spalle di casa mia. Mi scusai con i miei ospiti e lo seguii.

La porta di casa sua era aperta. Entrammo: nella prima stanza, in disordine, su un vecchio tavolo, una pila di piatti e bicchieri sporchi, e bottiglie vuote; nell'altra stanza la moglie, abbandonata sul letto, che si contorceva lamentandosi. Le coperte erano arrotolate ai piedi del letto, un paio di mutandine appese alla sedia. La donna era coperta da un lenzuolo spiegazzato.

Tornai a casa, mi attaccai al telefono. Dopo qualche minuto rintracciai il medico condotto che giocava a carte al circolo «Unione», il dott. Antonino D'Amico.

Si precipitò alla mia richiesta.

Dopo aver visitato la donna, venne a casa mia per informarmi: «Tutto bene, signor sindaco! »

«Qualcosa di grave?»

«No, signor sindaco, due dita in bocca ed ha rimesso tutto:

un'indigestione. Mangiano come porci, poi si mettono a letto a  fare l'amore e rompono le scatole a lei!»

Gli chiesi scusa di averlo disturbato e lo invitai a brindare con me all'anno nuovo.

 

 

 

«U JETTATURI»

 

Di ritorno dalla guerra, don Luigino Farina prese moglie e due anni dopo cullava tra le braccia una bella bimba.

Aveva ripreso il lavoro interrotto dal richiamo alle armi e la sua barberia, in via Mamertini, era ben avviata ed aveva un'ottima clientela. Vero che non aveva molti amici, ma a don Luigino bastava la sua famiglia che prosperava, la bimba che cresceva a vista d'occhio. La moglie lo aiutava finanziariamente, facendo la sarta. L'unico sogno della famigliola era di portare quella figlia avanti negli studi, fino a farne una maestra.

Gli anni passarono veloci, e la ragazza a diciotto anni conseguì con buoni voti il diploma di abilitazione magistrale. Non si può dire che la giovane fosse bella, ma aveva una faccia di donna seria e di buona moglie.

Pochi mesi dopo il sospirato diploma, Natuzza confessò ai genitori che un suo collega, conosciuto proprio in sede di esami, le faceva la corte e sembrava volersi fare avanti per chiederla in moglie.

Il giovane, Fitî Fisichella, veniva in città di quando in quando, dal suo paese tra i Nebrodi, per passeggiare sotto il balcone dell'innamorata, proprio davanti alla barberia del padre.

Un bel giorno, visto che il barbiere era libero, prese il coraggio a due mani ed entrò. Dopo aver salutato tutto complimentoso, chiese di essere sbarbato.

Don Luigino, che già tante volte se lo era visto passare e spassare davanti al salone e che lo aveva individuato come il corteggiatore della figlia, non si stancava di guardarselo tutto. davanti e dietro, dalla testa ai piedi. Nessuno dei due fece cenno al legame che li accomunava. Quando fu sbarbato e profumato. Fifi pagò e tutto ossequioso salutò con una stretta di mano.

Il maestro era appena sceso dal marciapiedi, quando don Luigino notò una lesione per tutta la lunghezza dello specchio, come se qualcuno si fosse divertito a tagliarlo di netto, senza preoccuparsi poi di separare le due parti. Restò stranizzato e lì: per lì attribuì il fatto alla scarsa qualità dello specchio o all'eccessivo caldo di quella giornata di luglio.

La prima impressione che Fifi fece sul barbiere fu negativa un giovane viscidino e molliccio, come le sue mani. Anche quella faccia, non è che lo convincesse. E poi, chissà da dove veniva!

Nei mesi che seguirono Fisichella non mollò la sua corte ossequiosa, fin quando non si fece coraggio e riuscì a farsi ammettere in casa.

Il giorno del fidanzamento, il barbiere comprò in abbondanza paste e liquori: voleva fare bella figura. La notte don Luigino, la moglie e Natuzza furono assaliti da atroci dolori al ventre. Ne attribuirono la causa alla cattiva qualità delle paste e la responsabilità tutta intera al pasticciere che per poco non li mandava all'altro mondo.

Fifi e i suoi genitori dissero di non aver avuto alcun disturbo. Il matrimonio, malgrado qualche nebulosa riserva di don Luigi, venne celebrato nel santuario della Madonna del Carmelo. Mentre gli sposi stavano per entrare in chiesa si scatenò un temporale che li costrinse a rimanere tappati in macchina per oltre mezz'ora. Quando la coppia, vinta la furia degli elementi, pose piede in chiesa, si spensero di colpo tutte le luci e don Luigi inciampò nella stuoia e per poco non finì lungo per terra con tutta la sposina al braccio; la moglie, signora Filomena, colta da un violento capogiro, dovette sedersi subito appena entrata in chiesa, da dove non vedeva bene la funzione, e da lì non si poté più spostare.

I rapporti tra suocero e genero si guastarono ben presto: don Luigi aveva capito di essersi messo in casa un potente jettatore, viscido e pericoloso come una serpe. Non riusciva ad andargli giù: la prima impressione, ora lo sapeva, era stata quella giusta.

Da quando Fifi era entrato nella sua famiglia il numero dei clienti si era spaventosamente assottigliato. La voce s'era sparsa e quando la gente vedeva il maestro tirava al largo. Qualche tempo dopo, don Luigi dovette chiudere la barberia per mancanza di lavoro.

Furono momenti tristi, per sbarcare il lunario, egli aprì un piccolo negozio di merceria, ma era una vita grama.

Ogni giorno, don Luigino doveva registrare nuove prove dei tremendi poteri jettatori del genero, per cui cercava, per quanto gli fosse possibile, di tenerlo alla larga. Quando Fifi, forte della presenza della moglie, gli si presentava a casa, egli prendeva il cappello e in silenzio, per non stimolarlo a pensieri disastrosi, usciva.

Un giorno, all'arrivo del genero, mentre si allontanava alla chetichella, andò lungo disteso sul marciapiede e dovette farsi giorni d'ospedale. Da allora non rivolse più la parola al maestro e proibì anche alla figlia e ai nipoti di mettere piede in casa sua.

Passarono gli anni. Il corso della vita del barbiere volse al termine. A1 suo funerale si verificarono cose incredibili: mentre in chiesa si celebrava la messa, il messale con tutto il leggio andò a finire per terra una prima, una seconda volta... Alla fine, l'arciprete si risolse a tenere in mano il libro sacro.

Subito dopo la consacrazione si spensero tutte le luci, poi. mentre il sacerdote scendeva dall'altare per impartire la benedizione alla salma, inciampò andando a finire lungo disteso sul catafalco, con grande spavento di tutti.

Il corteo funebre s'era appena formato all'uscita della chiesa che l'autofurgone si fermò e dal tubo di scappamento si sprigionarono fiamme e un denso fumo nero che fece allontanare i parenti che stavano proprio là dietro, primo fra tutti il genero. Solo dopo oltre dieci minuti il corteo poté riprendere a muoversi; ma a distanza di poche centinaia di metri forò una gomma. Fu riparata. E l'autofurgone poté ripartire. Ma si bloccò di nuovo e non si riusciva a farlo andare né avanti né indietro.

Dopo un po' di tentativi di rimetterlo in moto, non trovando altro mezzo di trasporto, i parenti s'erano decisi a portarsi la bara in spalla: il maestro si fece avanti per agguantare la cassa e tirarla fuori dal furgone. L'auto allora, cui l'autista aveva tolto la marcia, si rimise prodigiosamente in moto e s'avviò verso il cimitero. lasciando indietro parenti e amici del defunto.

Tali strani avvenimenti furono attribuiti alla funesta presenza di Filî Fisichella. Non era difficile tirare la conclusione che don Luigino non lo voleva nemmeno al suo funerale...

 

 

 

L'ONOREVOLE «DON TANUZZO»

 

Con Tano Battaglia, un anziano deputato regionale della provin­cia di Ragusa, un po' sordo e claudicante, che stava sempre con una cicca appiccicata al labbro inferiore, Silvio Milazzo, nel 1958, raggiunse la maggioranza assoluta e poté dar vita al suo primo governo. Tano Battaglia, quarantaseiesimo deputato, fu infatti uno dei cinque democristiani transfughi, che assieme a comunisti, socialisti, monarchici e missini, realizzarono l'operazione milazziana.

Don Tanuzzo Battaglia entrò a far parte del governo, come premio del suo tradimento e fu destinato all'assessorato alle foreste. A tutti i colleghi che dopo la sua elezione si avvicinavano per felicitarsi rivolgeva l'invito di andarlo a trovare in assessorato, che metteva a loro disposizione per il finanziamento di opere di trasformazione di trazzere in rotabili. Parecchi colleghi, specie i più interessati al settore, non si fecero pregare due volte e andarono a trovarlo in ufficio.

L'assessore Battaglia, seduto dietro la scrivania, con la cicca appiccicata al labbro, pigiava il bottoncino e dopo qualche minuto si presentava il direttore regionale, al quale subito il nuovo assessore si rivolgeva: «Tutturi, ci presentu 1'onorevuli...»

«Lo conosco, ci conosciamo», lo interrompeva il dott. Giambalvo.

E lui, quasi cantilenando: «Ah, u canusci, u canusci! Bravu. bravu! Allura,... tutturi, l'onorevuli voli a trazzera!» «Onorevole assessore, non gliel'ho detto già che non c'è un soldo?» riprendeva il direttore regionale. «Il suo predecessore. onorevole Milazzo, ha prosciugato tutto!»

«Ah, nun ci sunnu sordi?...» si meravigliava don Tanuzzu e rivolto al collega: «U viri? Nun ci sunnu sordi! Silviu prima di lassari st'assissuratu pi fari u prisidenti si sciucau tutti così! Chi ti pozzu fari? Voi u cafè?»

«No, grazie!» rispondeva quello deluso. «Ti ringrazio, l'ho già preso.»

«Allura, ti fazzu accumpagnari ca machina?» «No, grazie!»

Si salutavano e si concludeva l'incontro. Una specie di rito che si ripeteva ogni qualvolta un deputato andava a trovarlo. quasi sempre su suo invito, per ottenere finanziamenti.

Per don Tanuzzu non c'erano avversari; tutti erano amici, a qualsiasi partito appartenessero. Faceva eccezione solo per un suo comprovinciale, il democristiano Vincenzo Giummarra, col quale era permanentemente in contrasto. Teneva in una tasca della giacca una sua foto, strappata da un ritaglio di giornale. Ovunque si nominasse il Giummarra, l'onorevole Battaglia buttava la cicca, ficcava svelto la mano in tasca, tirava fuori la foto, la guardava e sputandole ripetutamente sopra, gridava: «Facci 'i chiancheri,' facci 'i chiancheri! »... e soddisfatto la rimetteva in tasca.

Don Tanuzzo aveva trovato così un mezzo a buon mercato per vendicarsi della lotta che il comprovinciale gli scatenava in ogni competizione elettorale.

 

 

 

UNO DEGLI ULTIMI NOBILI

 

Era uno strano personaggio, alto più di un metro e novanta, robusto e dritto come una candela. Un vero blocco monolitico. Guardava la gente dall'alto in basso, con una cert'aria di sufficienza, come se appartenesse ad una specie superiore. Portava lenti a pinzetta, dalle estremità delle quali pendeva una catenella d'oro lunga fin quasi al petto. Sul suo panciotto faceva bella mostra la pesante catena d'oro dell'orologio. Indossava sempre scarpe nere con tacco alto e mascherina bombata.

Nella tarda mattinata, si fermava talvolta, con le mani dietro la schiena, a guardare per un bel po' i passanti davanti al portone del palazzo avito, in via Garibaldi.

Quando usciva di casa, con il bastoncino dal pomo d'argento in mano, era per avviarsi al vicino circolo dei nobili, da dove, fermo in un angolo, ed era sempre lo stesso angolo destro, spaziava con lo sguardo ora verso la parte alta, ora verso quella più bassa della via Umberto I.

Se, nel breve tragitto che lo portava al circolo, distrattamente metteva il piede tra una lastra e l'altra di pietra lavica, che pavimentava la strada, o qualcuno, nel salutarlo gli augurava il buongiorno, invece del consueto «Voscenza benedica», egli per scaramanzia tornava subito indietro.

Stava sempre solo ed era poco loquace. Raramente scambiava qualche parola con il conte Silvestro Nicolaci o con il cugino, cavaliere Ninì Parenti, un omino molto loquace, alto poco più di un metro e mezzo, presidente dell'opera nazionale balilla.

Il pomeriggio dei giorni festivi usciva con la sua «514», un'automobile sempre lustra che l'autista, al quale era fatto divieto di superare i quaranta chilometri orari, teneva come un gioiello raro. Faceva solo un giretto per il paese, o una puntatina in campagna e rientrava subito a casa.

Era un inguaribile misantropo e a noi ragazzi che lo guardavamo dalla testa ai piedi come un monumento vivente, incuteva grande soggezione.

Durante l'ultima guerra la sua bizzarria raggiunse il culmine. Si racconta, fra l'altro, che, essendo costretto, per mancanza di pneumatici, a tenere l'automobile su cavalletti, non rassegnandosi, convocava una volta alla settimana l'autista, Carmelo Perdichizzi, poi prendeva posto assieme ai familiari sui bei sedili di velluto, e ordinava: «Carmelo, accendi il motore, si fa la passeggiata!»

Perdichizzi si metteva al volante, avviava il motore, azionava ad intervalli il cambio, come se stesse guidando su strada, e dopo una decina di minuti, avvertiva: «Cavaliere, siamo arrivati!»

Allora tutti scendevano dalla vettura, si portavano nel piccolo giardino retrostante all'androne del palazzo, passeggiavano un poco fra le aiole, infrattate d'erbe alte, poi riprendevano posto in macchina e il cavaliere ordinava: «Carmelo, rientriamo a casa.»

Si ripeteva la stessa scena di prima: Perdichizzi riaccendeva il motore, azionava sterzo e marce e, dopo una decina di minuti di pantomima, annunziava: «Cavaliere, siamo arrivati a casa.»

Allora ridiscendevano tutti dall'automobile e il nobiluomo pagava l'autista per il servizio resogli, cosa che faceva ogni volta che lo chiamava, e assieme ai familiari risaliva soddisfatto le scale di casa, rientrando nell'appartamento al primo piano del palazzo. Negli ultimi anni della sua vita non uscì più di casa. Si fece trascurato nel vestire e non badò più tanto alle pulizie personali. Passava lunghe ore dietro i vetri del balcone o a letto.

Alla fine decise di non tagliarsi più unghie e barba, e tutto in lui divenne trasandato.

Alla sua morte la gran barba gli venne tagliata e piantata nel fondo d'un vaso d'argilla, pieno della terra del giardinetto del palazzo. Una serva provvedeva, secondo le sue volontà, ad annaffiarla ogni giorno.

Quando, dopo qualche mese, tra le erbette del vaso s'affacciò un fiorellino di prato, i familiari e la servitù gridarono al miracolo della sacra barba di uno dei più enigmatici personaggi della nobiltà di Barcellona.

 

 

 

LO ZIO ROCCO CIRMI

 

Quando lo vidi per la prima volta, a quanto mi ricordo, non avevo ancora cinque anni, ed egli aveva abbondantemente superato i sessanta. Attratto dai suoi modi allegri ed estrosi, mi affezionai subito a lui. Può darsi che abbia influito anche il fatto che in quel primo incontro egli mi riempì le tasche di caramelle e dolciumi. Li teneva sotto chiave nel cassetto superiore del canterano, perché la moglie, zia Sara, una donna piccoletta e molto docile, era golosa e, quando aveva a portata di mano dolci, ne faceva piazza pulita.

I parenti raccontavano che, appena sposa, aveva meravigliato lo zio Rocco mangiando in un sol giorno un intero canestro di dolci. La notte successiva, mentre era sprofondata nel sonno, lo zio le riempì il reggiseno di caramelle e cioccolatini che lei gustò appena si fu svegliata.

Don Rocco Cirmi era fratello del mio nonno materno, Gesualdo. Alto circa un metro e settanta, ben piantato, rotondetto, capelli e lunghi baffi brizzolati, era un tipo brioso, pieno di vitalità; quando scendeva da cavallo o dal calesse, saltava con l'agilità di un grillo. Scherzava con tutti, prendeva davvero la vita come viene. Era fattore di un ricco proprietario terriero, credo blasonato. In casa teneva il ben di dio di frutti della terra. Ne sapevano qualcosa i vicini, per la sua grande generosità. I suoi due figli vivevano da anni in Argentina.

Quando i miei genitori per la festa di Santo Rocco, patrono del paese, che cade nel periodo delle feste di Ferragosto, mi portavano a Scordia dai nonni materni, il mio primo pensiero era di andare a trovare lo zio Rocco. Abitava in un'ampia casa a piano terra su una strada in terra battuta, parallela al corso principale, l'unica via allora lastricata in pietra lavica. Quasi tutte le case di quel quartiere erano ad una sola elevazione fuori terra e la strada, dove razzolavano galline e qualche tacchino, era transitata da muli e carretti all'alba, quando gli uomini andavano nelle terre, o al calar della sera, quando rincasavano.

Lo zio Rocco era solito uscire di casa qualche ora dopo il sorgere del sole. Veniva a prenderlo con le mule o con un calesse un campiere. Non appena si affacciava alla porta di casa, col fucile appeso in spalla, incominciavano i saluti e le battute stuzzicanti delle vicine, già intente a governare le galline o a lavare la biancheria nelle tinozze, alle quali non sfuggiva l'apparizione o il passaggio di don Rocco Cirmi, anche perché bastava la sua voce baritonale, mentre si rivolgeva al campiere, a richiamare la sua attenzione. Era subito un coro di saluti e di battute in quel curioso dialetto quasi armonioso.

«Bongiornu, don Roccu. Chi dici donna Saridda? Dormi ancora?»

«Bongiornu, donna Pippinedda. Dormi a nicaredda, si riposa. N'aviti'nvidia?»

«'Nvidia 'gnornò ppi donna Saridda. Chiuttostu vi raccuman­nu, don Roccu, nun l'ammazzati tutti 1'acidduzzi; lassàtili dui supra a 1'àrburi.»

E la risposta di don Rocco era pronta: «Nun ci pinsati, vi nni portu unu a 1'unu! V'i portu comu li vuliti, chi pinni e senza pin­ni. Si vuliti, v'i portu senza l'ali.»

E mentre il calesse o il mulo si allontanava, si perdevano per strade le battute, alle quali le donne tenevano testa.

La sera, dopo le giornate di caldo intenso di luglio e di agosto, davanti alla porta di casa dello zio Rocco, i vicini gli sedevano attorno a godere il fresco. Ognuno di loro, donna o uomo, si trascinava dietro da casa la sedia. Il sabato e nei giorni, festivi si intrattenevano fin oltre la mezzanotte, mentre la zia Saridda andava a letto presto. Ed era un crescendo di risate. Don Rocco raccontava fatti e barzellette e tutti a ridere con lui, che, man mano che andava avanti nel raccontare; con un grande fazzoletto marrone si asciugava lacrime grosse come ceci.

Quando aveva qualche anno di meno, mi raccontarono, scommise con le donne di quella strada, con le quali aveva l'abitudine di scherzare, che le avrebbe baciate tutte senza esclusione. «schiette e maritate».

Dopo la sfida lasciò passare alcuni mesi e una mattina, indossato il miglior abito di cui disponeva, scarpine nere lucide e cappello a falde abbassate, uscì di casa tornando dopo pochi minuti in carrozza. Caricò su di essa due grandi valigie e diede ordine al cocchiere, ad alta voce perché tutti sentissero, di portarle alla stazione.

Alle donne, affollatesi davanti alla sua porta per sapere dove andasse ed il perché di una partenza tanto improvvisa, disse: «Parto per l'America longa,' vado a trovare i miei figli. Se non disturbo, più tardi passo a salutarvi. Comunque, state tranquille che tornerò.»

Dopo qualche ora passò da una casa all'altra, baciando tutte le donne che incontrava, «schiette e maritate»; gli uomini erano a lavorare nelle terre. Baciava e si asciugava le lacrime che, quand'egli lo voleva, come da un rubinetto scendevano abbondanti.

