Barcellona Pozzo di Gotto-La Voce del Longano:Barcellona Territorio

 

 

La Voce del Longano

Barcellona e il suo territorio

Giuseppe Candioto – Marcello Crinò

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BARCELLONA POZZO DI GOTTO E IL SUO TERRITORIO

Storia, arte, cultura, tradizioni, personaggi

 

Sin dal Medioevo, nella pianura attraversata dal torrente Longano, esistevano dei villaggi che sfruttavano le ricche risorse agricole offerte dal territorio: agrumi, viti, ulivi, ortaggi ed un intenso allevamento del bestiame. Con l'aumento della popolazione gradualmente questi villaggi si sono ingranditi dando vita a due centri più grossi: Pozzo di Gotto e Barcellona.

Pozzo di Gotto, che prende il nome da un pozzo fatto costruire per ragioni agricole dalla famiglia messinese Gotho intorno al 1463, apparteneva al Comune di Milazzo.

Barcellona, le cui origini risalgono al 1522 circa, quando risultava una semplice contrada, apparteneva invece a Castroreale. Secondo lo storico Sebastiano Mazzei (Storia di Barcellona Pozzo di Gotto, 1910, p. 9-10) le più antiche notizie su Barcellona risalgono invece al 1343, quando, come riferisce il Mugnos (I ragguagli historici del Vespro Siciliano, 1645, p. 169, ristampa anastatica ed. Lussografica) Ludovico D'Aragona, re di Sicilia, chiedeva soccorso ai grandi del Regno, fra i quali Riccardo de Mariscalco, di Castro Reale, e Benedetto Casale, del Casal di Barchino.  Barchino era l'antico nome di Barcellona di Spagna. Filippo Rossitto (La città di Barcellona Pozzo di Gotto, 1911, pag. 125-126, edizione del 1986) riprendendo la notizia, ed appoggiandosi ad altre fonti, si mostra scettico, e scrive che il Barchino menzionato dal Mugnos non è l'attuale Barcellona, ma un feudo nel territorio di Buscemi.  Non esclude però l'ipotesi che Barcellona potesse essere un casale molto antico, come Gala, Nasari e altri. E' possibile, aggiungiamo noi,  che i Catalani, quando conquistarono la Sicilia sotto Pietro II, re dal 1276 al 1285, fondarono il casale di Barchino, poi abbandonato dagli abitanti che si trasferirono a Castroreale per mettersi al riparo dalle incursioni nella pianura dopo la guerra del Vespro. Successivamente gli antichi abitanti di Barchino tornarono nuovamente sulle rive del Longano, e l'antico nome si sarebbe trasformato nel tempo in Barcellona.  Fra l'altro diverse fonti riportano la notizia che la chiesa di San Sebastiano esistesse già nel 1300 (Carmelo Biondo, Chiese di Barcellona Pozzo di Gotto, Grafiche Scuderi, Messina, 1986, p. 119), e se ciò è vero, si trattava probabilmente della chiesa del casale di Barchino.  Nel 1835, con  decreto reale entrato in esecuzione l’anno dopo,  Barcellona e Pozzo di Gotto già separatesi rispettivamente da Castroreale e da Milazzo, costituirono il nuovo Comune, con una popolazione di 20.246 abitanti. La città conta adesso 41.258 abitanti residenti (censimento 2001).

Il territorio di Barcellona Pozzo di Gotto possiede beni culturali ed ambientali nei tanti villaggi sparsi sulle colline, ricche di memorie greche, bizantine, arabe, normanne, medievali, e presenze archeologiche di notevole interesse a Monte Sant'Onofrio e a Monte Lando. Il centro abitato conserva ancora i vecchi quartieri con antiche case e vecchie strade. I principali palazzi del Settecento e dell'Ottocento, che avevano al piano terra i laboratori artigiani, sorgono soprattutto lungo la storica via Garibaldi. Nel quartiere di San Giovanni e di Sant'Antonino c'erano, e ci sono ancora in parte, i fabbricanti delle botti per il vino. Nel quartiere Quartalari si producevano manufatti di terracotta e mattoni per l'edilizia. Il patrimonio artistico è rappresentato principalmente dalle chiese. Tra queste San Giovanni, dichiarata Monumento Nazionale, il Tempio di Santa Venera, il cui nucleo più antico è del periodo bizantino, e la nuova chiesa dei Basiliani, con il settecentesco prospetto in pietra da taglio.