Aveva appena completato il giro che, così come aveva concordato col cocchiere, ricomparve la carrozza davanti casa sua e non per rilevarlo e portarlo alla stazione, come pensarono subito le donne, ma per riportare indietro le due valigie che nella mattinata aveva lasciato al fratello, che abitava nelle vicinanze della stazione ferroviaria.

Le donne, vittime della beffa, volevano ammazzarlo ed egli fu costretto a chiudersi in casa.

Le aveva baciate tutte e vinto la scommessa. Ma questo non fu né il primo né l'ultimo scherzo della sua vita e tutti gli volevano bene.

 

 

 

IL MIO MAESTRO ALOISI

 

La quarta elementare era ospitata in una baracca, costruita dopo il terremoto del 1908, in fondo allo stretto Montecroce, sulla sinistra, quasi a ridosso della collina. Una baracca priva di servizi igienici.

E noi ragazzi eravamo costretti a fare i nostri bisogni all'aperto... Là dietro. Nei mesi invernali soffrivamo terribilmente il freddo.

Il maestro, Michele Aloisi, un uomo robusto, sui cinquant'anni, con pochi capelli brizzolati, era un invalido: aveva perduto una gamba nella prima guerra mondiale.

Di prima mattina, da piazza XXVII Luglio, dove abitava, col bastone a sostegno della gamba di legno; raggiungeva la parte retrostante della baracca, dove sotto una specie di tettoia di canne s'era costruito un pollaio.

Alle otto e trenta, quando la scolaresca entrava in aula, il capoclasse lo avvertiva ed egli, con passo cadenzato, appoggiato all'inseparabile bastone e con la pipa in bocca, prendeva posto in cattedra.

Appena arrivava sulla porta che dava sul cortile, scattavamo in piedi e vi restavamo fino a quando egli con ampio gesto faceva segno di sedere.

Chiamava l'appello e subito dopo invitava gli assenti del giorno precedente a presentare le giustificazioni. Se qualcuno non era in condizione di farlo, veniva allontanato per ritornare in classe accompagnato dai genitori. Non tollerava che i suoi alunni marinassero la scuola.

Bravo e meticoloso, quando spiegava la lezione pretendeva la massima attenzione. Nei giorni in cui assegnava compito in classe, il che avveniva molto spesso, accendeva la pipa, invitava il capoclasse, incaricato di fare osservare il silenzio, a prendere il suo posto, afferrava il bastone, che teneva sempre a portata di mano, e tornava nel pollaio a governare le galline.

A noi scolari dava del voi, quasi a mantenere le distanze. Quando sorprendeva qualcuno impreparato o lo sapeva responsabile di marachelle, lo chiamava, gli indicava il sacramento - così chiamava una bacchetta di legno che teneva su un vecchio armadio vicino alla cattedra, in cui conservava libri e scartoffie - e gli ingiungeva di prenderlo.

Rifiutarsi era impossibile perché minacciava col bastone e alzava la voce: «Vi ho detto: prendete il sacramento e portatemelo qua.»

Avuta in mano la bacchetta - era lunga oltre un metro -, gliela passava e ripassava sotto il naso due tre volte, dicendogli: «Ciauriàti, fiutate ancora e ora giràtivi.»

Lo faceva accostare e lo batteva con forza ripetutamente sulle spalle. Quando si stancava di colpire, lo invitava a rigirarsi, gli consegnava il sacramento perché lo rimettesse al suo posto.

Un giorno, spiegandoci il fenomeno dei terremoti e dei maremoti, ci disse che la Sicilia, non ricordo secondo quale profezia, nel 1936 sarebbe sprofondata nel mare, per cui egli, prima di allora, si sarebbe trasferito nel continente. Dopo molti anni, ho appreso che si era trasferito a Messina, dove era morto in età avanzata. La moglie del maestro, una donna minuta, sulla cinquantina, dedita alla casa, ogni mattina puntualmente, attraverso vico Concordia, via Operai e Ugo di Sant'Onofrio, si portava alla stazione ferroviaria, dieci minuti prima della partenza del treno delle sette, per consegnare al primo conoscente che incontrasse, professionista, commerciante o impiegato che fosse, un pacchetto con dentro le uova fresche delle galline governate dal marito, pregandolo di portarlo a casa delle figliole che studiavano a Messina.

Era conosciuta dai viaggiatori abituali, per cui, non appena la vedevano spuntare dal passaggio a livello di via Ugo di S. Onofrio, tutti facevano a gara per nascondersi. Ma lei, che lo sapeva, imperterrita, tanto girava tra le sale di attesa o nel piazzale della stazione, fino a quando trovava la vittima a cui affidare le uova fresche, che qualche volta non arrivavano a destinazione.

 

 

 

UN ANGOLO DEL CENTRO STORICO

 

In un angolo del centro storico, tra la Via Garibaldi e la via Longo, gestiva una bottega di generi vari, dai legumi al solfato di rame, alle ferramenta, all'ammoniaca, don Luigi Sindoni, un uomo anziano di media statura, panciuto, dai folti baffi bianchi che, quando parlava, impasticciava tra le labbra e i denti. Stava sempre in maniche di camicia e bretelle.

Questo bel vecchio barcellonese, tipo estroso, era fratello di Turillo, scultore di valore, al quale il Comune, che lo aveva mantenuto agli studi, dopo la prima guerra mondiale aveva fornito il bronzo necessario per realizzare un monumento ai caduti che egli non fece mai, perché pretendeva chissà che cosa. I vecchi del paese raccontano che non restituì mai il bronzo.

` Accanto a don Luigi, nella Via Garibaldi, la signorina Agata Coppolino, meglio conosciuta come «donn'Agata, l'orba», gestiva un negozietto di merceria.

Era una vecchia fortemente miope, la bocca priva di denti, il naso adunco, e il mento sporgente che le dava un aspetto da befana. Lentissima nei movimenti, serviva i clienti biascicando arcane litanie.

Vendeva aghi a tre un soldo: li estraeva uno dopo l'altro da una bustina, li posava sul bancone, ritirava il soldo e, così come faceva per ogni ago, lo portava all'altezza dell'occhio destro per controllare, apriva il cassetto e lo spingeva dentro con il dorso della mano. Con uno straccio, che teneva appeso ad un chiodo accanto al cassetto, si puliva le mani perché sosteneva che la moneta è veicolo di infezioni, avvolgeva con snervante lentezza gli aghi in un quadrettino di carta velina e li consegnava con tutta calma al cliente. Quando le facevano premura, reagiva gridando.

Lo stesso rito si ripeteva per i bottoni. Li tirava fuori da uno scatolino ad uno ad uno, li allineava sul bancone e poi, piegando la testa bianca come un pappagallo che voglia guardare davanti a sé, li contava, li avvolgeva nella cartina e, dopo aver ritirato la monetina e pulito le mani, li consegnava al cliente.

Usciva da dietro il bancone per cacciare quei «maleducati» che la ingiuriavano: «Agata, l'orba», o per andare a casa.

Di fronte a donn'Agata abitava don Paolino Motta, proprietario terriero, più noto col soprannome di «don Paolino, brodo». Ogni mattina la moglie, donna Ersilia, si affacciava al balcone e quando il marito, con la sporta per la spesa in mano, sbucava da vico Neve, dove si apriva il portoncino della loro casa, lo chiamava a gran voce per ricordargli gli acquisti da fare. Spesso, nel periodo invernale, la si sentiva gridare: «Paolo, ricordati di portarmi u cularinu...»'

Don Paolino «brodo», ammalato di diabete, dopo la morte della moglie, divenuto cieco, non uscì più di casa. Negli ultimi mesi restò a letto. I medici avevano ordinato di evitare di fargli ingerire liquidi, per cui quando aveva sete e chiedeva acqua, la figlia che lo assisteva, prendeva una foglia di alloro, che teneva sul comodino immersa in un bicchiere, gli bagnava le labbra e tornava a sedersi accanto al capezzale, ripetendo la litania: «Morto è..., sta morendo!»

Don Paolino, che aveva un udito finissimo, replicava: «Non moru, non moru, dammi l'acqua; quannu moru Cu dicu iu...»

 

 

 

LA SIGNORA ROSINA

 

«Adolfo,Adolfo!» «Rosina!»

«Non dimenticare, Adolfo..., la carne, fattela tagliare a fettine.» «Sì, sì, ho capito, me lo hai già detto, Rosina. Va bene, statti tranquilla.»

«Adolfo, ricordati, non dimenticarlo..., le braciolettine, per favore..., e poi... Adolfo...»

«Dimmi, Rosina, dimmi!»

«Dicevo... e poi, compra cento grammi di parmigiano per grattugiarlo sopra la pasta al pomodoro con le melanzane fritte.» «Va bene, va bene, Rosina, ciao.»

«Ti raccomando, braciolettine e parmigiano!»

Quando poi si trattava di pesce, la raccomandazione era più particolareggiata:

«Adolfo, ti volevo dire di stare attento che sia fresco il pesce. Hai capito, Adolfo? E che sia di taglio, possibilmente pesce spa­da, a fette, per farlo alla brace!»

«Sì, Rosina, ho capito, va bene, ciao!»

«Senti, Adolfo, se non trovi pesce spada, vedi per le triglie; che siano fresche, però: alla griglia sono ottime.»

«Sì, va bene, Rosina, ho capito, ciao.»

«Non portare pesce azzurro; nel caso non trovassi le triglie, prova per il merluzzo; guardagli le branchie: devono essere rosse rosse; lo facciamo in umido. Cerca di non tardare, Adolfo!» «Va bene, va bene, Rosina, ciao, torno subito.»

Ogni mattina, verso le nove, il cavaliere Adolfo Stifanelli, funzionario dello Stato in pensione, usciva di casa, un appartamentino a piano terra con portoncino e persiane verdi alle finestre, per andare al centro a fare la spesa. La moglie, signora Rosina Crisafulli, con la spazzola in mano, lo accompagnava sin fuori, gli sistemava la cravatta, gli dava l'ultimo colpetto sulle spalle e con gli occhi lo seguiva per tutta la via Duca d'Aosta.

Quando il cavaliere Stifanelli, con procedere lento, era sul punto di svoltare verso la via San Giovanni, la signora Rosina lo chiamava.

Era tanta l'abitudine che il cavaliere, quando arrivava all'incrocio, si fermava quasi automaticamente e si girava per ascoltare le ultime raccomandazioni.

I poveri dell'ospizio, seduti sul marciapiede, assistevano alla scena, rimestando in bocca «grumate» di saliva e sospirando, mentre i vicini, da dietro i balconi e le finestre, origliavano per conoscere il menù della giornata di casa Stifanelli.

 

 

 

AVVOCATO. BASTA!

 

Si poteva dire che vivesse per mangiare e bere. E ne aveva... di corpo da nutrire! Il suo grasso ventre straripava dal gilé e un filo di pappagorgia incorniciava la sua faccia rubiconda.

Con tutto ciò aveva un aspetto distinto, forse per l'altezza, o per gli abbondanti capelli brizzolati che gli facevano cornice al volto.

Era presidente del tribunale, e in questa sua qualità doveva amministrare la giustizia, ma spesso ciò avveniva sotto l'influenza delle sue incolmabili necessità alimentari.

Non declinava mai un invito a simposi, banchetti e scampagnate; allora era pronto ad abbandonare ufficio e famiglia. È vero che qualche volta gli inviti non erano disinteressati, e lo sapeva, ma di fronte alle esigenze del suo stomaco non andava per il sottile.

Un giorno ricevette un allettante invito ad una scampagnata, ma era una giornata d'udienza; così chiamò da parte gli avvocati e li pregò di essere brevi, perché aveva un impegno indilazionabile. «Tagliare, tagliare... Ve ne prego.».

La raccomandazione fu tenuta in conto così... che rimase per ore allo scanno della presidenza, sempre più distratto, senza distinguere le parole del difensore da quelle dell'accusatore.

Il suo pensiero correva fin nelle campagne di Librizzi, sotto l'immenso gelso. Si vedeva davanti al forno gustare i profumi del capretto, di quelle patatine novelle e delle cipolline dorate che avrebbe affogato in abbondante vino.

L'attesa forzata si protraeva, lo faceva soffrire, lo rendeva cupo smanioso nervoso. Sentiva vibranti stimoli di fame e sete e ingoiava abbondante saliva, che le ghiandole, stimolate dal desiderio, secernevano copiosamente, inondandogli la gola.

Gli amici che lo avevano invitato e che lo dovevano accompagnare, stanchi di attendere nel piazzale antistante il tribunale, si erano sistemati in un angolo dell'aula dell'udienza e uno di essi, di quando in quando, per sollecitarlo, tirava fuori dal taschino la padella con la lunga catena e la faceva oscillare a mo' di pendolo.

Egli si torceva sulla sedia, come scosso da un improvviso brivido, con la mano faceva segno di attendere. Sudava, si asciugava la fronte, guardava l'oratore e, aprendo e chiudendo la mano raccolta a conchiglia, gli faceva segno di concludere. Quando si accorse che le sue continue sollecitazioni cadevano nel vuoto, perdette la pazienza. Si alzò, gridando: «Avvocato, basta! Basta, avvocato! Ho capito tutto. Non ne posso più!»

L'avvocato cadde sulla sedia finalmente ammutolito e il presidente, dichiarando di sentirsi male, rinviò l'udienza ad altra data.

 

 

 

IL PROFESSORE MAZZÙ

 

Ogni mattina lo stesso tragitto. Usciva dalla casa di via Alessandro Volta, dopo aver salutato la moglie, una donnetta malandata in salute, e i due figli, il maschio e la femmina, ormai maggiorenni, attraversava il corso Garibaldi, poi, dopo la consueta breve sosta alla farmacia Bucolo per una risata grassa che richiamava l'attenzione dei passanti, si portava al caffè Duilio. Lungo il tragitto si fermava di quando in quando, raschiava la gola incatramata e lasciava correre sputacchi grumosi.

Malgrado gli rendessero la vita impossibile, andava a sedersi fra quei due, mister Bruno e Nino La Rosa, due scansafatiche che ammazzavano il tempo sfottendo il prossimo.

A cominciare era sempre mister Bruno; guardava il professor Mazzù, fisso fisso, quel corpo tarchiato sul quale si elevava un pennacchio di cappello vecchio e bisunto, che appena arrivava a coprirgli il testone e lo apostrofava: «Professore, se Mussolini, con la sua testa l'hanno fatto ministru, voi almeno vi devono fare ministruni.»

Mazzù, di professione fotografo senza clienti, passava i suoi pomeriggi a parlare di politica e a criticare la gente. Talvolta si intratteneva con studenti del liceo, argomentando sulle cose più. disparate, e, quando non finiva a bastonate, ne riportava qualche sonora pernacchia, alla quale pronto rispondeva: «A sòreta!» Un giorno venne alle mani con Nino La Rosa, e andò a finire sotto i tavolini del bar, per scansare un colpo di sedia. Quando ne venne fuori, mentre andava spolverandosi il vestito, proclamò: «Quando ci vogliono, le bastonate sono meglio del pane!» Come se le avesse date e non prese.

Dopo la guerra, nella mia qualità di presidente della Provincia, ero andato a visitare l'ospedale psichiatrico «Mandalari» di Messina. In uno dei ricoverati riconobbi il professor Mazzù. I figli se ne erano liberati, facendolo dichiarare infermo di mente, ma non lo era.

 

 

 

GLIEL'HO MANDATA IN BUSTA»

 

Subito dopo la distribuzione della posta, che nelle postazioni di Sikià, sulla costa del Peloponneso, tra le paludi e il mare, arrivava una volta alla settimana, si presentò alla mia tenda con un pacchetto di lettere in mano: «Signor tenente, mi perdoni se la disturbo! Mi capitano cose da pazzi! Favole, signor tenente, favole! »

«Cosa ti è successo?» gli domandai.

Abbozzò una smorfia, più che un sorriso: «Mi ha scritto 'Ntonia, la mia fidanzata, dice che è gravida e vuole che chieda la licenza per matrimonio.»

«Ho capito! » gli dissi, senza badar tanto alle sue parole. «Espediente per ottenere la licenza! Non ti illudere, Stefano!» «No! Nossignore, signor tenente,» replicò, «lo giuro su mia madre. Si è presentata anche ai miei genitori per dire che debbo rientrare in Italia per sposarla, perché si trova in stato interessante.» «Ma va', Stefano, che vai dicendo? È una stupida trovala per ottenere la licenza. Capisco che dopo due anni di lontananza...» «Nossignore, signore tenente,» mi interruppe, «mi perdoni, non si tratta di mia invenzione. Me lo ha scritto anche mio fratello.» «Allora, è pazza!» esclamai.

«Non è pazza,» riprese, «non è pazza, è puttana. Mio fratello l'ha cacciata di casa, quella troia, non appena è andata a raccontargli di essere gravida. Aveva prurito, chissà da chi si è fatta sbattere e ora va cercando un becco che si prenda la responsabilità!»

Ancora incredulo, gli chiesi: «Ma Stefano, stai parlando seriamente? È probabile che si sia divertita con altri, ma non è possibile che incolpi te che manchi dall'Italia da due anni.»

«Lei ha ragione, signor tenente; è da non credersi, ma io non scherzo: non mi permetterei con lei. Qui ho le lettere. Vuole leggerle?» E senza attendere risposta, me le porse.

La prima era della madre: lo informava che «quella scanfarda di 'Ntonia s'è presentata a casa dicendo di essere prena e di scriverti di venire in licenza per sposarla».

Il fratello con altra lettera gli confermava la notizia, aggiungendo: «L'ho cacciata via e s'è messa a gridare. L'ho presa per il tuppo dei capelli e l'ho trascinata di fuori, come 'na cagna, quella donnaccia. Ha detto che, se non la sposi, ci denunzia tutti.»

La terza lettera era della fidanzata e a colpi di «Carissimo Fa­nino, amoruzzo mio», dopo averlo informato d'essere gravida, lo supplicava di chiedere licenza per matrimonio e, giurandogli lo stesso eterno amore, concludeva: «Fanino mio caro, se tu non vieni presto, amoruzzo mio, io moru.»

Non credevo ai miei occhi. Allibito, gli restituii le lettere: «Che ci vuoi fare, Stefano? Cose che succedono!»

«Adesso ci crede, signor tenente? Ha visto che pezzo di put­tana che avevo per fidanzata? La cosa gliel'ho mandata in busta alla scanfarda e l'ho messa in stato interessante! Cose da pazzi! Chi cci nni pari, signor tenente?»

«Stefano, che vuoi che ti dica? Mandala a quel paese. Non pensarci più. Ti tocca ringraziare Dio che t'è andata così. Era meglio se ti metteva le corna dopo sposato?» tentai di consolarlo. «E io l'ammazzavo, signor tenente!»

«Stefano, lascia stare, non si ammazza nessuno.»

Stefano Cicuti, un contadino alto e robusto, con voce metallica, della classe 1913, proveniva dalla piana di Milazzo. Era stato richiamato nel 1940 e mancava dall'Italia da quando si era imbarcato a Barí per andare a combattere sul fronte greco-albanese con il terzo reggimento di fanteria. Da allora non aveva go­duto di un solo giorno di licenza.

In piedi di fronte a me, girava a rigirava quelle lettere e non si dava pace.

Se avesse avuto la possibilità di rientrare in patria si sarebbe messo certamente nei guai. Per quanto sembrasse un tipo calmo, di quelli che prendono il mondo come viene, il colpo era stato troppo pesante, e si rodeva dalla rabbia. Di quando in quando andava ripetendo, sconsolato: «Troia scanfarda.»

Emanuele Nania, il mio attendente, anch'egli della piana di Milazzo, un omone di un metro e ottanta che, a pochi passi dalla tenda, su un fornellino a brace, arrostiva un cefalo appena pescato per la mia cena e aveva udito tutto, lo confortò: «Stefano, non ti angustiare; ha ragione il tenente, ti è andata bene. Meglio che abbia sbagliato adesso. 'Ntonia non era per te. Si capiva che '`a columbrina, lettu 'ca frinza nun nni viria".»