Il dialetto parlato nel nostro comprensorio presenta relitti che evidenziano l’influenza greca, araba, spagnola e francese, anche se è predominante l’influenza latina. 

Nel territorio di Barcellona è diffuso un canto popolare reso noto dall’etnomusicologo siciliano Alberto Favara, intitolato “ A Barcillunisa”. Si tratta di “modi” cioè un sistema di canto particolare consistente nell’allungare la conclusione della fase musicale con abbellimenti ricchi di cromatismi. Tra questi canti ricordiamo: “U suli si nni va”, una serenata con melodia monodica, “Caru cugnatu la  facisti  lesta” (cantata ed incisa dal tenore Giuseppe Di Stefano nel 1947) e la “Visilla”, considerata il più alto esempio di “Barcellunisa” tragica, assieme a “Lu Venerdì Santu Gluriusu” che veniva cantato dietro la varetta dell’Addolorata di San Giovanni.      

La città ha dato i natali  o ospitalità ad illustri personaggi della cultura, quali: Eutichio Ajello, teologo; Gioacchino Bartolone, giornalista; Carlo Broggi, architetto; Giuseppa Calcagno “Peppa a cannunera”; eroina risorgimentale; Gaspare Camarda, pittore; Nello Cassata, storico; Bartolo Cattafi, poeta; Giuseppe Cavallaro, architetto; Sebastiano Crinò, geografo;  Sebastiano Genovese, idrobiologo; Antonino Isaia, teologo;  Salvatore Isgrò, Arcivescovo di Sassari; Nino Leotti, pittore; Vincenzo Leotti, musicista; Sebastiano Mamì, scultore; Placido Mandanici, musicista; Alessandro Manganaro, grecista; Sebastiano Mazzei, storico; Nino Pino Balotta, scienziato; Filippo Rossitto, storico municipale; Michele Stylo, regista; Turiddu Sindoni, scultore; Giovanni Spagnolo, filantropo; Alberto Torre, uomo di cultura; Luigi Valli, dantista.

La lettura del territorio è stata attuata attraverso i nuclei fondativi della città costituiti dai casali, dai quartieri e dalle frazioni, suddividendo l’intero comune in tre aree:

1) Territorio urbano di Barcellona, comprendente: Barcellona centro, San Giovanni, Quartalari, Immacolata, Nasari, San Francesco di Paola, Militi, Aia Scarpaci, Fondaconuovo, Sant’Antonino, Sant’Antonio;

2) Territorio urbano di Pozzo di Gotto, comprendente: Pozzo di Gotto, Pizzo Castello, Panteini, Petraro, Marsalini, Sant’Andrea, Bartolella, Zigari, Santa Venera;

3) Territorio extraurbano, costituito dalle frazioni: Cantoni, Spinesante, Calderà, Acquacalda, Oreto, Femminamorta, Centineo, Portosalvo, Acquaficara, Gurafi, Maloto, Gala, San Paolo, Cannistrà, Migliardo.

 

Panorama della città da Monte Sant’Onofrio

 

Personaggi barcellonesi

 

Territorio urbano di Barcellona

 

 

 

Barcellona centro

 

Nel quartiere di Barcellona centro, che ha dato il nome alla città insieme all’altro quartiere di Pozzo di Gotto, si concentrano le attività commerciali e gran parte degli edifici rappresentativi della città. Nacque intorno alla metà del 1500 e verso la fine del secolo si cominciò ad edificare il Duomo di San Sebastiano, a tre navate scandite da colonne. Venne completato nel 1606, per essere poi demolito negli anni trenta dello scorso secolo e sostituito con un nuovo Duomo, oggi Basilica Minore. La sua distruzione, che ha comportato una grave perdita per il centro storico della città, venne motivata, ufficialmente, dalle cattive condizioni statiche in cui versava, ma in realtà ostacolava il prolungamento della via Roma, l'asse viario più rappresentativo, cadendo proprio nel bel mezzo della strada, nel vero cuore antico cittadino, visto che alle sue spalle  stavano il settecentesco Monte di Pietà e l'ottocentesco Teatro Mandanici. L'antico Duomo possedeva delle opere poi trasferite nella nuova chiesa, come gli altari in marmo, i quadri, gli arredi sacri.

Il Monte di Pietà venne costruito nel 1799 per interessamento del filantropo barcellonese Giovanni Spagnolo, che diede tale disposizione nel proprio testamento. La sua storia è in parte legata a quella del Teatro Mandanici, costruito sul terreno adiacente.  Il 31 maggio 1967 il Teatro venne colpito da un incendio e dopo qualche tempo i resti vennero demoliti, e la stessa sorte subì una parte del Monte di Pietà, che non era stato neanche toccato dal rogo, e il cui primo piano da molti anni risultava abbandonato, essendo venuta meno la sua funzione, mentre al piano terra erano situate varie attività commerciali. I locali vennero ristrutturati per essere adibiti a spazi espositivi e inaugurati, ancora a "cantiere aperto", allo scoccare della mezzanotte del 6 agosto 1986. Per l'apertura venne allestita una Mostra didattica di arte contemporanea. L’ex Monte di Pietà, dove ha sede anche la Pro Loco, vede oggi la presenza, ormai continua, di mostre  ed eventi culturali, divenendo in tal modo un fulcro e un punto di riferimento degli appassionati d'arte.

Altro luogo di cultura è la biblioteca comunale ospitata  dal 1975 nell'edificio progettato nel 1913 dall' ing. Luigi Zancla, in via Regina Margherita. Contiene circa 30.000 volumi, incunaboli e cinquecentine, e un archivio stampa organizzato per soggetti.

Lungo la via Umberto I esisteva la chiesa di S. Filippo Neri, costruita intorno al XVII secolo e chiusa al culto alla fine dell'Ottocento. Venne demolita nel 1963, dopo essere stata utilizzata come deposito delle carrozze che giornalmente stazionavano lungo la strada. Il prospetto, come si evince da rare fotografie, era caratterizzato da un timpano triangolare dal sapore neoclassico, sostenuto da lesene con capitelli compositi.

Sulla via Operai, all'angolo con la via Roma, nel 1909 il barone Foti fa progettare all’ingegnere  G. Ravidà un villino in stile Liberty, attualmente disabitato e ridotto in cattive condizioni, pur essendo sottoposto a vincolo dalla Soprintendenza.

Il nuovo Duomo di San Sebastiano, dal 1992 Basilica Minore, ha polarizzato lo sviluppo del centro cittadino. Attorno a questo imponente edificio, costruito nel 1936 su progetto dell'ingegnere Francesco Barbaro e concepito in stile neoclassico, si apre la piazza principale di Barcellona, attraversata dalla via Roma. A San Sebastiano si conservano le opere provenienti dal vecchio Duomo.  Tra i quadri ricordiamo la grande tela del 1879 raffigurante il martirio di San Sebastiano, di Giacomo Conti, un'opera di Gaspare Camarda  raffigurante la Vergine col Bambino e San Francesco, firmato e datato 1606, e un dipinto su legno, raffigurante San Giuseppe, eseguito da Santa Rugolo nel 1942. Ed ancora, una tavola di Cesare Da Napoli (Santi Rocco, Paolino e Caterina) recentemente restaurato, e San Cristoforo di autore ignoto.  Un'altra opera di Cesare Da Napoli, la Vergine delle Grazie col bambino e due Santi, del 1585, proveniente dalla chiesa dei Basiliani, è conservata dalla fine dell'ottocento nel Palazzo Comunale.

La Basilica, oltre alle opere d'arte citate, si è arricchita di opere di pittura e scultura realizzate negli ultimi anni. Nel 1984 Filippo Minolfi dipinge un Cristo Pantocratore nell'abside e i quattro evangelisti nei medaglioni sotto la cupola, nel 1986 vengono collocate quattro statue, realizzate dallo scultore Tito Amodei, nel prospetto principale, e infine nel 1994 il pittore Gino Colapietro  esegue "La pesca miracolosa" nel transetto sinistro.

La presenza di palazzi a sei piani, innalzati negli anni del boom edilizio attorno alla piazza ne ha soffocato lo spazio, che risulta oggi molto compresso.

Il venti gennaio la piazza, abituale luogo d’incontro dei cittadini, diviene il centro della festa del Santo Patrono, con tutto il corredo tipico delle feste patronali, e la caratteristica di un dolce particolare, la “giaurrina”, ottenuta dalla lavorazione al “chiodo” di zucchero e miele riscaldati, sotto lo sguardo curioso del pubblico.  

Il Cinema Corallo, in via Garibaldi, è stato progettato da Filippo Rovigo (1909-1984), importante architetto razionalista nato a Montalbano Elicona, che ha operato prima a Roma, e dal dopoguerra fino alla morte a Messina. Nell’edificio, realizzato nel 1962, c’è  un ampio uso del cemento faccia a vista, sia all'esterno che all'interno, dove due scale simmetriche conducono alla tribuna.