Stefano Cicuti abbozzò un saluto e triste triste si avviò verso la sua postazione, guardando, al di là della penísoletta di Katacolon, il sole che lentamente si inabissava nel mare, lontano lontano, oltre la sua Sicilia. Anche nel suo cuore calavano le tenebre.

 

 

 

IL CAVALIERE TRECARICHI

 

«Gazzettaaaa..., l'Inghilterra si calau i càusi», strillava con la sua voce nasale il cavaliere Trecarichi, con gli occhi tappati rivolti al cielo, strascicando i piedi, mentre la moglie se lo tirava dietro per mano.

Era un vecchietto cieco dalla nascita, irascibile, di appena un metro e cinquantacinque, sempre con la moglie accanto, una vecchina arzilla della sua stessa età e statura; se ne andava a riti rare i giornali all'arrivo dei primi treni e, risalendo la via Roma, li bandiva subito per le strade.

Mister Bruno, che da quando era scoppiata la guerra d'Africa bivaccava quasi tutta la giornata al caffè Duilio, e se ne stava a sfotticchiare la gente, fascisti compresi, richiesto di suggerire, come ogni mattina, la notizia più importante, dopo una rapidissima scorsa ai titoli e sottotitoli, quel giorno gli aveva suggerito: «L'Inghilterra si calau i càusi», e il cavaliere Trecarichi, paglietta in testa, fiducioso la ripeteva per le strade.

Se, mentre bandiva, s'imbatteva, e gli capitava spesso, in qualche pernacchia di giovinastri, rimbeccava cantilenando: «Alla... di tua madre», poi scaricava sulla povera moglie, che tentava di calmarlo, una dose similare di improperi.

Acceso antifascista, non ebbe il piacere di sopravvivere alla caduta del regime, da lui tante volte profetizzata.

 

 

 

PADRE PUDDU

 

Monsignor Giuseppe Aliquò era un omone di oltre un metro e ottanta, con la pancia di una gestante di nove mesi. Un faccio­ne e lunghe grosse pesanti mani. Molto distinto e impeccabile nell'abito talare, con le scarpine lucide alte con fibbia bianco-argentea, tipica del prelato. Era cameriere segreto del papa,

Monsignor Giuseppe Aliquò, che tutti chiamavano «padre Puddu», insegnò per molti anni religione al liceo-ginnasio «Valli» di Barcellona Pozzo di Gotto.

Nella sua ora era baldoria: pallottole di carta e schiamazzi. Egli si alzava in piedi, abbassava gli occhiali sulla punta del naso e ripeteva: «Sono tre o quattro; sì, sono tre o quattro, sempre gli stessi. Li ho già individuati (e non era vero); prendo nota sul mio taccuino e li faccio sospendere dalle lezioni. Sono tre o quattro, a momenti li caccio fuori.»

Per pochi minuti si faceva silenzio, ma non appena egli tornava a sedere, la classe si scatenava di nuovo. Se riusciva ad individuare qualcuno, scendeva dalla cattedra, si avviava verso i banchi, fingendo di puntare verso la fila opposta e improvvisamente si girava e con mano pesante colpiva il bersaglio.

Una volta tentò di darmi uno schiaffo, ma io feci in tempo ad abbassare la testa sotto i1 banco ed egli sbatté la mano contro lo spigolo...

Un giorno, alla chiusura dell'anno scolastico, passando col mio compagno di banco, Sebastiano Cortese, dalla via Regina Margherita, dove padre Puddu abitava assieme alla sorella in una casa a piano terra, pensammo di andarlo a salutare. Bussammo ai vetri della porta, che di giorno era con le imposte aperte; venne ad aprirci la sorella.

«Cosa volete? Chi siete?»

«È finita la scuola e siamo venuti a salutare padre Puddu.» «Ma voi chi siete?» ripeté alzando la voce. «Come vi chiamate?» Sentiti i nostri cognomi, ci disse: «Aspettate un momento.» Passò nell'altra stanza e tornò con un bastone gridando: «Mio fratello, lo dovete lasciare in pace... Ragazzacci che non siete altro! Venite a disturbarlo fino a casa. Vi sistemo io a legnate.» L'anziana donna ci conosceva tutti per nome, perché padre Puddu, quando rientrava a casa stanco delle nostre marachelle, le raccontava tutto e concludeva: «Lia, bugghiu, bugghiu, Lia. Non ce la faccio più.»

Il poveraccio non si poteva permettere neanche lo sfogo di una bestemmia.

Tutti i pomeriggi, attraverso la via Umberto I, a piedi, raggiungeva il manicomio giudiziario, dove esercitava la funzione di cappellano.

Prelato molto apprezzato presso la curia arcivescovile di Messina, riscuoteva molta stima e simpatia in città. Aveva sem­pre buone parole per tutti e gioiva quando veniva a sapere che qualcuno dei suoi antichi alunni attaccabrighe s'era affermato nella vita.

A pochi anni dalla sua morte, il Consiglio comunale della città ch'egli tanto aveva amato, su mia proposta, decise alla unanimità di intestare al suo nome la salita dei basiliani, la strada ch'egli aveva percorso quotidianamente per tutta una vita.

 

 

 

MASTRO SCIMUNI

 

Tra i ricordi del piccolo mondo della mia fanciullezza, mondo di lavoratori, di gente scalza, di vecchie case prive di acqua, di rare scuole, di qualche bar miserello con un bancone stento incappucciato di mosche, di poche strade a fondo naturale, che le prime lacrime di pioggia facevano pantano, prive di fogne e scarsamente illuminate, di ferrovie, di carretti e carrozze, rivivono anche le numerose botteghe artigiane e i loro maestri.

Non sarebbe difficile, anche a distanza di tantissimi anni, localizzarle e dare loro un nome e un volto.

Erano botteghe di fabbri, di falegnami, ebanisti, maniscalchi, marmisti, di riparatori e noleggiatori di biciclette, sarti, calzolai, meccanici, cappellai, sellai, carrozzieri, carrettai, elettricisti, pastai, magliai, pantalonai, camiciai, barbieri, pittori di carri, stagnini, fornai, fornaciai, «quartarari», bottai, «critari», testimonianze tutte della grande operosità della mia cittadina.

Le botteghe più rumorose sorgevano in via Operai e in periferia, quelle dei fornaciai e dei «quartarari» nella via Quartarari, oggi via Cairoli e nella via Dei Mille, quelle dei sellai e dei maniscalchi nella via Statale; le altre, dei mestieri cosiddetti puliti, nelle vie del centro. Attività importanti che, assieme a quelle commerciali, agricole e zootecniche, rappresentavano il grosso dell'economia della città.

Di molte di esse, purtroppo, è rimasto appena il ricordo. Di quei bravi artigiani pochissimi i figli che hanno continuato a gestire le botteghe. Ognuno, per meriti, virtù, difetti o abitudini particolari potrebbe essere immortalato.

Di tutti, mi è rimasto impresso un instancabile costruttore di botti.

L'attività dei bottai era fiorente. particolarmente per via delle forniture destinate ai salatoi di scorze di limoni e di arance lavorate nei numerosi magazzini dei paese e di alcuni piccoli centri della provincia.

Quasi tutti gli opifici dei bottai sorgevano nella via Statale e nella via Medici, quello di mastro Scimuni in piazza Vittorie Emanuele III, all'angolo di via Ugo di S. Onofrio di  fronte a palazzo Nicolaci.

Alto, asciutto, tutto muscoli, costantemente spettinato, nervoso, era uno dei migliori artigiani della zona. Lo aiutavano i figli. Iniziava l'attività all'alba e smetteva a sera, con un breve intervallo per il pasto del mezzogiorno.

Era impressionante lo snodarsi convulso delle braccia e delle gambe sincronizzato con il contorcersi con rapidi scatti dei corpo di «mastro Scimuni». Brandiva la mazza con grande arte; a chi lo guardava, per la velocità impressa, dava l'impressione che il pesante maglio gli dovesse sfuggire di mano da un momento all'altro.

Girando attorno come in una danza tribale, colpiva a ritmo serrato i cerchioni dì ferro, dentro cui si assestavano, gemendo sotto le fiamme dei trucioli, le doghe.

Tranne che nelle giornale di pioggia, lavorava d'estate e d`inverno all'aperto. davanti alla bottega, sopra la quale, in alcune stanze che prendevano luce da un abbaino prospiciente la piazza, viveva con moglie e figli.

Era parco nel mangiare; in compenso beveva molto.

Una sera, dopo tutta una giornata di fatiche, afferrò un decalitro di vino, allargò le gambe tremanti sotto i1 peso, lo sollevò al di sopra della testa, spinta all'indietro, spalancò !a bocca e bevve a garganella, senza prendere fiato, fino all’ultima goccia.

Quando ebbe finito, scaraventò lontano il recipiente, si scosse duramente, come un cavallo dopo l'abbeverata, e curvo e barcollante scomparve nella bottega. Qualche minuto dopo si affacciò all'abbaino, chiamando a gran voce i passanti e, gridando: «Volli, volu», si lanciò a braccia aperte nel vuoto.

Si fratturò gambe e braccia. Dopo alcuni mesi di ospedale, quando tornò al lavoro, aveva smesso di bere, ma le braccia e le gambe non ressero più alle fatiche del pesante maglio che, per tutta la vita, aveva fatto saltare, come per un gioco, da una mano all'altra, plasmando le doghe delle botti.

 

 

 

PEPPE LA MAESTRA

 

A1 ritorno dalla prigionia in Germania, lo rividi mentre in piedi su una sedia arringava la folla contro il re e la monarchia, in piazza San Sebastiano. Ogni sua frase, i giovani monarchici la commentavano con pernacchie. Egli reagiva prontamente con insulti e ingiurie, ribadendo con foga le sue idee. Incominciava allora tutta una serie di schermaglie tra monarchici e repubblicani, in vista del referendum.

Gli anziani, la maggioranza dell'uditorio, lo ascoltavano con annoiata diffidenza, convinti com'erano che l'avvento della repubblica sarebbe stato un nuovo disastro, dopo quello della guerra.

Per loro, tutte le responsabilità erano da attribuirsi a Mussolini e a quei generali che avevano tradito. Il re non lo si doveva chiamare in causa, anzi giudicavano un fatto gravissimo che si parlasse di lui impunemente nelle piazze.

Parlarne era invece uno dei segni più evidenti dei tempi nuovi che andavano maturando; i primi vagiti di una libertà neonata, della quale successivamente si fece scempio.

Peppe La Maestra, che aveva più di altri sofferto fame e privazioni, nelle ore più impensate della giornata, saliva su una sedia, un tavolo, un muricciolo e improvvisava comizi contro la monarchia e Vittorio Emanuele: «Ha abdicato ai suoi doveri costituzionali; ha lasciato che Mussolini trascinasse il paese in una guerra che il popolo italiano non sentiva. Un maestro, un morto di fame, s'è permesso di sfidare anche l'America, la nazione più ricca del mondo, che ha dato pane e lavoro a tanti poveri emigranti italiani. Questo re traditore, dopo l'armistizio se 1'è data a gambe da Roma, s'è andato a rintanare a Brindisi e ha lasciato i militari, sui vari fronti di guerra, abbandonati a se stessi.»

Quel re, insomma, doveva andarsene: la monarchia aveva esaurito il suo ruolo storico, doveva cedere il passo definitivamente alla repubblica.

Spregiudicati politicanti locali preparavano la loro base elettorale, già si preannunziavano le elezioni comunali, sfruttando l'acredine e la mania oratoria di Peppe La Maestra, che, ben foraggiato di alcool, che essi stessi gli offrivano, si metteva inconsapevolmente al loro servizio.

A vederlo mal vestito, stravolto e sempre alle prese con giovinastri ironici e sfottivi, provai una gran pena, avrei tanto voluto sottrarlo a chi si prendeva gioco di lui e delle sue idee.

Apprezzatissimo pasticcere, Peppe La Maestra era precipitato nella miseria dopo una procedura fallimentare, poco prima della guerra d'Africa. Per sopravvivere si era messo a fare l'ambulante di dolciumi e gelati, secondo la stagione.

Lo ricordo sul piazzale dei basiliani, alla porta del liceo-ginnasio, col suo grande vassoio di legno, colmo di fragranti paste e cannoli di crema di ricotta.

Arrivava ogni mattina, puntualmente, dopo la seconda ora di lezione, nei dieci minuti della ricreazione e noi studenti piombavamo su quel vassoio come le mosche.

Di tutti noi conosceva nome e cognome, e come un vecchio papà sapeva trovare comprensione per la nostra gola e quando, e capitava spesso, eravamo con le tasche vuote, ci invitava a scegliere lo stesso nel suo vassoio di delizie. Si pagava il giorno dopo. Raramente qualcuno venne meno alla sua fiducia: sapevamo, pur essendo solo ragazzi, che da quel lavoro traeva sostentamento la sua famiglia.

Alla ripresa delle lezioni, che Caffarelli, il bidello, annunziava con una squillante campanella, Peppe La Maestra, col vassoio vuoto sotto il braccio, soddisfatto si allontanava dal piazzale dei basiliani.

D'inverno portava un vecchio cappello schiacciato e una larga mantellina nera gettata sulle spalle, che nelle giornate di pioggia allargava a coprire il vassoio delle paste.

D'estate, al mattino, spingeva il carrettino di ottima granita di limone. Al pomeriggio, erano saporiti gelati. I ragazzini, con il nichelino in mano, lo aspettavano ai margini delle strade, impazienti.

Aveva il laboratorio in via delle Carrozze, dove abitava. Lo aiutava la moglie, una donna molto bella, della quale era assai geloso.

Dopo la guerra, anche se trascinato e coinvolto in problemi istituzionali e sociali più grandi di lui, non smise la sua magra attività di dolciere e gelataio.

Lasciò la Sicilia, intorno agli anni '50, per andare a vivere a Milano, con i figli che vi erano emigrati. Si spense dieci anni dopo, lontano da quella terra che non aveva saputo essere generosa con lui.

 

 

 

IL CIRCOLO DEI NOBILI DI POZZO DI GOTTO

 

Quel circolo lo frequentavano piccoli proprietari terrieri, qualche impiegato comunale e statale, pochi insegnanti e professionisti che Ciccio, il vecchio cameriere, chiamava «cavalieri». Lo fossero realmente, a lui poco interessava, non andava mica per il sottile. Intanto, erano i rappresentanti della piccola borghesia del paese, uomini tanto in vista e questo poteva bastare perché meritassero ogni riguardo e il titolo di cavaliere.

Parecchi di loro passavano le ore libere a giocare a carte per pochi centesimi, altri a chiacchierare, a sparlare della gente, a sfottersi tra loro; in buona parte erano grandi avari, ma non mancavano neanche i veri morti di fame, senza il classico soldo in tasca.

A Pozzo di Gotto, zona particolarmente depressa, che contava però oltre settemila abitanti, non allignava un bar. Tutti i tentativi fallivano sul nascere. E nel centro storico fallirebbero anche oggi.

I pochi proprietari, impiegati o professionisti facoltosi, andavano a sorbire il caffè, seduti di preferenza all'aperto, in piazza San Sebastiano, al circolo dei nobili di Barcellona, sotto gli occhi dei passanti per essere visti e ossequiati.

Staccatosi da Milazzo nel 1639, Pozzo di Gotto si resse come comune autonomo fino al 1836, anno in cui si unì a Barcellona, dando vita al comune di Barcellona Pozzo di Gotto.

Barcellona, che ospitava tutti gli uffici pubblici della città, compresa pretura, stazione ferroviaria e l'importante manicomio giudiziario, costruito nel 1927, e contava diverse nobili famiglie, in buona parte di origine castrense, e proprietari terrieri, si distingueva per l'operosità della sua gente: vi facevano spicco bravi artigiani e commercianti, che facevano chiamare la città «piccola Catania».

Un altro mondo davvero per attività e iniziative rispetto a Pozzo di Gotto e causa della perenne contesa fra gli «affumicati» pozzogottesi e i «mangiacagnoli» barcellonesi, responsabili questi ultimi del decadimento di Pozzo di Gotto, secondo i primi.

Lì, a Pozzo di Gotto, nemmeno i negozi resistevano a lungo, in quanto gli stessi accesi campanilisti pozzogottesi andavano a fare la spesa al di là del torrente Longano che divide le due zone. Cosa che fanno ancor oggi. Poi rientravano a casa portando per tutto il percorso sul palmo della mano, ben in alto per essere in vista, il quarto di chilo di sarde o di acciughe o di cotiche di maiale, dentro abbondante carta paglia perché l'involto apparisse più voluminoso. E a chi chiedeva cosa avessero comprato di buono al mercato, avrebbero risposto senza esitazione: pesce spada o filetto.

Anche le chiese di Pozzo di Gotto la domenica restavano semivuote perché i piccoli borghesi pozzogottesi, meno campanilisti, preferivano ascoltare la messa di mezzogiorno a Barcellona per sfilare all'uscita dal duomo assieme agli aristocratici barcellonesi.

Coinvolto in tale modo di pensare era il circolo di Pozzo di Gotto, chiamato anche il «circolo dell'acqua», che aveva per frequentatori i più avari e squattrinati.

Il povero Ciccio, attento ad attraversare la strada per non finire arrotato da qualche bicicletta, faceva la spola tra il circolo e la fontana di via Teatro Vecchio per servire inappuntabilmente un bicchiere d'acqua ora a questo, ora a quel «cavaliere».

Fra gli altri frequentatori, uno dei più affezionati era don Serafino Trapani, il quale, appena arrivava, ordinava, prima ancora di sedersi, il consueto bicchiere d'acqua ed esordiva: «Sono pieno! Oggi ho mangiato...» Aveva sempre mangiato cernia, pesce spada, filetto, o un galletto tenero tenero; mai una volta che gli avessero cucinato verdura o legumi.

Gli amici del circolo, che conoscevano la sua avarizia, lo stuzzicavano approfondendo i particolari del banchetto ed egli, che non si rendeva conto dello scherno, faceva il loro gioco. Raccontava di veri e propri festini, cibi prelibati e vino delle Pietre Rosse.

Un giorno il farmacista Romano decise di porre fine alle sue vanterie una volta per tutte. Offrì a don Serafino una bella cioccolata, farcita non si sa di quali ingredienti, ma certamente arricchita da un potente emetico, che poco dopo gli fece rimettere anche gli occhi. Nel vomito sparso a terra e impietosamente rimestato, non si trovò l'ombra dei ricchi cibi consumati a pranzo. Saltavano fuori fagioli e solo fagioli, ancora mal digeriti.

II farmacista osservò seraficamente: «Don Serafino, con tutta quell'acqua che ci avete messo sopra, il pesce spada che avete mangiato a pranzo se n'è tornato a mare!»

Terribilmente offeso, da allora il «cavaliere» Trapani abbandonò il vecchio circolo di Pozzo di Gotto, preferendogli quello di Barcellona, dove per la sua boria e le vanterie, oltre che per la mancanza di titoli nobiliari, rimase sempre in secondo piano.

 

 

 

BASTIANO «RICCHIEDDA»

 

È certamente una delle figure più caratteristiche che io abbia incontrato nella mia vita. Un bestione: superava di una decina di centimetri i due metri, era di corporatura robusta con un testone su cui si spalancavano due occhi immensi. Aveva i piedi enormi. Per le sue necessità non esistevano scarpe o abiti belle pronti. La misura più grande di pantaloni gli copriva appena i polpacci; le giacche addosso a lui sembravano gilé e d'inverno portava per coprirsi una coperta sulle spalle. Aveva due piccole pale per mani; con una poteva tranquillamente sollevare cinquanta chili.

La sua voce era cavernosa, usciva come da misteriosi recessi e rimbombava nel largo petto tanto da risultare incomprensibile. A chi non lo conosceva, a vederlo metteva paura.

Lo chiamavano Bastiano «ricchiedda». Ricchiedda era il soprannome che gli avevano maliziosamente "appicciato" per le sue orecchie a sventola.