Nella piazza antistante l'ex stazione ferroviaria, in corso di riqualificazione, è stata collocata nel 1998 un'opera ideata dall’artista barcellonese Emilio Isgrò, il "Seme d'arancia". Una  scultura raffigurante un seme d'arancia ingrandito eseguito in resina, posto al centro della piazza trasformata in un giardino mediterraneo con tanti alberi, a simboleggiare la memoria storica della città, grande produttrice  di  agrumi negli anni passati.

 

San Giovanni

 

La zona di San Giovanni prende il nome dalla chiesa  omonima, fondata nel 1635, ampliata nel 1754, ed infine consacrata nel 1821. Questa si caratterizza per il prospetto principale su cui dominano le torri campanarie di tipo arabo-normanno, culminanti in due coperture a bulbo, mentre sui due prospetti laterali insistono dei contrafforti dal gusto barocco che segnano gli ingressi secondari. Sopra il prospetto principale in una nicchia è posta la statua di San Giovanni, opera di Melchiorre Greco del 1754. L'abside è affrescata con il "Convito di Erode", di Gaetano Bonsignore, così come la volta, dipinta con scene evangeliche dal pittore barcellonese. Altre tele, in prevalenza del XVIII secolo, assieme al pulpito e ad altri arredi sacri, arricchiscono il pregevole interno di San Giovanni, dichiarata monumento nazionale nel 1969. Negli ultimi anni è stata sottoposta a vari restauri: nel 1980 gli  intonaci esterni ed  il tetto, nel 1986 il rifacimento del pavimento. Infiltrazioni d'acqua comportanti un pericolo di crollo del tetto ne hanno determinato la chiusura al culto nel novembre '93. Gli affreschi interni sono fortemente minacciati ed in pessime condizioni. Nel 1996 è iniziato un nuovo intervento di restauro che ha interessato gli intonaci esterni ed il tetto,  completato nel 2000 con riapertura al culto. All'esterno sono collocate le statue di S. Giovanni e dell'Addolorata di Melchiorre Greco del 1754. La festa del santo si svolge il 24 giugno.   

Il Venerdì Santo la chiesa è il punto di raccolta e di partenza della processione delle “Varette” di Barcellona, gruppi statuari in legno o in cartapesta che rappresentano le stazioni della “Via Crucis”. La processione sembra risalga al 1850 circa, ma negli anni ottanta uno studioso locale, il Prof. Saya Barresi ha retrodatato al 1754 il nucleo iniziale della tradizione. In quel periodo si portavano in processione il Cristo in Croce della chiesa del Crocifisso e l’Addolorata. Circa cinquanta anni dopo, la manifestazione si sviluppò in modo continuo, tanto che nel 1801 l’Abate  Domenico  Buda di San Giovanni incaricò uno scultore locale di realizzare nuove statue (A. Saya Barresi, Un caso di “pietas” collettiva, Quaderni de “Lo Studente”, Palermo, 1985).

Le varette sono accompagnate da un caratteristico canto, la Vexilla, il cui testo si rifà all’Inno alla Croce di Venanzio Fortunato.

La piazza del quartiere veniva definita popolarmente “U chianu ‘i ll’erba”, la Piazza delle erbe. Fino ad alcune decine di anni orsono questa piazza era luogo di confluenza dei contadini che vendevano l’erba per il bestiame.  Qui esisteva una fontana oggi scomparsa, della quale rimane il ricordo negli anziani ed in una vecchia cartolina in bianco e nero.

L’economia è rappresentata oltre che dal commercio, dai laboratori di ebanisteria e dalla fabbricazione delle botti.

 

L’interno della chiesa di San Giovanni

 

Quartalari

 

Il nome del quartiere è legato all’attività, ormai scomparsa, della produzione di manufatti in terracotta (le “quartare”), favorita dalla presenza nelle vicine colline di terreni argillosi la cui composizione risulta perfettamente idonea allo scopo. Lungo la via Cairoli, asse viario portante della zona, si aprivano molte botteghe artigiane dove si realizzavano e si vendevano vasi, brocche, giare ecc…

Esisteva anche una avviata fabbrica di laterizi nella zona retrostante l’ex Tiro a segno, una struttura dove ci si allenava al tiro con armi da fuoco, che è stata trasformata negli ultimi anni nell’attivo centro sociale giovanile “Cairoli”.   

Nel quartiere è presente la chiesa  del Santissimo Crocifisso,  fondata nel 1663 da Don Tommaso Cocuzza di Castroreale, come risulta dal testamento del 18 dicembre del 1663. Durante la seconda metà dell'ottocento (1860) risulta sconsacrata e quasi abbandonata, tanto che la Confraternita del Crocifisso (nata il 2 giugno del 1705) per farla rinascere decise nel 1884 di essere meno selettiva nella scelta dei confrati. Il 7 dicembre 1897, dopo la riapertura al culto, passò alla famiglia Saccano-Spagnolio di Centineo, discendenti del Cocuzza, che nel 1905 la donarono alla Curia di Messina, che in tal modo da chiesa padronale divenne Ente Pubblico. In pianta si presenta a navata unica, con un'abside stretta e profonda.  Nell’altare di sinistra è custodita la statua lignea di Santa Rita eseguita nel 1948 dallo scultore barcellonese Salvatore Crinò assieme al figlio Sebastiano. Il prospetto principale presenta due campanili a pianta ottagonale, che in origine erano sormontati da due cupolette di ascendenza prettamente araba. Nel 1948 sono state rimosse e sostituite con due coperture coniche che ne hanno modificato l'aspetto originario.

La notte di Natale si svolge una caratteristica processione che partendo dalla chiesa del Crocifisso raggiunge la chiesa di Centineo dove si celebra la Messa di mezzanotte. Il giorno dell’Epifania, un’altra processione con personaggi in costume parte dalla stessa chiesa e si snoda lungo le vie del quartiere.  

 

La sede del centro sociale giovanile “Cairoli”

 

Immacolata

 

Nel ‘500-‘600 si sviluppa il quartiere dell’Immacolata, a seguito dello spostamento di abitanti da Acquaficara verso la pianura per poter sfruttare i fertili terreni per usi agricoli. Presenta ancora in parte l’aspetto caratteristico di una volta, con le case a schiera a due piani. Esiste tuttora qualche ovile, tipica struttura agropastorale di questa zona. La chiesa dell’Immacolata, restaurata nei prospetti nel 2001,  venne costruita nel 1702 dalla Confraternita Maria SS. Immacolata. Non è da escludere la preesistenza di una chiesa più piccola, essendo difficile pensare che per più  di un secolo il quartiere ne fosse sprovvisto.

E’ a navata unica, con una volta a botte molto ribassata e copertura a tetto con due falde. All’interno si trova una statua in legno della Madonna Immacolata del XVIII secolo, sei dipinti su tela del XVII secolo e un altare ligneo con un retrostante coro in legno proveniente dalla vicina chiesa dei Basiliani. Si custodiscono inoltre due varette del Venerdì Santo: l’Ecce Homo e la Deposizione. Questa è una delle più belle varette di Barcellona e si ispira ad una tavola del  manierista Rosso Fiorentino del 1521.

La nuova chiesa dei Basiliani, costruita sulla collina che sovrasta il quartiere Immacolata,  possiede un prospetto classificabile tra i migliori esistenti in città, dovuto a Giuseppe Chindemi, il quale ha impresso la sua firma sull'intonaco fresco dietro un campanile, assieme all'anno di esecuzione: il 1791. Il prospetto era arricchito da un prezioso tondo in marmo del XVI secolo attribuito al Gagini, proveniente dal vecchio monastero di Gala, e sottratto furtivamente da ignoti nell'estate del 1991. All'interno vi è, murato in una nicchia, un coperchio di sarcofago in marmo, appartenente a qualche illustre personaggio del XV secolo, erroneamente riferito da Filippo Rossitto a Simone il Normanno, figlio di Ruggero. Si trovano inoltre degli affreschi illustranti la vita di San Basilio e la statua della Madonna di Tindari (analoga a quella custodita nel Santuario omonimo), modellata dal barcellonese Matteo Trovato nel 1925. I basiliani ci hanno lasciato pure un dipinto su tavola del periodo tardo bizantino, conservato nella Basilica di San Sebastiano, forse raffigurante San Basilio. In realtà è più probabile che si tratti di San Nicola da Bari, in quanto i tratti somatici e la forma della barba rimandano a tale Santo, antico patrono della città prima  di essere sostituito da San Sebastiano. L'attiguo convento è una grande costruzione a corte, già adibito a sede del Liceo Valli, della Pretura,  e  di varie scuole.

Intorno al 1925 gli abitanti dell’Immacolata hanno instaurato la festa della Madonna Nera, chiaro riferimento alla madonna di Tindari, che si svolge ogni anno l’otto settembre.