Chiamarlo col soprannome significava farlo imbestialire, allora prendeva a bestemmiare e insultare.

Erano i momenti in cui la sua presenza incuteva terrore in quei ragazzi che, per gioco, gli si fossero avvicinati troppo. Ma, in realtà, anche allora era innocuo.

Abitava in via S. Giovanni, ospite appena tollerato dai nipoti.

Tutto in lui e per lui era immenso, fuori misura. Mangiava la pasta e le minestre in una grande madia. Soleva sputare abbondantemente sopra i resti del cibo che conservava per il giorno dopo, per evitare che potessero mangiarselo i nipoti.

Usciva di casa al mattino, di buon'ora, e rientrava la sera tardi; lo si poteva incontrare in qualsiasi angolo della città, tranquillo e monumentale, impegnato in lavori pesanti, a cui nessun altro poteva facilmente attendere.

In occasione di feste, nei villaggi e nelle zone periferiche della città, abitualmente veniva organizzata la «ntinna», l'albero della cuccagna: un'enorme pertica, unta di grasso e di sapone da cima a fondo, che i partecipanti alla gara dovevano scalare a forza di braccia.

Bastiano, sollecitato da calorosi applausi, era l'unico a sapere raggiungere la cima, dove stavano appesi i premi: salami, stoccafissi, baccalà e grosse forme di pane.

Generalmente, a coronamento degli spettacoli organizzati per la festa, veniva fatto un ultimo gioco, il cui premio, per chi riusciva a staccarla, era una moneta di cinque lire d'argento saldata sulla parte esterna d'una vecchia padella incrostata di nerofumo e unta d'olio.

Su un palchetto, approntato al centro della piazzetta del villaggio, incitato dalla folla, Ricchiedda batteva con forza, come su un'incudine, sulla grossa testa la padella, ora dalla parte esterna, ora da quella interna, nel tentativo di dissaldare la mo­neta, che dopo quel battere e ribattere, alla fine riusciva ad addentare, schiacciando naso e labbra contro il sudiciume nero dell'utensile. Alternava, senza stancarsi, i colpi di padella sulla testa con dentate poderose, fino a quando riusciva a staccare la moneta.

A conclusione della non lieve fatica, la sua faccia, i suoi capelli apparivano come un tutt'uno nero lucido con due buchi dai quali a stento si scorgevano gli occhi, neri anch'essi. Quelli erano gli unici momenti felici della vita di Ricchíedda, il suo trionfo pubblico.

Tornato dalla prigionia, seppi che Bastiano era morto. Anche la sua scomparsa rappresentava il tramonto di una tradizione e di un costume.

 

 

 

SALVATORE «PIDAZZI»

 

A causa della sproporzionata misura dei piedi, Salvatore Germanó veniva chiamato Salvatore «pidazzi».

Nipote di Bastiano «rîcchiedda» non aveva, come si suol dire, né arte né parte, né tanto meno voglia di lavorare. Pidazzi visse di espedienti fino a quando non fu assunto da un messine­se, don Vincenzo Scuderi, gestore della casa di tolleranza, aperta a «o livitu», un quartiere di Pozzo di Gotto, agli inizi della seconda guerra mondiale.

Le poverette, che vendevano la loro carne nei bordelli, ogni quindici giorni si davano il cambio, passando da una città all'altra. Così, ogni quindicina, all'arrivo della «merce fresca», Pidazzi. seduto tutto allegro e sorridente in cassetta accanto al cocchiere, che lungo tutto il percorso faceva schioccare la frusta per richiamare l'attenzione dei passanti, le portava in giro per la città, esposte in carrozza scoperta, come il pesce vivo nelle ceste degli ambulanti e, felice del ruolo che esercitava, con grida e fischi gioiosi chiamava a raccolta amici e conoscenti.

Le femmine, cosce e seno in libertà tra gli abiti quasi sempre variopinti, unghia e labbra di fuoco e sigarette in bocca, segni a quel tempi inconfondibili delle donne di malaffare, con gesti e sorrisi accattivanti stuzzicavano i sensi della «gioventù mascolina» e l'indignazione degli anziani e delle donne gelose e preoccupate che venissero adescati mariti, figli e fidanzati.

La stessa scena si ripeteva a giorni alterni quando le donne, sempre in carrozza, in compagnia di Pidazzi, si recavano dall'ufficiale sanitario per sottoporsi a visita medica, come pre­vedevano le norme di allora.

Salvatore Germanò aveva risolto con un lavoro leggero, che oltretutto lo appassionava, il problema di tirare avanti la vita. Integrava lo stipendio con la mazzetta, che i giovani che non avevano ancora compiuto diciotto anni, ma già con le smanie addosso, gli mollavano per poter scavalcare la soglia «du livitu», nelle ore in cui era difficile essere sorpresi dagli agenti di pubblica sicurezza o dai genitori.

Con l'entrata in vigore della legge Merlin e la chiusura delle case di tolleranza, Germanò perdette l'impiego.

Passò gli ultimi anni della sua vita nei cantieri di lavoro per i disoccupati, finanziati dallo Stato e dalla Regione, e fu sempre addetto all'approvvigionamento idrico.

Faceva tre, quattro viaggi al giorno dal cantiere alla fontana, per riempire «u bummulu».

Non sapeva, né aveva voglia di fare altro.

 

 

 

GIOVANNI «BABBISTA»

 

La sera rincasava molto tardi e la mattina, quando apriva la porta, una di quelle porte vecchie con i battenti che si spalancano verso l'esterno, erano già suonate le dieci. Spuntava prima un cappello nero, gettato sulle ventitré, con le falde perennemente abbassate, e poi, una dopo l'altra, le gambe, infine il busto. Giovanni «babbista» era emerso dalla soglia di casa, sottoposta rispetto alla strada.

Salutava la sua comparizione la consueta scarica di pernacchie: una barriera sonora, a circa duecento metri di distanza. Babbista era il suo soprannome; non so perché, né quando glielo avevano appioppato: certo è che tutti lo riconoscevano proprio da quell'epiteto.

Carlo Franchina, uno studente liceale dei più vivaci, d'estate, seduto davanti alla farmacia Bucolo, quasi ogni mattina aspettava sadicamente che il «babbista» comparisse sulla porta di casa, per dargli a modo suo il buongiorno. Un modo strano per ammazzare il tempo, per un giovane. Oggi sarebbe inconcepibile.

Giovannino certamente era un tipo particolare. Aveva circa trent'anni e, pur essendo di altezza media, aveva una bella gobba a sinistra, che forse aveva determinato la sua andatura, quel passo disordinato, quasi svogliato, con i piedi lanciati a destra e a manca. Questo non gli impediva di avviarsi con aria da conquistatore di donne, mani in tasca e sigaretta pendente dal labbro, per il corso Garibaldi, con la consueta destinazione: il circolo dei nobili. Babbista aveva sempre pochi spiccioli in tasca, che puntualmente andavano a finire nelle mani della signora De Trovato, al caffè Duilio, per un pacchetto di sigarette Popolari e un caffè. Non appena Giovannino arrivava all'altezza della farmacia, Carlo Franchina si poneva sul marciapiedi di fronte, ad evitare qualsiasi provocazione, e si rivolgeva ad Ettore Materia, compagno di scherzi e scherni, chiedendo a voce alta: «Compare, babbisto' stamattina vostro cugino?»

Dal marciapiede di fronte gli faceva eco la solita cantilena: «A tua sorella...» E Giovannino proseguiva.

Subito era uno scatenarsi di pernacchie, a doppietta, a strappo, che lo accompagnava oltre la vecchia chiesa di San Sebastiano. Ed erano propria le pernacchie ad annunziare ai negozianti di corso Garibaldi il passaggio di Giovannino; allora il coro si infoltiva e il poveraccio abbozzava un sorriso amaro e rassegnato. Ogni mattina, alla medesima ora, egli andava incontro al suo calvario, che si ripeteva nelle varie zone della città, ogni qualvolta si imbatteva in studenti o giovinastri che, in occasione delle feste paesane, sembravano dargli la caccia, per omaggiarlo sonoramente.

Non c'è che dire. Babbista, per i giovani ai quali la città non offriva svago alcuno, era un diversivo, specie quando veniva sorpreso alle calcagna di qualche ragazza, una delle sue occupazioni preferite.

Dopo la guerra lo incontrai su una vecchia bicicletta, la spalla sinistra sempre più cadente sotto il peso della gobba, un vecchio cappello nero e la sigaretta penzolante dal labbro.

Si fermò per salutarmi: non lo vedevo da alcuni anni. Mi disse che s'era sposato e che aveva due figli. Il padre, un piccolo proprietario terriero avarissimo, del quale si diceva che per non consumare energia elettrica ancora accendeva uno stoppino ad olio, era morto.

Giovannino aveva svenduto alcune proprietà, dalle quali non ricavava quasi nulla (i coloni approfittavano della sua inesperienza), giusto per campare.

Vederlo circolare indisturbato, senza il consueto coro di pernacchie, fu per me una sorpresa. I tempi erano davvero cambiati, i giovani erano diversi.

Passarono ancora anni. Lo rividi sulla bicicletta, più storpio, se possibile, senza capelli, con un aspetto irriconoscibile.

Era finito in mano ad usurai, che gli avevano prosciugato ogni avere: s'era ridotto a desiderare persino una sigaretta.

L'età, la mancanza di un titolo di studio (il padre, dopo le elementari, lo aveva fatto ritirare dalla scuola per non pagare le spese), le sue condizioni di salute non gli consentivano di attendere ad un qualsiasi lavoro, peraltro difficile da trovare.

Ogni qualvolta mi incontrava, mi chiedeva di essere assunto al Comune, per «mettere timbri». L'unica cosa che si sentiva di fare. Visse gli ultimi anni con il contributo dell'ente comunale per l'assistenza.

Ormai ridotto a relitto, quando passava per le strade del paese suscitava compassione anche nei giovani di ieri, ai quali la guerra aveva fatto perdere il gusto della pernacchia.

Dei tempi in cui Giovannino «babbista» andava incontro impassibile al coro allegro delle pernacchie pian piano si cominciava a perdere il ricordo.

 

 

 

«CHIPPI CHIAPPI»

 

«No! No! Egregio signore, non è come dice lei! Precisiamo, anzitutto, che in Sicilia siamo taliani e a Napoli sono italiani. E poi... Lei, a Napoli, si sarà presentato ad un mio collega al quale avrà fatto il seguente discorso: "Signor capo, chippi chiappi, chippi chiappi, chiappi chippi, chiappi chippi." Dopo di che le sarà stato messo subito a disposizione il carro che lei chiedeva. Ora lei, egregio signore, a me qui non è venuto a dire: "Chippi chiappi, chippi chiappi, chiappi chippi, chiappi chippi", e di conseguenza aspetta ancora. Mi sono spiegato?»

È questa la risposta che nell'autunno del '45 un funzionario delle Ferrovie dello Stato diede a un esportatore che manifestava il suo disappunto per la mancata assegnazione di un carro ferroviario coperto per trasportare prodotti agricoli. A Napoli, insisteva il commerciante, lo avevano servito prontamente.

Quel funzionario, un omaccione di poco più di mezzo secolo, guercio, aveva il berretto nero con visiera e cinque bordi d'oro, distintivo di un capo gestione di prima classe.

Mi allontanai disgustato. Non so cosa sia avvenuto fra i due dopo, ma non è difficile intuirlo: lo stesso giorno la richiesta dell'esportatore fu soddisfatta. Davvero edificante per un giovane di ventiquattro anni che, tornato da pochi mesi dalla prigionia, sognava la ricostruzione morale e materiale del paese!

 

 

 

IL MONUMENTO A MANDANICI

 

Martello e scalpello e un colpo assestato con maestria, e saltò il coperchio della cassa. Sotto i trucioli scoprimmo il mezzo bu­sto bronzeo di Placido Mandanici, illustre musicista di corte dell'ottocento.

Sembrava che ci guardasse risentito per le accoglienze che i suoi concittadini e i loro rappresentanti gli avevano riservato. Pareva volesse dire: «Belle carogne che siete, mi avete buttato in fondo ad uno scantínato!»

Non era ancora trascorso un mese dall'insediamento della mia amministrazione, alla quale gli avversari più ottimisti avevano diagnosticato sei mesi di vita, ed io avevo appena preso contatto con i numerosissimi problemi della città, quando dagli ambienti della «Corda fratres» ci venne richiesto con insistenza che fine avesse fatto il mezzo busto dei musicista barcellonese. realizzato a spese della Regione Siciliana e donato al comune.

Alberto Torre, detto «testa di pignata» per le ragguardevoli dimensioni del suo capo, dipendente comunale ed esponente ciel sodalizio goliardico, era giornalmente alle mie calcagna.

La burocrazia comunale non sapeva dare alcuna notizia e stranamente, il mancato ritrovamento del manufatto bronzeo, che avrebbe dovuto suggerire responsabilità dei precedenti amministratori, era motivo di attacchi dell'opposizione alla mia sindacatura.

La Regione Siciliana, da me interpellata, comunicò che il mezzo busto era stato spedito e consegnato al Comune nel 1955. Furono intensificate le ricerche, fin quanto da un angolo dello scantinato del palazzo municipale, un fatiscente ex convento, venne fuori una cassa, che era rimasta sepolta sotto un cumulo di rottami di sedie e banchi vecchi. Accorremmo tutti, ammini­stratori e funzionari.

E poi venne aperta un'inchiesta. Dunque, il segretario comunale accertò che nel 1955 l'economo, Francesco Costa, aveva curato il ritiro di una cassa dalla stazione ferroviaria, che aveva depositato poi nello scantinato, quando il vice sindaco di allora, avvocato Gaspare Cattafi, al quale si era rivolto per sapere a chi andava consegnata, gli aveva risposto infastidito: «Buttala nel fondo scala, contiene il mezzo busto di una testa di cazzo!»

Le polemiche sulla statua non erano destinate a finire col suo ritrovamento. La collocazione proposta in piazza San Sebastiano, dinanzi al vecchio teatro che portava lo stesso nome del musicista, venne considerata poco consona e dignitosa.

Dopo qualche anno, in seguito ad un referendum tra i sodalizi cittadini, il monumento fu rimosso e sistemato in piazza Duomo, dove, in tempi successivi, andarono a fargli compagnia quello di Rossini e di Cattafi.

I più soddisfatti furono i cani.

 

 

 

«RAZIU U SCECCU»

 

Introdotto dal commesso nel mio ufficio, schierò la famiglia in riga davanti alla scrivania: la moglie e otto figli, di età progressiva dai due ai quindici anni, che portavano impresse le stimmate inconfondibili della miseria.

«Signor sindaco, questi sono i suoi figli», mi disse, indicandomeli con l'indice teso della mano destra.

Preso di sorpresa, abbozzai un sorriso, e d'istinto lanciai una sguardo alla moglie, una quarantenne dal viso smunto sul quale affogavano due occhi tristi, la quale ricambiò lo sguardo, senza batter ciglio. Era proprio impossibile. Rimbeccai: «I miei?... I tuoi figli! »

«Sì,» concesse, «í miei , signor sindaco, ma siccome io non posso sfamarli, glieli lascio qui. Cì pensi lei!» Mi salutò, aprì la porta e se ne andò.

Orazio Maggio, soprannominato «Raziu u sceccu», abitava una casa a piano terra di due stanzette antigieniche nella zona depressa di via Immacolata. Era notoriamente un tipo difficile a praticarsi, ma anche, a suo modo, un originale.

Un giorno prese a legnate un agente di pubblica sicurezza che lo invitava a presentarsi al commissariato. In pretura si difese: «Sígnor giudice, si è presentato a casa mia un borghese in borghese, sceso da una macchina borghese e senza piripicchio luminoso. Come potevo riconoscerlo?»

Raziu non fu mai un grande lavoratore. Ma conosceva bene l'arte d'arrangiarsi. In occasione di feste paesane o di fiere andava per i paesi con un tavolinetto e la roulette. Naturalmente vinceva sempre lui. A volte era il gioco delle tre carte, mai alcuno riusciva ad imbroccare l'asso. Era un prestigiatore nato.

Erano gli anni in cui l'Italia si avviava verso il boom econo­mico, ma nell'ísola imperava la miseria. L'ufficio di collocamento della mia città era permanentemente assediato da migliaia (o giù di lì) di disoccupati ed io, alle prime esperîenze di amministratore, mi trovavo giornalmente assalito dalle richieste di posti di lavoro e particolarmente di assunzioni al Comune.

Quella di Orazio Maggio era una delle più pressanti: non mi dava requie né a casa, né in ufficio, né tanto meno nelle strade. Quella mattina, arrivando al municipio, lo avevo intravisto tra la piccola folla della sala d'attesa, ma non avrei mai potuto pensare che si fosse. portato dietro tanta famiglia.

Moglie e figli di Orazio Maggio lasciarono il palazzo municipale, dopo il mio preciso impegno che avrei fatto di tutto per cercare di assicurare loro un tozzo di pane.

Passarono alcuni mesi e lo assunsi alla Provincia: uno dei trecentocinquanta operai che trovarono lavoro nelle strade provinciali, la cui manutenzione era stata fino ad allora affidata a ditte appaltatrici.

Quelle assunzioni mi procurarono infinite amarezze, e non certo gratitudine, alla quale fra l'altro non ho mai aspirato.

 

 

 

CUORE TENERO

 

«Dottore, mi deve cambiare di cella! Mi deve trasferire, dottore! Mi faccia questo piacere, mi assegni a un'altra cella.»

Tutti i giorni, all'ora d'aria, era la stessa implorazione, alla quale il dott. Nino Biondo, medico del manicomio giudiziario, rispondeva invariabilmente: «Ma come, non sei contento? Siete appena in due in una cella nuova, piena d'aria e di luce, con i servizi igienici personali, che sembra la camera d'una clinica privata, e stai sempre a chiedere di cambiare? Stai buono! »

E il ricoverato: «No, dottore, lei mi deve cambiare di cella. Lo faccia per i suoi morti!»

«Forse non vai d'accordo con il tuo compagno?»

«Per l'accordo, sì, vado d'accordo..., ma lei mi deve trasferire in un'altra cella.»

«Dimmi almeno il perché...»

«Non posso, dottore! No posso stare più in quella cella, la scongiuro, mi aiuti, mi tolga di là.»

Il dottor Nino Biondo abbozzava un sorriso e prendeva tempo. «E va bene, va bene, vedrò di accontentarti. Non appena sarà possibile. Porta pazienza e stai tranquillo.»

II giorno dopo il recluso, che lo attendeva all'ingresso dell'ambulatorio, tornava a supplicarlo: «Dottore, allora mi cambia di cella? Me l'ha promesso. Lo faccia per l'anima dei suoi morti. La prego, non posso più aspettare.»

II medico non riusciva a capire le ragioni di tanta insistenza e decise di metterlo alle strette per farlo parlare: «Mi devi dire perché. Non posso accontentare un capriccio.»

«Non ci posso stare più, dottore.»

«Se mi dici il motivo, ti sposto subito.»

«Debbo andarmene di là, quell'altro non mi fa dormire. Lei mi capisce... Io sono di cuore tenero e lui ogni notte approfitta! Non ne parli con nessuno, per carità, non vorrei offenderlo!»

 

 

 

LE VALIGIE PRODIGIOSE

 

All'arrivo del treno 4902, proveniente da S. Agata di Militello, Giuseppe Liotimi, cappello grigio, pantaloni di un vestito marrò afflosciati sulle scarpe nere quasi sempre slacciate, borsa nera, legata al centro da una cinghia, con passo timido, imperturbabile anche sotto la pìoggia, andava a prendere posto sul bagagliaio che ospitava i ferrovieri pendolari, che dalla provincia andavano a prestare servizio a Messina.

Le vecchie vetture di seconda e terza classe, nei giorni feriali, erano affollatissime di studenti, insegnanti, impiegati, operai, commercianti, venditori ambulanti che stivavano i corridoi di sporte, piene di prodotti della terra e uova, e professionisti che dai paesi della costa settentrionale della provincia raggiungevano il capoluogo.

Il treno, il primo della giornata, faceva tutte le fermate, prolungando la sosta in alcune stazioni per gli incroci con i treni provenienti dal continente. A Rometta gli veniva agganciata in coda la locomotiva di spinta, prescritta per superare la ripida salita fino al centro della galleria Peloritana, da dove, iniziando la discesa, con sgancio automatico, la «spinta» tornava indietro.

Era un viaggio snervante, soffocante soprattutto nel periodo estivo, per l'affollamento, per il lento procedere del convoglio in salita e le numerose gallerie, tra cui la lunghissima Peloritana, nelle quali il treno veniva inghiottito dal fumo nero delle due locomotive a vapore, di testa e di coda.

Quando era in orario, arrivava a Messina alle ore 8.15 e i viaggiatori, affumicati, sciamavano verso le uscite della stazione per raggiungere scuole, uffici, posti di lavoro, mercati.

Giuseppe Liotimi si fermava alla fontanella sotto la pensilina, si lavava la faccia e le mani annerite, le asciugava con un fazzoletto che tirava fuori dalla tasca posteriore del pantalone e con flemma, attraversando i binari, raggiungeva la biglietteria centrale. Sistemava con movimenti lenti cappello e borsa nell'armadio e invitava puntualmente al bar della stazione per il caffè il capo gestione biglietti e i colleghi non impegnati agli sportelli, per iniziare poi, alle 8.30, il suo turno di tirocinio.

Alle 13.30, dopo la partenza dei treni viaggiatori per Palermo e per Catania-Siracusa, d'accordo con il collega che lo assisteva nel tirocinio, chiudeva lo sportello, tirava fuori dall'armadio la borsa, si poneva in un angolo della biglietteria e consumava la colazione preparatagli la sera prima dalla moglie.

Il pomeriggio frequentava i corsi per il conseguimento delle abilitazioni ai servizi.

Col treno delle 18 rientrava poi a Pace del Mela, intanfito di fumo.

Durante la guerra, Liotimi, a Roma aveva preso parte ad un concorso ad alunno d'ordine, bandito dalle Ferrovie dello Stato, sostenendo le prove scritte nel 1942, e le orali subito dopo la fine della guerra, nei primi mesi del '46. Vincitore di concorso, ai primi del gennaio '47 si era dimesso da cantoniere, qualifica con la quale prestava servizio a Pace del Mela fin dal 1937, per essere destinato alla stazione di Messina.

Per mancanza di alloggi nella città distrutta dalla guerra, appena assunto con la nuova qualifica dal compartimento delle FF.SS. di Palermo, Liotimi era stato autorizzato a mantenere l'abitazione nel casello ferroviario di Pace del Mela.

Faceva il pendolare. Tutti i giorni usciva di casa alle sei per ríentrare la sera dopo le venti. Solo la domenica assisteva al sorgere e al tramontare del sole dall'orto antistante il casello, dove ,continuava a coltivare verdurine per i bisogni della famiglia. Anche se per lui, avendo alle spalle le aziende agricole del conte tiavarra, presso cui ancora lavoravano ì suoi genitori, quello ali­mentare non era stato mai un problema.

Erano tempi in cui l'approvvigionamento di generi alimentari era impresa difficile. Il popolo italiano, fin quando non arrivarono gli aiuti americani, non uscì dalla fame e dalla miseria in cui era stato spinto dalla guerra. Ogni metro quadrato di terreno li­bero veniva coltivato a grano, mais, legumi, ortaggi. Qualsiasi prodotto della terra costituiva alimento prezioso. Alla mancanza di grano e di legumi, chi poteva, sopperiva con castagne, nocciole, noci, carrube, lupini che i contadini delle zone collinari cedevano a caro prezzo.

La nuova vita di Liotimi era molto sacrificata, ma certamente meno pesante di quella che faceva da cantoniere. Aveva lasciato piccone, badile, traverse catramate, chiavarde e rotaie, sotto il cui peso gli era rimasta la schiena incurvata e s'era trovato nelle mani incallite e screpolate penna, registri e biglietti ferroviari. Grande passo avanti, un cambiamento radicale: era molto contento.

La moglie, le due figlie, i parenti erano orgogliosi di lui: vi vedevano un futuro capostazione, uno di quelli che comandano, che regolano la marcia dei treni col berretto rosso.

Se avesse superato gli esami di abilitazione ai vari servizi, in­fatti, si sarebbe potuto assicurare un ottimo sviluppo di carriera.

Durante i viaggi per Messina, incantucciato nello scricchiolante bagagliaio, affollato di ferrovieri, Liotimi raramente partecipava a discussioni. Dalla sua faccia traspariva la soddisfazione per la posizione sociale raggiunta, ma gli si leggeva anche qualche punta di preoccupazione. Sul treno o alla stazione di Pace del Mela, nell'attesa di partire, era di poche parole, non si apriva con nessuno. 501o a Messina, a qualche collega, esternava l'ap­prensione per gli esami: «Non vorrei dare soddisfazione ai miei vicini che vivono d'invidia.»

Non andava oltre e quando poteva restava solo con i suoi pensieri. Allora ripercorreva tutta la sua vita, fin dall'infanzia, da quando a Condrò lavorava nelle terre del conte, nelle quali aveva trovato sostentamento da diverse generazioni la sua fami­glia. Già a dodici anni, scalzo e mal vestito, aiutava il padre a vangare le terre, ad abbeverare le bestie, a raccogliere le olive, a vendemmiare e pigiare l'uva nel palmento, a mietere il grano, a trasportare a spalla i prodotti nei magazzini del conte o ai mercati di Milazzo e Barcellona, tirandosi dietro l'asino per la cavezza. Non poteva non pensarci: era cresciuto sotto la sferza delle fatiche, senza speranze e senza sogni. Neanche un momen­to aveva creduto di potersi lasciar dietro quella vita. Poi il servi­zio militare, a vent'anni, con i piedi avvolti in pezze di tela, infilati negli scarponi chiodati, e la divisa grigio-verde nella quale c'era posto per un altro. Era stato destinato a Bologna, e aveva attraversato per la prima volta lo stretto di Messina, restandone incantato.

Della vita militare conservava un ottimo ricordo: non aveva mai mangiato tanta carne e tanto riso. Diciotto mesi di riposo, diceva. Dalla vanga al moschetto, dalle balle di fieno allo zaino sulle spalle: era stato un gioco. E poi, aveva incominciato a conoscere il mondo, a frequentare bar, cinema, case di tolleranza: s'era sentito uomo.

A Bologna aveva conosciuto la sua prima donna: un ricordo che non aveva potuto allontanare più. Rientrato dal servizio militare, dopo alcuni mesi, non intendendo più tornare alla terra, Liotimi s'era arruolato nella milizia volontaria della sicurezza nazionale, e imbarcato a Messina per l'Africa Orientale. Aveva preso parte alla conquista di Makallé. A1 padre scriveva che in quelle terre le popolazioni vivevano allo stato primitivo e che egli era là per civilizzarle! Lamentava solo l'eccessivo caldo. Aveva preso parte alla sfilata di Addis Abeba. Ricordava sempre con particolare orgoglio di aver visto da vicino il maresciallo Badoglio.

Rientrato in Italia nel 1937, nella sua condizione di reduce d'Africa, era stato assunto nelle Ferrovie dello Stato con la qualifica di cantoniere: quanti sacrifici, quante fatiche anche lì!

Dopo il concorso, ottenuta la qualifica di alunno d'ordine si era considerato soddisfatto, aveva coronato il suo sogno: un lavoro leggero, dignitoso e ben remunerato. Niente più vanga, niente più badile, niente traverse e rotaie.

L'unico assillo: gli esami per conseguire le abilitazioni necessarie.

Non era cosa da poco. Pensando alla pochezza della sua preparazione, di cui cominciava a rendersi conto, non si sentiva tranquillo. Seguiva le lezioni dei corsi senza trarne granché profitto: le sue idee erano sempre più confuse. Non appena prendeva contatto con leggi e regolamenti gli veniva l'emicrania, suda­va freddo. Non riusciva a distinguere una concessione speciale dall'altra, la spedizione a bagaglio da quella a collettame; più cercava di approfondire i problemi che gli si presentavano, più s'impappinava. Gli mancavano le basi necessarie. Ogni qualvolta il suo cervello era costretto a riflettere su norme e regolamenti, e avveniva spesso, s'inceppava. Allora pensava ai suoi vicini di casa, quanto mai invidiosi, che gli facevano trovare una zappa, un badile o un piccone dietro la porta di casa, ogni mattina, quando usciva per recarsi alla stazione a prendere il treno. E lui li scansava e non aveva il coraggio di parlarne ad alcuno.

Infatti, da quando aveva assunto servizio come alunno d'ordine, i rapporti con la famiglia del cantoniere dell'alloggio accanto al suo si erano guastati. Le donne, tra loro, non lasciavano occasione per insultarsi. Le Liotimi trattavano le altre con una certa aria di superiorità, e quelle si vedeva che schiumavano d'invidia. Perciò Giuseppe Liotimi era convinto che a mettergli la zappa dietro la porta, come per invitarlo a tornare alla terra, fosse proprio l'ex collega.

Aveva sempre subito senza denunziare i fatti per evitare che divenissero di dominio pubblico e che la gente ne ridesse alle sue spalle. Preferiva sopportare in silenzio, piuttosto che mettersi spontaneamente alla berlina.

Man mano che aumentavano le preoccupazioni per gli esami e per la probabile perdita del lavoro, se non 1i avesse superati, gli veniva subito in mente la soddisfazione che avrebbe dato ai suoi vicini, agli ex colleghi, ai dipendenti della stazione di Pace del Mela, e solo vagamente pensava anche alle condizioni in cui sarebbe venuto a trovarsi con la sua famiglia. Cercava perciò un mezzo qualsiasi che gli consentisse di superare quelle maledette prove, che gli si annunziavano così difficili, e il suo pensiero correva a ritroso, ai tempi del concorso ad alunno. Possibile che a Roma aveva trovato amici pronti ad aiutarlo e qui, in Sicilia, nella sua terra non ne doveva essere capace? All'epoca di quel concorso, con l'appoggio del vecchio conte, era arrivato ad alcuni funzionari del ministero che avevano preso a cuore il caso. Nella confusione di quei tristi momenti di guerra era riuscito ad avere la copia del tema e del problema. Farseli svolgere e copiarli non era stato difficile. Dopo di che, per quattro anni circa, quando viaggiare sotto i bombardamenti era pericoloso, e trasportare generi alimentari davvero rischioso, in media una volta al mese, raggiungeva Roma con due grosse valigie piene di formaggi, olio, farina di grano, per testimoniare la sua riconoscenza.

Allora i generi alimentari erano razionati, era la fame per tutti. Così aveva vinto un concorso, al quale in tempi normali non si sarebbe sognato di partecipare. E mentre per gli altri giovani le guerre avevano spesso significato una morte prematura, lontano e senza gloria, per Liotimi erano state una specie di scalata sociale: con la guerra d'Africa s'era guadagnato il posto di cantoniere, con la seconda guerra mondiale quello di alunno d'ordìne.

Ricordava che alle prove orali la commissione aveva divagato su argomenti banali d'attualità per metterlo a suo agio: egli aveva risposto in dialetto stretto, quasi incomprensibile.

L'istruzione di Liotimi era quella di un lavoratore che avesse appena frequentato le scuole elementari. Ed era stata insufficiente, quasi inutile la preparazione serale di tre mesi per conseguire la licenza di avviamento professionale a Milazzo, licenza che avrebbe dovuto poi consentirgli di partecipare al preannunziato concorso a posti di alunno d'ordine.

A quell'esame, per la verità, non era stato nemmeno in condizione di presentarsi: sarebbe stato un disastro, se l'avesse fatto. Un altro giovane era andato in sua vece. Non si guardava per il sottile a quei tempi. Così s'era trovato fra le mani il diploma di licenza. Naturalmente, egli, eludendo i controlli, con l'asina di suo padre carica di grano, vino, olio e formaggi, aveva fatto più volte la spola fra il suo paese e Milazzo. Aveva detta grazie a tutti quelli che l'avevano aiutato, facendosi corrompere.

«Per le abilitazioni,» pensava, «non potrei seguire gli stessi sistemi?»

Era disposto a qualunque cosa, pur di non darla vinta a coloro i quali ogni notte gli sistemavano la zappa o il piccone dietro la porta. Era necessario trovare una strada sicura che conducesse diritta ai commissari d'esame: a Messina non doveva essere difficile trovarla. C'era don Alberto, anziano funzionario, padre di innumerevoli bocche da sfamare, che ogni mattina accettava il suo caffè al bar della stazione.

Liotimi spesso, scendendo dal bagagliaio, andava dritto difilato nell'alloggio del cavaliere Alberto a lasciare una valigia pesante che la sera ritirava vuota.

Don Alberto, da parte sua, ogni qualvolta arrivavano funzionari del compartimento, li faceva invitare da Liotimi a pranzo al ristorante della stazione e non perdeva occasione per magnificare, anziché la preparazione che sapeva inesistente, la bontà d'animo, la generosità (ne parlava con evidente cognizione di causa) e la buona volontà dell'impiegato.

Fu facile, così, a Liotimi tenere contatti diretti con taluni funzionari palermitani, i più... trattabili, i più amici.

Alla vigilia di ognuna delle sei prove di esami, le due grosse valigie tessevano il percorso tra Pace del Mela e Palermo. Partivano piene, tornavano vuote e il personale della piccola stazione, che ne intuiva il contenuto e conosceva la destinazione, si chiedeva scandalizzato come funzionari, notoriamente al di sopra di ogni sospetto, potessero farsi corrompere da un poveraccio quasi analfabeta. Ma erano tempi duri!

I colleghi di Liotimi lo guardavano darsi da fare per scrollarsi di dosso la scorza del villano ignorante e tentennavano il capo: «Non basta sostituire alla coppola il cappello e al piccone la penna, sempre villano bestia resta e morirà.»

Le prime tre abilitazioni, quelle che implicavano minori responsabilità: rilascio biglietti, gestione bagagli e merci, gli furono regalate.

Si trattò di una penosa prova di esami: i commissari non sapevano che domande porgli; qualcuno, anche se addomesticato, nel momento in cui doveva compromettere la propria dignità, si trovava quasi involontariamente a reagire; qualche altro si allontanava perché la coscienza gli rimordeva. Quando lo interrogavano, anziché rispondere, Liotimi li guardava in faccia come se volesse chiedere: «Ma come? Non avete ricevuto le valigie?»

Quelle abilitazioni furono quasi uno scandalo; se ne parlava in tutte le stazioni del reparto movimento di Messina.

Dopo alcuni mesi, Liotimi superò anche l'abilitazione al telegrafo, anche se strimpellava sul tasto. Non distingueva i puntini dai trattini. Anziché battere la lettera a (puntino e trattino), batteva la m (due trattini); al posto della q (due trattini e un puntino), batteva o (tre puntini); un disastro, ma le prodigiose valigie avevano anche questa volta fatto il miracolo e Liotimi rientrava a casa soddisfatto di non averla data vinta ai vicini invidiosi.

I guai grossi, insuperabili, vennero in occasione delle prove di esami per l'abilitazione agli apparati centrali e al servizio movimento. Si trattava delle due più importanti abilitazioni che, se superate, avrebbero posto nelle mani del Liotimi la vita del personale viaggiante e dei passeggeri. Nessuno che non avesse il grado d'incoscienza di Liotimi era disposto a farsi carico di una così grave responsabilità. Quei funzionari che avevano ceduto fino a quando non s'era trattato di mettere a rischio vite umane ora sembravano recalcitranti. Ormai le valigie non potevano bastare più.

La notte che precedette gli esami, Liotimi non chiuse occhio. Ormai i nodi erano arrivati al pettine: don Alberto gli aveva detto chiaramente di non crearsi illusioni, e se fosse stata necessaria una conferma del vento mutato, le ultime valigie gli erano state restituire piene.

Quel mattino, aprendo la porta di casa, il solito piccone andò a battergli tra le gambe, come un malaugurio. Liotimi si abbassò, lo raccolse e lo buttò nell'orto. Sul bagagliaio si addormentò appoggiato alla specola.

Fu l'ultimo a sostenere gli esame degli apparati centrali: conosceva solo le leve di comando dei segnali, ma non si rendeva conto quando dovesse manovrare l'una o l'altra. Il cavaliere Alberto, che assisteva, cercò di guidarlo con gli occhi, ma ben presto capì che era inutile.

Agli esami per l'abilitazione al movimento, non appena il presidente della commissione, grafico ferroviario alla mano, lo invitò ad indicare incroci e precedenze del treno 2910 sulla linea Palermo-Messina, a Liotimi sembrò di vedere un viluppo di spire di serpenti e con la mano destra, allontanò il grafico. Alle insistenti domande degli esaminatori, tenendo la testa fra le mani confessò: «Dottore, è troppo difficile.»

Si alzò, allontanandosi dal tavolo della commissione, e si accasciò su una sedia in un angolo della sala. Aveva completato i due anni di prova consentiti dalla legge, senza conseguire tutte le abilitazioni prescritte. Sarebbe stato licenziato. Si vedeva già con la zappa in mano nelle terre del conte che, forse, se non lo avesse aiutato, la prima volta, non gli avrebbe fatto nascere tante illusioni.

Fu un viaggio molto triste, fatto con l'ultimo treno per non incontrare quei pendolari con i quali da due anni divideva i disagi dei viaggi quotidiani e le loro inevitabili domande. Sapeva che era anche l'ultimo ritorno dalla città nella quale avrebbe voluto trasferire la famiglia, non appena fosse stato nelle condizioni di trovare un alloggio: la città che gli aveva fatto aprire il cuore a tante speranze, soprattutto per l'avvenire dei figli.

Un temporale lo accompagnò al treno sul quale, per la prima ed ultima volta, viaggiò sprofondato in un angolo di uno scompartimento di seconda classe. Chiudeva l'esperienza del pendolare così come l'aveva iniziata un mattino di gennaio di due anni prima: salutato da una pioggia torrenziale, che egli si era illuso di considerare di buon auspicio.

A Pace del Mela, la pioggia, complice l'oscurità, lo accompagnò da una pozzanghera all'altra, evitandogli di incontrare il personale della stazione. Grondava dalla testa ai piedi. Con lui entrò in casa un funerale. Nessuno aprì bocca; la moglie e le figlie lo guardarono in faccia e scoppiarono in lacrime: era la fine di due anni di illusioni e speranze.

Dopo aver assaporato una vita più dignitosa, dopo i sogni di una brillante carriera, Giuseppe Liotimi si vedeva precipitare di colpo a quei lavori della terra dai quali aveva cercato con tutte le sue forze di allontanarsi.

Era la vittoria di coloro che avevano guardato con invidia la sua caparbia volontà di progredire. Era la vittoria del suo ex collega che ogni notte, con accanita cattiveria, aveva sistemato dietro la sua porta gli attrezzi di lavoro: ora il badile, ora la zappa, ora il piccone.

Era un uomo finito: aveva perduto la scommessa.

Liotimi restò a letto per alcuni giorni come malato; la moglie e le figlie per la vergogna si trasferirono dai parenti a Condrò. La famiglia del cantoniere dell'alloggio accanto organizzò suoni e balli alla faccia sua. Fu un tristissimo Natale per Liotimi e famiglia.

Dopo meno di un mese arrivò puntuale la lettera di licenziamento.

Liotimi si rivolse in cerca di aiuto a Palermo, per ottenere la riassunzione come cantoniere. I suoi amici funzionari gli aprirono le braccia, lasciandolo al suo destino. Nulla potevano fare per aiutarlo.

Allora si indirizzò a un dirigente sindacale, con il quale si recò a Roma, dove, qualche settimana dopo, e in seguito all'intervento del sottosegretario ai trasporti, ottenne la riassunzione nella precedente qualifica.

Per non subire l'umiliazione di tornare a Pace del Mela da cantoniere, chiese e ottenne di essere destinato ad altra località della Sicilia.

Durante la permanenza a Roma, al dirigente sindacale che lo aveva assistito perorando la sua causa, per la prima volta e con profonda amarezza parlò delle traversie della sua vita, dei tentativi fatti per diventare qualcuno e della funzione esercitata dalle prodigiose valigie.

 

 

 

LA CAPPELLA

 

Mi fece la posta per alcune settimane. Poi, per telefono, mi disse che doveva vedermi per un problema urgente, che di certo stava a cuore anche a me.

Erano le prime ore del pomeriggio, quando si catapultò dentro la mia casa ed entrò subito in argomento: «Compare senatore, vengo a disturbarvi perché sono preoccupato e anche amareggiato!»

«Che succede?»

«Il cimitero, compare! Si tratta del cimitero. Sapeva che il terreno adiacente alla mia cappella era destinato a vostra signoria ed ero contentissimo. Ora sento dire che un consigliere comunale sta brigando per soffiarvelo. Come la mettiamo? Eh no,.., questo non dovete permetterlo! In quel terreno deve sorgere la vostra sepoltura. Lì ci dovete andare voi, e nessun altro. Diversamente, lasciatelo libero. Capirete: una cosa è avere accanto uno statista, altra uno qualunque.»

Abbozzai un sorriso: «Non mi risulta che sia stata avanzata una richiesta nel senso che dite voi. Sono chiacchiere che mette in giro la gente. Rassicuratevi.»

«Allora, se è così. sano contento, contentissimo.» Si alzò dalla sedia e mentre mi tendeva la mano per un saluto, disse: «Vi so uomo di parola. Mi affido a voi.»

«State tranquillo. Ci tengo anch'io... Così ogni mattina, affacciandoci dalla cappella, potremmo scambiarci il buon giorno.»

 

 

 

LA CUCINA A GAS

 

Due, tre volte alla settimana era alla porta del mio ufficio o di casa, con la stessa domanda in bocca e negli occhi: «Mi deve comprare la cucina a gas. lo non ho soldi: deve pensarci lei, signor sindaco! »

Era una donnina di mezz'età, piccola piccola e dimessa. Portava sempre una veste nera, che ormai tendeva al rossastro, e un paio di ciabatte. In paese, la chiamavano «decu du nonnu». Non ho mai capito cosa significasse.

Arrivò un giorno al municipio con la testa malamente fasciata; piangendo mi avanzò la sua richiesta: «Signor sindaco, non posso più aspettare! Mi deve comprare la cucina a gas.»

«Che v'è successo? Chi vi ha rotto la testa?»

«Mio marito», rispose. «Ho bisogno subito della cucina a gas. Quello, se no, mi ammazza!»

«Ma perché?» le chiesi, non riuscendo a vedervi alcun nesso. «Io,» spiegò, «cucino a legna; la casa si affumica tutta e mio marito, tornando la sera ubriaco, mi picchia.»

Telefonai a un negozio di elettrodomestici e ordinai un fornello a gas e una bombola. La donnetta voleva baciarmi le mani. Andò via gongolante di gioia.

Sono passati oltre venticinque anni, ma quando mi vede «decu du nonnu» mi viene ancora incontro festante per salutarmi e mormorare un «grazie».

Una eccezione che mi commuove sempre.

 

 

 

«I SPANDENTI»

 

Quando fui chiamato ad amministrare la Provincia, dalle nostre parti erano ancora tempi assai duri. Gli appaltatori facevano la fila per ottenere la manutenzione delle strade provinciali. Si trattava quasi sempre di piccole cifre da erogare, raramente su­peravano i cinque milioni di lire. Gli operai, duramente colpiti anch'essi, pietivano poche giornate di lavoro alle loro dipendenze. L'amministrazione provinciale fino a quel momento era stata tenuta dai liberali.

Erano i primi mesi del '56.

Appena insediata la nuova amministrazione democristiana, : sindaci si affrettarono ad avanzare richieste di interventi, soprattutto nel settore dei lavori pubblici.

Le strade provinciali, in buona parte in condizioni precarie. erano quasi tutte «a macadam» e gli amministratori comunali reclamavano la loro bitumatura.

Il ragioniere generale della Provincia, sollecitato a trovare nelle pieghe del bilancio qualche fondo, si dichiarava impossibilitato a soddisfare le richieste. I comuni erano anch’essi a corto di mezzi, per cui, alla fine si pensò di costruire un ufficio progettazioni.

Tra i tecnici chiamati a far parte spiccava un uomo di assoluta serietà e competenza, il geometra capo Giuliano Farulla, sempre pronto a partorire iniziative. Fu lui che ideò i cantieri di lavoro finanziati dallo Stato e dalla Regione, per realizzare una strada a mezza costa che doveva collegare tutti i comuni collinari e montani della provincia, suscitando grande interesse tra gli amministratori interessati. Nella progettazione dell'importante opera impegnò numerosi giovani geometri, detti farullisti, che in seguito la mia amministrazione assunse come avventizi.

L'iniziativa cadde con l'avvento del governo Milazzo, che sostituì l'amministrazione democristiana con un post-pourri milazziano, in cui erano rappresentati comunisti, monarchici e mis­sini. I milazziani si segnalarono per la costante preoccupazione di tentare, inutilmente, di mettere in cattiva luce e mandare in galera í loro predecessori, per avere un motivo di giustificazione per la sostituzione operata.

Le amministrazioni elettive, dopo il 1961, lasciarono decadere l'iniziativa del geometra Farulla, che dovette rinunziare a realizzare anche solo una traccia di quella importante opera che avrebbe portato grandi benefici, soprattutto alle popolazioni montane.

Quando non trovavo fondi per opere urgenti, Farulla interveniva, suggerendo: «Ci sono i spandenti, signor delegato, i resti. Glieli trovo ío.»

E li trovava realmente. Con «le ribasse» d'asta, la revoca dei vecchi finanziamenti mai utilizzati o di delibere improduttive, riuscivamo a racimolare centinaia di milioni che ci permettevano di far fronte ai bisogni più impellenti dei comuni.

Erano tempi eroici.

 

 

 

CENTOSEI FAGIOLI

 

L'usciere ci introdusse dopo una decina di minuti di attesa. A sinistra, da una grande scrivania, emergeva una testa che aveva l'aspetto di una pentola rovesciata con dei baffetti che sembravano posticci, fermamente innestata in un corpo tarchiato: era il socialdemocratico Giuseppe Romita, ministro dei lavori pubblici.

Si alzò con aria di sufficienza, ci strinse la mano e si rimise in poltrona lasciandoci in piedi.

L'on. Nino Dante, che mi accompagnava, si sedette, invitandomi a fare altrettanto e gli disse subito: «Ministro, il sindaco di Barcellona ha da sottoporti alcuni problemi della sua città.» «Sentiamo!»

Parlai dell'urgenza di costruire dei cunettoni coperti lungo la traversa interna della Statale 113, dato che le acque limacciose scorrevano nell'abitato a cielo aperto, e poi lo pregai di volere disporre un finanziamento di centosei milioni di lire per la realizzazione di un importante progetto, che gli sottoposi: la costruzione di un mercato coperto.

Mi guardò, sistemandosi i baffetti con la mano tozza. e pigiò un pulsantino. Dalla porta laterale si presentò il capo di gabinetto, del quale non ricordo il nome. Credo si trattasse di un consigliere di Stato.

«Mi dia centosei fagioli», ordinò.

E l'altro, sorpreso: «Dove li prendo?»

«Ha visto?» mi disse Romita. «Se non ho neanche centosei fagioli, come posso darle centosei milioni?»

Lo guardai allibito e dopo alcune battute polemiche di Nino Dante e mie, lo salutammo e guadagnammo l'uscita.

Sindaco da alcuni mesi, era il primo incontro che avevo come amministratore con un ministro della repubblica.

 

 

 

IL LIBRO DEL CINQUECENTO

 

Avevo appena quattordici anni quando lo conobbi: era un uomo che sfiorava il mezzo secolo, di statura superiore alla media, con un portamento distinto, messo ancor più in risalto dall'abito e dal cappello scuro. Di lui sapevo che era stato ferroviere: lo avevano licenziato per motivi politici i fascisti.

Avevo sentito dire che praticava il magnetismo animale, che poteva leggere nel pensiero. La gente lo cercava per ottenere miracolose guarigioni, per farsi liberare dal malocchio, per conoscere il futuro.

Lo vidi per la prima volta a casa mia; aveva saputo che vi si trovava il mio nonno materno, suo amico da quando assieme lavoravano in ferrovia, ed era venuto a salutarlo.

Non c'era una volta che lo incontrassi, dopo di allora, senza chiedergli di predirmi il futuro, credo aspirazione inappagata di tutti.

Incuriosito dai suoi strani poteri, gli chiesi di suggerirmi quali libri leggere per saperne di più sullo spiritismo, sulle scienze occulte.

Ben presto del signor Francesco Molica, che il popolino chiamava «professore», divenni amico. Andavo a trovarlo a casa, animato da curiosità insaziabili. Qualche volta mi trovai ad assistere a suoi interventi di pranoterapia. Ammaliato dal mondo nuovo che mi si schiudeva davanti agli occhi, lo vedevo imporre le mani delicate su indumenti intimi di un malato, scuoterle più volte di lato come a scacciare qualcosa di impuro che li avesse contaminati. Teneva gli occhi fermamente chiusi, la testa immo­bile, mentre le labbra continuavano incessanti a mormorare preghiere. Il professore era religiosissimo; ogni mattina, sul fare dell'alba, lo si poteva incontrare ai piedi dell'altare della Madonna del Carmelo.

Le sue doti estrasensoriali con le quali si era assicurato f mezzi per sostentare la famiglia, gli venivano certamente dalla sua profonda fede.

Ogni nostro incontro era una sorpresa e un incanto di più. Un giorno gli sentii far cenno al libro del '500, con il quale la gente esperta, il medium, acquisiva poteri straordinari: poteva coman­dare agli spiriti, scoprire tesori nascosti sotto terra... Ghiotte curiosità, che accendevano bagliori su un mondo nuovo affascinante proibito.

Da quel momento non lo lasciai più in pace: andavo a trovar­lo in tutte le ore libere dallo studio, due, o tre volte la settimana. Non riuscivo a frenare un tumulto di domande che mi si affacciavano alle labbra; non sempre, però, egli mi dava le risposte che mi aspettavo. Solo ora posso capire che quella che m'appariva una reticenza inspiegabile era dettata dalla sua prudenza a mostrare un mondo segreto e misterioso che poteva turbare un ragazzo della mia età.

Un giorno mi trovai a parlare di lui con una mia vicina di casa, un donnone alto e robusto, che a vederla incuteva soggezione, ma madre tenerissima di una nidiata di figli. Volevo metterla a parte della mia importante amicizia. Rimasi sorpreso quando dimostrò di conoscere perfettamente quelle «cose oscure» che tanto mi interessavano. Fece di più: mi confidò che in un suo

podere, che s'allungava sullo stradale provinciale che da Portosalvo conduce a Protonotaro, c'era un tesoro nascosto. Si trovava proprio lì, sotto la casa colonica, protetto e difeso da spiritelli maligni. E la cosa, mi disse, era risaputa.

Così, ogni qualvolta un colono - se ne alternavano spesso in quel podere -, spinto da un folletto a tentare l'avventura della ricerca, si metteva a scavare all'interno della vecchia casa la nuda terra del pavimento, ecco che scopriva grandi giare piene zeppe di carbone nero e lucente.

Quei folletti amano dileggiare la povera gente, spesso nella notte compaiono dal nulla e si pongono a cavalcioni sul petto delle povere contadine addormentate, a toglier loro il respiro, per poi scomparire nelle albe, magicamente. Quei folletti, si sa, sono le anime dei bambini nati morti, che odiano le donne perché sono invidiosi e gelosi delle carezze che fanno ai figli, essi che non conobbero l'amore delle mamme.

Erano quei folletti che trasformavano i marenghi d'oro del tesoro in carbone. E non si fermavano lì. Continuavano a dare fastidi e nessun contadino trovava pace in quella casa.

La signora Pietra Rugolo convenne con me che occorreva proprio il libro del 500 per scacciare gli spiriti e liberare il suo tesoro. Ma trovarlo era compito arduo. E ci voleva pazienza e fede. Ma anche coraggio e fortuna. Quando le chiesi di darmi dei consigli su come indirizzare la mia ricerca, disse che sapeva di un contadino di Mazzarrà Sant'Andrea, un tale «zu Giovanni», che possedeva libri antichi in pergamena, libri «latini», con i quali scongiurava gli spiriti, le «presenze». Lei lo conosceva bene, perché gli affidava i vitelli per l'ingrasso, anche se mai aveva osato chiedergli direttamente di quei libri.

Se io ero certo di avere il coraggio, mi avrebbe dato l'indirizzo esatto ed io sarei potuto andare a suo nome a trovarlo.

La ringraziai soddisfatto, ripromettendomi di approfittare subito dell'occasione che mi si presentava. Ma fu solo dopo alcuni giorni che potei montare sulla mia Wolsit, la bicicletta che mi aveva regalato mio padre per premiare la mia promozione alla terza ginnasiale con la media di otto decimi, allora non tanto facile da conseguire, e raggiungere Mazzarrà Sant'Andrea, un centro agricolo sulla Statale 185 che conduce a Novara Sicilia.

Già il viaggio era stato un'avventura, non fosse altro, per il guado a piedi del torrente Mazzarrà, in una campagna verdeggiante e solitaria, che faceva rivivere sulla mia pelle le storie meravigliose lette nei libri di Salgari.

Il paesaggio, è vero, era addolcito e reso familiare, quasi ba­nale, dai giardini d'aranci; con i loro scontati colori e le suggestioni delle foglie lucenti, ma la fantasia di un ragazzo non ha bisogno che d'un piccolo stimolo per galoppare al vento.

Ogni tanto mi fermavo a chiedere a qualche contadino informazioni. Mi sembrava che mi guardassero con strani occhi, ma era evidentemente una mia impressione.

Finalmente, da lontano, scorsi la casa, me la avevano indicata come quella di «zu Giovanni», quasi nascosta in un grande giardino di limoni, una vecchia casa colonica scrostata d'anni, con tegole ammuffite che la mimetizzavano perfettamente nel paesaggio verde.

Raggiungerla, quando già l'avevo a portata di mano, fu un'impresa difficile, che quasi mi faceva rinunziare. Due cani mi sbarravano il passo come due cerberi al cavaliere delle leggende. Uno era nero, dagli occhi giallo-acceso che facevano capolino dal folto pelo infangato di bianco, proprio attorno alle ciglia. L'altro marrone, un colore uniforme che, confondendoveli, non lasciava scorgere gli occhi; e aveva zampe poderose, che sembravano artigliate.

Quando già disperavo di poter proseguire, al mio richiamo rispose qualcuno. I cani s'azzittirono di colpo e, siccome il padrone dava loro la voce, si volsero scodinzolando, distratti e an­noiati, permettendomi così di inoltrarmi per il sentiero. Anche l'uomo s'appressava. Poi si fermò ed io ebbi il tempo di guar­darlo bene, prima di sapere chi fosse. Era sulla cinquantina, grande e robusto, con capelli neri, arruffati e selvaggi. Il suo corpo vigoroso sembrava rendere minuscolo il vialetto.  Aveva i piedi massicci nudi, il loro colore si confondeva con quello della terra, così che egli tutto sembrava sorgere come una forma bizzarra, un albero o un masso, dal terreno, farne parte inscindibile.

Tale fu la suggestione della mia fantasia che quasi gridai spaventato, seguendo il moto degli occhi che mi squadravano sospettosi e incuriositi.

Subito ritrovai la voce. Dissi che ero mandato lì dalla signora Pietra Rugolo, la macellaia, per vedere, se lui l'avesse permesso, i suoi libri latini. Mi chiese di seguirlo in casa.

Dopo la violenza del sole, che mi aveva abbacinato, la casa; ma era solo uno stanzone in terra battuta, mi sembrò l'antro d'un mago. In un angolo, un giaciglio sul quale gettati alla rinfusa erano stracci senza colore, poi arnesi di lavoro e ceste di vimini intrecciati, su tutto la polvere della miseria e dell'abbandono.

Il vecchio trasse da sotto il letto una cesta ricolma di pezze colorate, che incominciò a tirar via disordinatamente... A1 fondo, protetto da una tela bianca, un involto. Egli lo prese con cura e lo svolse con mani attente, come se celebrasse un rito. C'erano alcuni libri, senza copertina e tutti consunti.

Chiesi di poterli sfogliare, per capire cosa ci fosse scritto. L'uomo mi guardò in silenzio, con un lampo di simpatia.

«Sai leggere!» considerò.

Capii che egli, che pure li conservava così gelosamente, non ne aveva mai potuto appurare il contenuto. Erano libri di preghiera, invocazioni e agiografie di santi in latino. Qualche vecchia edizione chissà come, quando e per quali vie giunta fino a lui e conservata come un tesoro.

Gli dissi che non mi sembrava quello che cercavo; io volevo il libro del '500. Di quello avevo bisogno.

«A te, figlio,» mi rispose, «lo posso dire. Non dovevi venire da me. Quello che cerchi è don Antonino Spartà, l'esportatore di agrumi. Ha il magazzino a Patti Marina. Vai da lui. Di' che ti mando io. Ti darà ascolto! »

Deluso ed eccitato ripresi la via del ritorno. La strada sembrò più breve, ora che le mie fantasticherie e il ricordo dello strano personaggio mi aiutavano a pedalare con più lena. Ma a casa furono rimproveri aspri. Mio padre non voleva sentir ragioni. Niente doveva distrarmi dallo studio.

Ma l'avventura della ricerca mi era ormai entrata nel sangue. Attendevo il momento propizio per tornare dalla signora Pietra e riferirle l'esito del mio incontro e i consigli che «zu Giovanni» m'aveva dato.

Finalmente una domenica, verso l'imbrunire, imboccai deciso la strada che conduceva all'abitazione della macellaia. La donna mi accolse curiosa e sorridente. Volle sapere proprio tut­to, persino le mie impressioni. Poi considerò, un po' sconsola­ta: «Lo sapevo, io! Tutti dicono d'averlo, quel libro, ma poi, quando vai a vedere, è un'altra delusione. Anche il monaco, allora... »

«Il monaco?» la interruppi. «Quale monaco? Non me ne ha mai parlato!»

«Son cose vecchie, di tanti anni fa. Tu non eri ancora nato. E anch'io ero solo una ragazza. Ma, anche se non me lo dissero chiaramente, capii tutto lo stesso.»

«Ma questo monaco, che c'entra?»

«C'entra, c'entra. Il monaco lo chiamò mio padre. Gli avevano detto che era un sant'uomo e che possedeva il libro del 500.

Mio padre lo andò a prendere col carrozzino, fino in convento. E di notte tra il fare e sfarsi della luna, tutte e due se ne andarono a Protonotaro ».

Era buio fitto, ma il mulo sapeva dove andare, come se avesse gli occhi sugli zoccoli. Il monaco si tirò il cappuccio sulla te­sta più per abitudine che per proteggersi dalla brina che stava per calare.

Don Giovanni Rugolo si girò a guardarlo.

Fratello, siamo sicuri che facendo tutti 'sti sacrifici poi la liberate veramente la casa dagli spiriti e mi fate trovare il tesoro? E quello che avete, è proprio il libro del  500?»

«Ci vuole fede!» rispose laconicamente il monaco. E riprese a mormorare preghiere.

Don Giovanni si mise a fischiettare piano, per farsi compagnia.

Quando giunsero alla cascina, già si vedeva in lontananza un primo chiarore di cielo. In Sicilia, all'aperto, l'alba è veloce ad arrivare.

II monaco trasse da una piega della tonaca il libro e reggendolo davanti a sé, come se fosse un crocifisso, si fece strada verso la casa. Avevano appena varcata la soglia e già don Giovanni si accingeva ad accendere una lanterna che un colpo di vento fece chiudere di scatto la porta dietro di loro. Poi i fiammiferi ri­fiutarono di accendersi. Così che i due rimasero nel buio più fitto. Strani scricchiolii correvano per la casa. Sembrava che tutte le anime senza pace si fossero date convegno lì. Spifferi, soffi, catenacci che scorrevano, stridii... Il frate cominciò a recitare ad alta voce le sue litanie. Ma la sua parola usciva come deformata. E se non era paura, era certamente l'intervento di qualche spiritello maligno, disturbato.

Don Giovanni cominciò a tremare e battere i denti. Non era più sicuro di nulla, neanche di volere liberata la casa e rimpiangeva di essere venuto fin lì. In fondo quelle son cose che dovrebbero fare gli esorcisti, da soli.

Ma anche il monaco sembrava vacillare nelle sue convinzioni. Arretrando con cautela, don Giovanni sentì dietro di sé la maniglia della porta, l'aprì e si precipitò fuori. Subito dopo uscì il monaco. Ed ecco scatenarsi un temporale con lampi e tuoni. E il cielo, malgrado quel putiferio, continuava ad essere sereno!

«Queste sono cose diaboliche! » disse don Giovanni. «Andiamocene di qui.»

Il monaco non rispose, s'affrettò a salire sul carrozzino. Non c'era neanche una cerata per ripararsi dalla pioggia e fecero il viaggio di ritorno quasi annegati da quell'acqua livida.

«Quando mio padre arrivò a casa, era ormai il mezzogiorno», continuò la macellaia. «Pover'uomo, era ancora inzuppato fradicio. Raccontò a mia madre quello che aveva visto e provato. E mia madre, donna saggia e di poche parole, commentò: "Quello non era il libro giusto, non era il libro del '500." Da quel giorno mio padre ebbe come un chiodo fisso. Voleva vendere la terra e la casa, ma ormai si era risaputo che lì c'erano gli spiriti e non trovò nessuno, neanche a regalarla.»

Il racconto della signora Rugolo mi aveva messo una specie di formicolio addosso. Non volevo riconoscere però che fosse paura.

«E non era veramente il libro del '500?» chiesi, tanto per dire qualcosa.

«Quel libro è come l'araba fenice: "Che ci sia ognun lo dice / dove sia alcun lo sa"», cantilenò la macellaia. Poi riprese: «Senti, figliolo, l'impresa è disperata. Ora mi rendo conto che non ti dovevo coinvolgere. Perché sono convinta che anche quello di 'sto cristiano che t'hanno indicato, quest'Antonino Spartà, sarà una delusione. Perciò è meglio se ci levi mano. Lascia stare, vatti a mettere a giocare con i compagnetti tuoi. Tu sei signore, puoi studiare, leggere, ci sono tante cose da fare per un giovane istruito come te.»

Salutai la signora Pietra e presi a scendere le scale di casa sua. Ormai la mia volontà vacillava. Non ero più sicuro di volere continuare la ricerca. Intanto era difficile, pericolosa. E poi non c'era riuscito nessuno a trovarlo, quel libro. E mio padre non mi permetteva,.. Però, se l'avessi trovato io, che vittoria sarebbe stata! I miei compagni avrebbero detto che ero stato il più in gamba, gli amici lo avrebbero saputo e m'avrebbero apprezzato e invidiato. E quei fantasmi sarebbero scomparsi. E i tesori che si sarebbero liberati dalla terra... Era inutile. Il libro del 500, quel libro doveva essere una favola, meglio non pensarci più.

Stavo per svoltare l'angolo della via, quando mi sentii chiamare. Era la figlia della signora Pietra. Una ragazzetta quasi mia coetanea, con due occhi neri che trafiggevano e capelli folti e ricci.

«È vero che cerchi il libro del 500?» «Mm... »

«Me lo puoi dire, sai. Io non sono tipo che racconta le cose in giro!»

«Sì, forse.»  ,

«Come sei coraggioso! Non hai paura, tu?» «Non son cose da aver paura, queste! »

«No, non dire così. Mia madre mi ha detto che nessuno ha mai provato a cercarlo, quel libro. Che è cosa pericolosa assai! Tu, invece...»

«Io, invece, lo cerco soltanto. Lo troverò!»

Armato di un nuovo coraggio mi avviai baldanzoso verso casa. Di fronte a quella bella ragazzina non volevo né potevo fare la figura del fifone. Ormai m'ero impegnato. E, se esisteva veramente, il libro del 5OO lo avrei trovato proprio io.

Passarono alcuni giorni, la curiosità per i fatti di magia si era. così intimamente insinuata dentro di me, che non perdevo occasione di leggere e rileggere i libri che m'ero fatti venire da Napoli. E aspettavo al varco il postino che avrebbe dovuto consegnarmene altri che avevo ordinato.

Ormai sapevo che per chiamare gli spiriti ci voleva un tavolino tondo, a tre piedi. E un giorno convinsi il falegname dirimpetto a casa mia a costruirmene uno. Lo portai a casa un po’ soppiatto, cercando di giustificare a mia madre l'acquisto. Le dissi che era un regalo che mi volevo fare. Si poteva mettere

vicino al mio letto. Ci avrei posato sopra i libri di lettura, per distinguerli da quelli di studio, così non mi sarei confuso. Mia madre tentennò il capo, per nulla convinta, ma non replicò. Rimasto solo finalmente, poggiai le palme delle mani aperte sul tavolino e dopo aver pronunziato preghiere e invocazioni, quelle stesse che avevo appreso nelle mie continue letture dei testi magici, cercai di evocare qualche anima vagante. Sapevo che non vengono subito appena chiamate, non stanno certo lì ad aspettare.

le ore passavano e non succedeva nulla. Deluso, rinunziai, anzi feci  di più, relegai il tavolino in una vecchia stanza dove non entravamo mai. Ormai ero convinto di non possedere doti medianiche.­

Dopo cena, mio padre venne a darmi la buonanotte ed io mi preparai ad un sonno sereno.

Improvvisamente, nel silenzio profondo dell'ora, cominciarono ad avvertirsi forti rumori. Qualcuno batteva violentemente  qualcosa. Tutta la casa fu ben presto sveglia, all'erta per capire prima di tutto, di cosa si trattasse.

 Era il tavolino. Solo! Aveva preso a battere in Morse strani messaggi. Mio padre che sapeva il codice, li traduceva allibito, mentre mia madre in un angolo pregava e piangeva.

Dopo un primo momento di smarrimento e di sorpresa, mio padre prese il tavolino, aprì la finestra e, tenendolo alto sulla testa, come ad imprimere maggiore slancio, lo scaraventò giù. Poi... furono rimproveri e qualche schiaffo.

Il giorno dopo, mia madre venne a svegliarmi.

«Non dovevi farlo, quello che hai fatto!» mi rimproverò. «Sono cose pericolose. Tu non puoi capire; per te, alla tua età, è tutto un gioco, un'avventura. Tuo padre è stato fin troppo buono con te». «Ma, mamma...»     '

«Zitto! Non ti fare sentire. Lo sai cosa è successo alla zia, per scherzare con queste cose?»

«Alla zia?»

«Sì, mia sorella. Appena sposata andò ad abitare in una vecchia casa. Glielo avevano detto che era infestata, ma lei, dura, niente, non ci voleva credere. Così andò ad abitare lì, che era ancora sposina».

«E lo zio, anche lui lo sapeva?»

«Sì, certo. Ma quello non ha prudenza. Anche mia sorella, però... Appena tornati dal viaggio di nozze entrarono in quella casa. Erano tutti contenti e indaffarati. C'era da mettere a posto i regali, poi disfare le valigie. Quando andarono a coricarsi era tardi, avevano sonno ed erano stanchi. Ma avevano appena spento la luce che un'ombra si materializzò ai piedi del letto. Una brutta faccia, qualcosa di minaccioso. Sulle prime non capirono che cosa fosse, anzi, mia sorella mi disse di aver creduto che fosse un ladro, un malfattore entrato in casa per derubarli: Quando accesero la luce, quella "persona" non c'era più. Guardarono tutta la casa. Porte e finestre erano sprangate. Impossibile che qualcuno si fosse introdotto di nascosto»...

«E allora? Racconta. Come andò a finire?»

«Andò a finire che era sempre la solita storia. Di giorno niente, la notte qualcuno spuntava e minacciava. A1 terzo giorno scapparono da lì, senza neanche fare i bagagli. Ci dovetti andare io, che ho meno coraggio di lei...»

«Ci fossi stato io, invece...»

«Tu, niente. Non scherzarci sopra. Non son cose da prendere alla leggera. Mi devi promettere che sarai più cauto!»

«Ma io non credevo... che sarebbe successo quello che è accaduto. Quello che mi interessa è il libro del 500.»

«Non voglio sentirne parlare. Non ti rendi conto. È troppo pericoloso. Devi lasciar perdere.»

Non risposi. Certamente non potevo promettere a mia madre di fare qualcosa, essendo sicuro di non potere mantenere l'impegno. Ne andava del mio senso dell'onore. Se solo avessero capito quanto era importante per me! 

Il mattino dopo andai dal professore, e dopo avergli raccontato del mio inutile viaggio a Mazzarrà Sant'Andrea gli comunicai la mia intenzione di condurre la ricerca del libro del 500 a Patti Marina. Mi ricevette con la solita cordialità, ma c'era in lui come una sorta di ritrosia. Capivo che forse voleva dirmi qualcosa, ma ne era come impedito. Alla fine, dietro le mie pressanti richieste per sapere il perché del suo insolito comportamento, mi disse con molta franchezza: «Ho parlato con tuo padre. Anch'io sono d'accordo. È meglio lasciar perdere questa ricerca del libro. Sei un ragazzo. Pensa a studiare. Son cose difficili e com­plicate. Non sono adatte a te. Lascia perdere!»

Mi allontanai con l'impressione d'essere stato tradito, ma anche stranamente determinato ad andare avanti, malgrado tutto. Dovetti aspettare oltre un mese per avere l'opportunità di allontanarmi dal paese. Difatti, pur senza farmelo pesare, i miei genitori mi controllavano molto più da vicino ed io non volevo far nulla per metterli in preoccupazione.

Ma quella domenica mattina, presi di volata il treno delle 8,30  raggiunsi a piedi Patti Marina, dove mi aveva indirizzato zu Giovanni.

Il grande magazzino d'agrumi era in piena attività quando vi giunsi voci di donne e i rumori della lavorazione. Appena varcato l'ingresso mi si fece incontro un vecchio sdentato con pochi capelli sul cranio macchiato di vecchiaia.

<< Che cosa desideri?»

<< Cercavo don Antonino Spartà.»

<< Il principale non c'è. Parla con me. Sono il custode. Di che >>

proprio parlare con don Antonino, in persona.» dico che non c'è...»

<<Quando torna?»

<<Che ci sono dietro, io, a contargli i passi? Torna quando vuole tornare , è il padrone! Ma tu che vai cercando? Si tratta di qualche partita di limoni? Che ti manda tuo padre? Non mi pare di conoscerti!»

<<Non sono di questo paese. Vengo col treno.»

<<allora, che vuoi?»

<<Non sono cose da parlarne a lei. Devo fare una domanda a don Antonino.»

Il vecchio, indispettito e offeso dal mio rifiuto, girò le spalle e si allontanò.

Peccato, andavo considerando fra me. Una giornata persa. Ma allora quel libro era veramente una cosa impossibile da trovare...

Quante difficoltà, tempo, impegno e poi, poi un pugno di mosche in mano.

Tornai al paese senza più mordente. E io che avevo rischiato una punizione severa da mio padre. Se non era destino... A certe cose un vero siciliano non si oppone mai.

La sera, uscendo da un caffè dove ero andato a comprare un cono al limone, mi sentii chiamare. Era la figlia della signora Pietra Rugolo.

«L'hai trovato?» mi chiese subito. «Che cosa?» cercai di tergiversare. «Come che cosa? Il libro!» «No!»

«Ma ci sei andato, dove dovevi andare?»

Ero indeciso se fermarmi o no a parlarne con quella ragazzina; una donna di queste cose che ne poteva capire?... Però, il suo sorriso era così dolce e accattivante e gli occhi neri così curiosi e maliziosi...

«Sono andato, ma non c'era. È troppo lungo a raccontarsi. E forse non ci torno più. Devo studiare.»

«Come, lasci perdere? Se non fosse per mia madre, che non mi lascia muovere un passo, verrei anch'io con te a cercarlo. Oppure cominci ad avere paura?»

«Figurati! »

«Allora perché vuoi abbandonare tutto? Tu sei così coraggioso. Se non ci riesci tu, non ci riesce di sicuro nessun altro. Che peccato, se molli tutto.»

«Forse ci ripenso.»

«Sì, vai, vai. E fammi sapere quando. Io ti aspetterò alla stazione, così mi racconti.»

«E tua madre'?»

«Dico che vado dalla nonna.»

Ormai era una questione di puntiglio con me stesso, ma soprattutto con quella ragazza. Mi dispiaceva deluderla. E poi c'ero quasi arrivato a sapere se il libro esistesse realmente. Quello avrei dovuto appurarlo. Poi, se non era il libro del 500, pazienza. Ma nessuno avrebbe potuto dire che avevo paura di cercarlo.

Le settimane di vacanza andavano volando via, mai un'estate mi era sembrata così breve. Se avessi aspettato ancora, ero certo che avrei finito con il rinunziare alla mia ricerca. Cominciando le lezioni, non avrei avuto più tempo e forse nemmeno più la voglia.

Quella domenica di fine settembre mi sembrò fatta apposta per portare avanti il mio progetto. Il cielo era terso e il sole abbagliava come non mai, quando presi il treno. Mille indizi, un luccichio nel verde compatto del treno in corsa, una zaffata d’aria profumata che superava la barriera del finestrino chiuso, tutto contribuiva a darmi la certezza del successo.

Dentro di me cantava un'allodola.

Mi diressi sicuro al magazzino d'agrumi. Poco prima di oltrepassare la porta, ne uscì fuori un uomo scarno, sulla cinquantina. Chissà come, fui sicuro che si trattasse di don Antonino Spartà. «Cercavo di lei!» gli dissi.

«Di me?»

«È don Antonino Spartà, vero?» «Sono io!»

«Mi manda zu Giovanni di Mazzarrà Sant'Andrea.» «Parla, che vuoi?»

«Il libro del 500.»

«Mandano proprio te a domandarmi quel libro?» si meravigliò il commerciante. «Sei un ragazzino. Ma come c'entri in queste cose? Chi sei?»

Gli spiegai tutto d'un fiato del professore, che mi aveva per primo fatto nascere curiosità sul mondo della magia, gli dissi della signora Pietra e del suo casolare abitato dagli spiriti, del tesoro nascosto, della mia inutile ricerca del libro prodigioso in casa di zu Giovanni, di come fossi stato indirizzato a lui...

«Non hai paura di queste cose?»

Non risposi, ma il mio sguardo doveva essere così fermo, la mia determinazione così forte che don Antonino ne fu certamente scosso.

«Aspettami laggiù», mi ordinò guardando il greto del torrente poco distante, che divide Patti dalla Marina.

Obbediente mi diressi nel luogo indicatomi, dove rimasi una diecina di minuti ad osservare le pietre luccicanti al sole. Quando don Antonino mi raggiunse aveva con sé una valigetta. «È chiusa da tanto tempo, che non sono sicuro di poterla aprire. »

Ma le chiusure, alla pressione delle sue mani, cedettero e... dentro c'era il libro.

Stesi le mani, avidamente.

«Aspetta», mi bloccò don Antonino. «Prima devo avvertirti...

Il libro lo puoi toccare, ma guai ad aprirlo. Stai attento anche che non si apra per caso, se no...»

Le parole non dette, e soprattutto quel tono di minaccia e ammonimento, mi fecero correre un brivido per le vene; malgrado il sole violento un sudorino freddo prese a serpeggiarmi per la schiena.

«E allora?» mi incitò don Antonino.

Allungai le mani a reggere il misterioso libro del 500. Era un volume delle dimensioni di un'enciclopedia, con una copertina di metallo annerito.

«Vedi? Questa è una lega d'oro, argento e rame, è spessa più di mezzo centimetro», mi spiegò don Antonino.

«È pesante!» osservai. «Non devi sfogliarlo!» Non risposi.

«Ecco! Reggilo così. Devi resistere alla curiosità. Ne va della tua stessa vita.»

Dal dorso del libro sporgeva un che di puntuto. Don Antonino con cautela tirò verso di sé l'o getto. Era una bacchetta della stessa lega della copertina, lunga quasi quanto il libro. Nella parte superiore finiva con un teschio e una piccola croce, in fondo terminava con un pesce appuntito.

«Questa bacchettina serve a comandare gli spiriti.»

Come preso da un'insolita fretta, don Antonino mi tolse il libro dalle mani e lo risistemò nella valigetta.

Insieme ci incamminammo verso la stazione ferroviaria di Patti. Ora tra noi c'era come una reticenza a parlare. Ma poco prima che arrivasse il treno, don Antonino mi disse che sarebbe venuto a Barcellona, per conoscere il professore, al quale assicurai avrei parlato del libro, e anche la signora Pietra. (Sono passati circa 50 anni da allora, eppure, se ci penso, sento di poter rivivere con la stessa emozione quel giorno. Molti parlavano di quel libro, ma nessuno l'aveva mai visto. Io l'avevo tenuto tra le mani, seppure per poco).

Giunto a Barcellona, mi precipitai a casa del professore. Mi feci largo tra il gruppo dei suoi affezionati «pazienti» e lo chiamai in disparte.

«L'ho visto», dissi con semplicità e orgoglio. «L'ho tenuto in mano! »

Il professore allibito mi chiese di che parlassi, senza indugio gli raccontai del mio incontro con lo Spartà, del libro magico, delle ammonizioni che mi aveva fatto mostrandomelo, di come sarebbe venuto la domenica successiva per conoscerlo.

Quando andai via, il professore mi strinse la mano.

La settimana volò via lesta lesta. E alle 12.30 della domenica io fui alla stazione a ricevere don Antonino Spartà.

Ormai eravamo due amici che si incontrano, accomunati, per giunta, da un segreto così grande. Lungo la strada non potei fare a meno di chiedere dove avesse trovato il libro miracoloso.

Don Antonino non si fece pregare.

«Sono passati tanti anni, ormai. Ero stato a caccia. S'era fatto tardi, troppo tardi per pensare a rifare la strada fino al paese. Già pensavo di passare la notte all'addiaccio, quando mi rammentai che in quei paraggi c'erano i ruderi d'un convento. Avviai la bestia. Del grande edificio, una volta fervente di vita, non era rimasto che qualche muro alzato, una campana e una croce sul tetto. Il caseggiato, tuttavia, offriva qualche riparo. Mi introdussi all'interno; c'era un tappeto di vecchi libri, certamente messali, libri di chiesa, oggetti sacri fuori uso. Rimestai un po' con i piedi, per farmi spazio e distendermi, quand'ecco vidi un leggero luccicare. Mi chinai per osservare meglio: era un libro dalla copertina di metallo. Lo raccolsi. Era pesante. Lo sollevai alla luce della luna e l'aprii. Non l'avessi mai fatto!»

Spartà tacque bruscamente. Eravamo proprio giunti in mezzo al ponte sul torrente Longano.

Io, completamente rapito dal racconto, vincendo ogni natura­le discrezione, lo incitai con foga: «Non si può fermare proprio ora!» lo scongiurai.

Quello si volse a guardarmi, abbassando più volte la testa. «Quando ci penso, mi sento tremare le gambe», spiegò. «L'avevo appena aperto, quel libro, che si scatenò un putiferio. Gli alberi nella calma calura della notte d'estate presero a fremere come se fossero investiti da una tempesta, il cielo si fece rosso di lampi e uno mi cadde vicino ai piedi, facendomi balzare indietro terrorizzato. Poi s'aprirono le cataratte nel cielo, ma a cadere non era solo acqua, grandine piombava a terra, a chicchi grossi come sassi, e cadendo schizzava e rimbalzava e ogni pie­tra di gelo mi veniva addosso e mi colpiva in faccia, sulle gambe, sul petto. Non sapevo come ripararmi prima. Il mulo che avevo lasciato a brucare s'impennò e si dette alla corsa nella campagna, ragliando come impazzito. In tutto quel finimondo il libro mi cadde dalle mani. Arretrando in cerca di scampo, me lo trovai tra i piedi e, non so perché, gli mollai un calcio che lo mando contro il muro, e lo fece chiudere. Mentre lasciavo correre una bestemmia per il gran male che m'ero fatto al piede, colpendolo, mi resi conto di qualcosa di portentoso: il temporale era cessato d'incanto. Non ci volle molto a collegare i due fatti straordinari di quella notte, il libro strano e il temporale, ancora più inspiegabile. Capii che quel libro poteva essere quello di cui avevo sempre sentito parlare. Tanto più che, come mi chinai ad osservarlo meglio, vidi che nella caduta era spuntata dal dorso una bacchettina. Presi in mano il tutto, lo misi nel carniere e... da allora non l'ho più aperto.»

Arrivati a casa del professore, questi ci si fece incontro, cordiale e sorridente, ma a me che lo conoscevo sembrò forse un po’ imbarazzato. C'era anche la signora Pietra e un amico del professore, il sig. Sebastiano Perdichizzi, che gestiva un avviatissimo negozio di calzature in Via Garibaldi, ma che aveva un grandissimo interesse per le cose di magia.

Quel giorno la mia curiosità rimase delusa. Mi aspettavo che subito cominciassero a trafficare con il libro, ma essi si limitarono a raccontarsi le loro esperienze e si accordarono per incontrarsi ancora e andare insieme nei luoghi in cui sia il sig. Perdichizzi, sia il professore sapevano trovarsi tesori nascosti, controllati da spiriti maligni. Seppi anche che sovente si incontrava per parlare di queste cose. Ma io non vi partecipai, impegnato come ero con la scuola. Mi feci promettere però che, quando avessero deciso di andare a «liberare» la casa colonica della signora Rugolo, mi avrebbero avvertito, perché anch'io partecipassi.

Era una notte d'autunno dal cielo limpido seminato di stelle, in cui occhieggiava una luna sfacciata, quando ci recammo nella proprietà della signora Pietra.

Il silenzio della campagna era rotto dallo stridio di qualche grillo e una cicala cantava nascosta nel fogliame d'un albero.

I coloni avevano sgomberato la casa, sopraffatti dalla ostilità invincibile degli spiritelli che l'abitavano. La signora Rugolo aprì un po' emozionata la porta della casa, poi si trasse indietro e mi consigliò di fare altrettanto: «È meglio che gliela facciamo sbrigare a loro», sussurrò.

A dire il vero, io avrei voluto entrare, assistere di persona a tutto quello che succedeva... ma la donna mi bloccò per un braccio e un po' pregò, un po' mi ingiunse di restare con lei a farle compagnia.

Così, alla fine ad entrare furono il professore e don Antonino, che reggeva il libro, ancora chiuso, tra le mani.

Tutto quello che m'avevano raccontato fino ad allora avrebbe dovuto mettermi sull'avviso. Confesso, invece, che mi trovai impreparato a vivere l'esperienza che seguì. Ancor oggi, con il naturale distacco che gli anni e la maturità conseguente mi hanno dato, non posso fare a meno di provare una viva impressione, rievocando quei fatti.

Dalla casa dove s'erano introdotti il professore e lo Spartà si sentiva un fruscio in crescendo, come se qualcuno con sempre maggior vigore si desse a ramazzare per terra con una scopa di Saggina. Il suono si spezzò d'improvviso. Il silenzio che seguì fu subito dopo interrotto da tonfi e colpi indiavolati; sembrava che enormi massi cadessero a terra, frantumandosi. Il rumore, come di lotta, arrivava a coprire le invocazioni quasi urlate che il professore faceva alla Vergine e ai santi. Ma anche fuori avvenne qualcosa di prodigioso: scagliati dal nulla sassi colpivano le vecchie tegole della casa. Mentre cercavamo scampo, atterriti, in lontananza la campagna si rischiarò di un bagliore di fiamme, che circondarono ad anello il casolare.

«Madonna santa, aiutateci !» andava mormorando la signora.

Pietra con voce sempre più alta e mi stringeva a sé, convulsamente. fuori. Ad aspergere anche lì l'acqua benedetta che aveva portato in una ampollina.

Dalla porta aperta ci vedemmo sedie volare per la casa, come trascinate da un filo invisibile; una imboccò la porta d'uscita volando appena al di sopra delle nostre teste, andò a planare su un albero, dove rimase in bilico, dondolando forsennatamente.

Un grido gutturale. Spartà, pallido e tremante, con i pochi capelli ritti sul capo, fu scaraventato fuori. Si arpionava la gola con le mani: <<Sono spiriti ribelli!» avvertì con una voce arrochita, appena comprensibile.

La signora Pietra non resistette oltre, trascinandomi per la mano, prese a correre per lo stradale in direzione del paese.

 

 

 

«PASSU PASSU MA PURTAMU»

 

Quando giunse improvvisa la notizia della morte della mae­stra Nazarena Garofalo, vedova Recupero, ammalata da tempo, il paese sapeva che qualche settimana prima i parenti preoccupati e premurosi avevano mandato a chiamare per consulto il fa­moso direttore di una clinica universitaria, il quale li aveva rassicurati sul benigno decorso della malattia.

La salma giaceva ora su un lettino approntato in una stanza dell'appartamento al primo piano di un vecchio fabbricato di via Garibaldi, in Pozzo di Gotto. Attorno i parenti.

Entrai quasi in punta di piedi, feci il segno di croce, recitai un requiem e dopo aver fatto le mie condoglianze ai familiari, sedetti accanto al genero, avvocato Nello Cassata, al quale dopo alcuni minuti, anche per rompere il pesante silenzio, chiesi sommessamente come mai una fine tanto improvvisa.

L'avvocato mi rispose: «Otto giorni fa è venuto il professore, l'ha visitata e, allontanandosi dal letto dell'ammalata, col suo passo cammellato, un piede a destra e l'altro a manca, in sincrono con il tic nervoso del collo, ci rassicurò: "State tranquilli! Passu passu n'a purtamu." Come vedi, passu passu n'a purtamu a 'u campusantu!»

Non potemmo soffocare una risata, che la signora Nazarena, persona briosa, se fosse stata viva ci avrebbe certamente perdonato.

 

 

 

CARISSIMO AMICO

 

Il sindaco del comune di Spadafora, Giovanní Tortorici, dopo lunga attesa, accompagnato da un deputato regionale della sua provincia, venne ricevuto dall'assessore regionale ai lavori pubblici, on. Angelo Bonfiglio, al quale chiese il finanziamento di alcune opere pubbliche.

L'assessore, dopo alcuni convenevoli, prese nota delle richieste e si impegnò a dare immediate disposizioni. Alla raccomandazione del sindaco, dettata dall'esperienza, che l'impegno non restasse lettera morta, l'assessore assicurò: «Carissimo amico, lei può andarsene tranquillo, avrà presto regolare comunicazione.»

Trascorsi inutilmente sei mesi, malgrado ì solleciti telegrafici. il sindaco tornò dall'assessore regionale che lo ricevette con molta cordialità: «Carissímo amico, che si díce?»

II sindaco, pronto: «Si dice, caro assessore, che, a proposito dei finanziamenti da lei promessimi sei mesi or sono per il mio comune, siamo ancora fermi a... carissimo amico. »

 

 

DONNA VENERA

 

La trovavo ogni mattina ad attendermi all'ingresso della barberia di don Peppino Monforte, in via Umberto I: «Mi deve dare la pensione, anch'io ho diritto di campare, signor sindaco!»

Quando non mi trovava dal barbiere, veniva a casa o al Comune, sempre con la stessa pressante richiesta.

Erano i primi anni della mia sindacatura, ed io cercavo possibili soluzioni ai problemi urgenti, primo tra tutti l'approvvigio­namento idrico della città.

Donna Venera era una donnetta di circa sessant'anni, vedova poveramente vestita, sempre a piedi scalzi. Per una malformazione congenita aveva le mani prive di dita. Da alcuni anni abi­tava una stanza del ricovero per anziani in via Duca d'Aosta, che le avevano ceduta in cambio del suo lavoro di custode.

Durante la giornata, portava l'acqua attinta dalle fontane pubbliche alle famiglie del centro della città, a cento lire la brocca. Di solito andava a riempire i vasi la mattina a vico San Sebastiano e a Santa Rosalia, di pomeriggio andava ad attingere a San Giovanni.

Alle fontane litigava con tutti, non voleva aspettare il turno, pretendeva la precedenza assoluta, perché quello per lei era lavoro, il suo mezzo di sostentamento.

Le altre, quelle che andavano per l'acqua dì casa o per lavare panni, potevano pure aspettare e cederle il passo.

Spessa, delle liti facevano le spese proprio le brocche: le donnette se le scagliavano in testa.

Donna Venera andava e tornava dalle fontanelle con due brocche, una in equilibrio sulla testa, l'altra appesa all'avambraccio.

Quando l'amministrazione comunale fu in condizione di realizzare la rete di distribuzione dell'acquedotto alla quale fu allacciata ogni abitazione privata, alla soddisfazione della popolazione fece riscontro il crescente malanimo di donna Venera.

Man mano che i lavori proseguivano, si assottigliava il numero dei clienti della vecchia, ed essa si metteva a protestare perché 1e stavano togliendo di giorno in giorno il pane dalla bocca «Me ne vado a casa del sindaco, a mangiare!» minacciava.

Quando nessuno ebbe più bisogno dei suoi servizi, si mise a pretendere che il Comune, che dando l'acqua agli altri aveva prosciugato il suo borsellino, le assegnasse una pensione a vita. come risarcimento.

Purtroppo questo non rientrava nelle competenze né nelle possibilità dell'ente locale e donna Venera, vittima del progresso civile del suo paese, visse gli ultimi anni della sua travaglia  esistenza assistita dall'Eca.

 

 

 

«ALLURA U CUMPARATU PICCHÌ C'È?»

 

Quel giorno, assieme alla moglie, mio compare - gli avevo tenuto a battesimo il primo figlio -, cogliendo 1'occasìone dei mio onomastico, venne a trovarmi nella casa di villeggiatura a mare, dove mi intrattenevo con amici venuti a farmi gli auguri.

Dopo una diecina di minuti incominciò a spazientirsi, a dare segni di nervosismo, a non star fermo sulla sedia. Voleva parlarmi subito, riservatamente, con gli occhi sembrava volesse sug­gerire: «Mandali via, questi scocciatori; è cosa urgente! »

Non avevo dubbi sullo scopo della sua visita, essendone stato avvisato da un comune amico.

Di tanto in tanto muoveva un dito a farmi segno di alzarmi e seguirlo in disparte. Con un movimento rotatorio orizzontale dell'indice destro, facevo segno di rinviare ad altro momento. Ma i miei sforzi per rinviare il colloquio furono inutili, così fui costretto a chiedere scusa agli amici e mi appartai con lui e la moglie fuori, in un angolo del giardinetto retrostante alla casa. Entrò subito in argomento.

L'Elettromobil, l'unica speranza dell'industrializzazione barcellonese, aveva chiuso i battenti, licenziando operai e tecnici. Anche lui: l'ingegnere. E lui, mio compare, era venuto a comunicarmelo tutto afflitto, come se io, che mi ero battuto per evitare la chiusura, non ne fossi perfettamente al corrente.

In verità, il mio interlocutore era venuto per tutt'altro scopo. Voleva che io mi adoperassi per farlo assumere all'ufficio tecnico del Comune.

Tentai di convincerlo a rinviare la discussione, anche per tornare dagli amici che erano venuti a trovarmi per la mia festa. Inutile. Doveva parlarmi, anzi dovevano parlarmi subito. Anche la moglie infatti interloquiva, agguerrita, a chiedermi un impegno e subito.

Dissi che piuttosto si augurassero la riapertura della fabbrica. perché, quanto a sperare nell'assunzione al Comune, era pura illusione. Un simile provvedimento, che comunque l'amministrazione non era in grado di adottare, con piú rigore e più senso umanitario doveva semmai essere preso per tanta povera gente che, non esercitando altra professione, sarebbe rimasta sul lastrico.

Non persero tempo a rispondermi che i fatti degli altri non li interessavano.

Mi feci il più possibile accomodante, e con una risatina gli rammentai: «Dopo tutto voi, compare, siete ingegnere, potete esercitare la professione e non avete proprio bisogno di un'altra occupazione...»

Non l'avessi mai detto, saltò su come punto da una vespa: «Che vuole dire questo? Ho perduto il posto e quindi il Comune mi deve assumere!»

Rîbadii che non ero in condizione di assumere impegno alcuno e cercai dì chiuderla lì, ma la moglie, inviperita, intervenne pronta: «Allura, u cumparatu picchì c'è?»

Non potei frenarmi: «Ma, insomma, siete venuti per gli auguri o per amareggíarrni'?»

Se ne andarono senza salutarmi. Un compare perduto!

 

 

 

CAZZI CU L'ALI

 

In una delle tante crisi, succedutesi alla caduta del governo regionale presieduto dall'onorevole Silvio Milazzo, dopo lunghe snervanti riunioni notturne degli organi direttivi di partito e di gruppo parlamentare, la mattina alle dieci noi deputati ci presen­tammo a sala d'Ercole per eleggere il presidente della Regione e gli assessori.

Facce stanche, tristi, preoccupate, con un'aria di mistero, circolavano tra la sala gialla, la buvette e l'aula del palazzo dei Normanni.

Tra i primi ad arrivare nella sala d'Ercole, armato di una pe­sante borsa di pelle nera, piena di regolamenti e leggi, che mai abbandonava, fu un anziano deputato, già presidente dell'Assemblea e della Regione, l'onorevole Giuseppe La Loggia.

Un giovane collega lo avvicinò domandandogli di fare previsioni sulle soluzioni possibili della crisi.

Egli, lasciata la borsa su uno scanno, lo guardò con la calma che gli era propria, e gli rispose: «Figghiu miu, chi voi ca ti di­cu? Sta jurnata 'nta stu saluni volanu cazzi cu l'ali e iu, pi sì e pi no, mi vaiu a'ssettu.»

 

 

 

DON ROCCO, «U RE

 

Un monarchico di ferro, don Rocco Sfameni, pozzogottese. da tutti inteso don Rocco «u re». Fu consigliere comunale dal 1956 al 1960, eletto nella lista «Campana», formata da democristiani, liberali e monarchici.

Dopo la scissione dei monarchici, si schierò con Lauro e assieme ad altri amici aprì in via Roma, accanto al Grand Hótel. una sezione del partito monarchico popolare.

Qualche giorno dopo, sulle cantonate della città apparvero manifesti che annunziavano la distribuzione di pasta presso la sede del nuovo partito, che in poche ore fu presa d'assalto da uomini e donne, armati di sporte, di sacchi, di borse, di valigie.

Don Rocco «u re», avvilito e scornato, andò difilato dai carabinieri a sporgere denunzia contro ignoti... Dopo qualche settimana, non potendosi identificare i colpevoli, sciolse la sezione e si ritirò definitivamente dall'attività politica.

 

U CONTI

 

Si poteva puntare l'orologio su di lui. Ogni mattina spuntava dal portone del palazzo di piazza Vittorio Emanuele III, quel palazzo che portava il nome della sua famiglia e s'incamminava lento e sicuro verso la casa del fascio, all'incrocio tra via Operai e via Roma.

Se era bel tempo, mezz'ora dopo di esservi entrato, usciva dal suo ufficio di segretario del fascio, si portava all'angolo del palazzo, levava le mani ai fianchi in atteggiamento severo e bellicoso insieme, quello stesso che la stampa di regime propagandava come uno dei più tipici del suo duce e, con movimenti misurati, come a controllare bene che ogni sua mossa avesse la naturalezza d'un comportamento istintivo, si dava a ruotare il corpo di 360°, spaziando lo sguardo verso la stazione ferroviaria, il torrente Longano, la vecchia chiesa di San Sebastiano e la piazza XIX Luglio.

Rispondeva romanamente al saluto dei passanti, conservando negli occhi e nell'espressione del volto un piglio corrucciato e severo. Non guardava in faccia nessuno, nemmeno i gerarchi locali, con i quali pure si intratteneva spesso.

Verso mezzogiorno, a passi lenti, solo o in compagnia, si trasferiva in piazza San Sebastiano, al circolo dei nobili, che occu­pava il piano terra di palazzo Fazìo, e, riprendendo l'amata posa, vi sostava per un'altra mezz'oretta, gli occhi impegnati a chiamare l'attenzione dei passanti, a sollecitare il saluto. E ancora mezz'ora dopo, attraversava via Garibaldi, via Longo e via Operai e rientrava a casa.

Lo stesso rito si ripeteva nel pomeriggio.

Il conte era uno scapolo di buona indole, robusto, sui quarantacinque anni, di statura regolare, con una bella faccia rubiconda su una botte di quattro ettolítri.

Amava molto la divisa di segretario politico del fascio: quei pantaloni grigio-verdi alla cavallerizza su stivaloni neri, la sahariana nera con il distintivo della carica, ma soprattutto amava i bel berretto nero con la visiera e l'aquila d'oro in fronte.

La sua mole lo faceva spiccare nelle manifestazioni pubbliche, fra tutti quei gerarchi che gli facevano corona.

Il sabato pomeriggio era la sua più grande realizzazione: con 1a divisa stirata a pennello arrivava puntualmente alla Gil, ospitata nei locali dell'ex stazione tramviaria, dove oggi sorge il monumento ai caduti, per assistere alle esercitazioni pre-militari, e lì sì dava a impartire ordini su ordini.

Soddisfatto, concludeva la serata seduto davanti al circolo dei nobili, al centro dì una corona dì dirigenti della gioventù italiana del littorio, di centurioni della milizia fascista, di nobilotti, che facevano a gara per stargli più vicino possibile.

Verso la fine della seconda guerra mondiale fu richiamato alle armi e destinato alla costa della Sìcilia occidentale.

Dopo lo sbarco degli alleati fu trasferito con il suo reparto sul confine austriaco, verso Trieste, da dove, dopo l'armistizio dell'8 settembre, venne deportato dai tedeschi nel campo di concentramento Stalag 307, blocco VI di Deblin-Irena in Polonia. Lì fu colpito da paralisi.

Rientrò dalla prigionia tedesca con un grave stato di invalidità e trascorse gli ultimi anni della sua vita a Messina e Barcellona, assistito dalla sorella.

Tutta la sua attività politica si può condensare in quel primo colpo di piccone per la demolizione di un fabbricato di via Garibaldi e della vecchia chiesa di San Sebastiano per l'apertura del secondo tronco di via Roma e nell'inaugurazione di una fontana per l'approvvigionamento idrico della zona, fatta costruire dal podestà Francesco Bonanno in piazza XIX Luglio, detta «chianu di l'erva», perché i contadini vi portavano a vendere mazzi d'er­ba. In occasione di quei due avvenimenti non mancarono in paese banda, cortei delle organizzazioni fasciste, bandiere, gagliardetti e discorsi.

Momento di sua massima gloria fu la visita di Achille Starace, ministro e segretario del partito nazionale fascista, accolto con calorose manifestazioni.

Nel suo discorso Starace non mancò di rivolgere il pensiero «alle legioni fasciste» che in quei giorni portavano «sulla punta delle baionette la civiltà di Roma fascista» nell'altra Barcellona, quella di Spagna.

L'ex segretario politico, chiamato «u conti», ai suoi funerali ebbe pochissime persone; si potevano contare sulle dita di una sola mano. Nessuno di tutti quelli che in orbace lo avevano attorniato nei tempi felici sembrò ricordarsi di lui. Lo avevano dimenticato anche coloro che ogni anno aspettavano la notte di S. Silvestro, per brindare con lui al suo onomastico e al nuovo anno.

Né si fece vivo l'ex vice podestà, che, da quando non riscuoteva più l'assegno di accompagnatore del grande invalido, sul quale per anni aveva contato, sembrava non conoscerlo nemmeno.

Egli si limitò a seguire il carro funebre, a debita distanza, quasi di soppiatto. Gli faceva compagnia un cane tutto vestito di nero.

 

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