Agli estremi margini nord del quartiere c’è un vecchio palazzo, l’ex Pretura, di una certa qualità architettonica. Quasi di fronte esisteva la chiesa di San Paolino, nata dalla scissione della confraternita di San Giovanni, demolita verso la fine gli anni ’60 dello scorso secolo.

Col termine “U chianu passu” s’intende popolarmente la piazza sita all’incrocio tra la via Immacolata e la via Garibaldi. Qui esisteva un caratteristico chioschetto  in stile vagamente liberty, adibito alla vendita di orologi, oggi scomparso.  

Nella via Scinà  e nel vico di San Paolino negli anni 1986 e 1987 sono stati realizzati dei murales da parte di vari artisti sulle pareti delle abitazioni,  dietro interessamento dell’associazione Corda Fratres.

Nella collina sovrastante il quartiere sorge l’Arena Montecroci, sede dal 1988 di spettacoli  teatrali e musicali.

 

 

La chiesa dell’Immacolata

 

Nasari

 

E’ tra i quartieri più antichi di Barcellona, in quanto esistente già nel 1270. Anticamente il feudo di Nasari si estendeva verso sud e confinava con quello di Gurafi. La chiesa di Santa Maria di Nasari, dedicata a San Rocco risulta esistente già nel 1300. Conserva varie tele del XVII secolo e una delle più belle sculture esistenti nella nostra città, la statua di Santa Caterina d'Alessandria, opera sicuramente di Vincenzo Gagini, come è stato appurato nel  fascicolo n. 5 del settembre – ottobre 1993 di "Kalos" dedicato a Milazzo. Realizzata intorno al 1560, risponde infatti allo  stile del suo ultimo periodo e il modello di riferimento è una statua del padre Antonello eseguita per la chiesa di San Domenico di Palermo. Secondo una leggenda locale, era destinata ad una chiesa di Castroreale, ma i buoi che trainavano il carro con la statua giunti di fronte alla chiesa si fermarono e non vollero più proseguire, e nonostante gli sforzi dei presenti non fu più possibile farli andare avanti. Si decise così di portare la statua all'interno di San Rocco e porla in un altare a sinistra della navata.

A mezz’agosto si svolge la caratteristica processione di San Rocco portato in parte a spalla negli stretti e caratteristici vicoli delle parti più antiche dell’abitato. Infatti il quartiere è attualmente in espansione ed il vecchio nucleo di antiche case è stato circondato dalle nuove costruzioni. Spicca ancora il  caratteristico mulino che fa parte delle antiche attrezzature agricole e produttive presenti nel nostro territorio.

Tra le attività economiche tradizionali ricordiamo l’allevamento di ovini e caprini, con la conseguente attività di concia delle pelli che si svolgeva in prossimità della fontana tuttora esistente.

Nella sede dell’attuale mercato ortofrutticolo si svolgeva la fiera del bestiame, negli anni sessanta trasformata nella fiera dell’agricoltura e della zootecnia.   

 

Il mulino di Nasari

 

San Francesco di Paola

 

La zona prende il nome dal Santo calabrese che  lo storico Filippo Rossitto inserisce al primo posto dell’elenco degli uomini insigni pozzogottesi. Il milazzese Monsignor Perdichizzi in un suo manoscritto, citato proprio dal Rossitto (op. cit., p. 121), scrive: ”Sullo scorcio del 1464, San Francesco di Paola partitosi dal suo paese venne a visitare i suoi parenti che in Pozzo di Goto abitavano. Il suo arrivo in Milazzo fu nel 1464 già spirante, ma la fondazione del monastero non fu che nel 1465 allora cominciato. In questo tempo che tramezzò del suo arrivo  alla suddetta fondazione è tradizione fra quella gente ch’egli portato si fosse più volte in un luogo ivi vicino, che Pozzo di Goto tien nome, dove i suoi congiunti della famiglia Alessio trovavansi.”    

Il  Perdichizzi parla dei congiunti della famiglia Alessio, e infatti il cognome del Santo era proprio D’Alessio.

La chiesa risultava esistente già nel 1636, venne danneggiata durante una incursione aerea alleata nel 1943, e rimessa in sesto in tempi abbastanza brevi. Nel 1948 venne iniziata la costruzione della nuova chiesa che venne aperta al culto nel 1954. La vecchia chiesa, ancor oggi esistente, è utilizzata come magazzino.

Nel quartiere, costituito da  antica e recente  edilizia, spicca l’ottocentesco palazzo del barone Longo, in seguito appartenuto al marchese Ugo di Sant’Onofrio. Faceva parte di un grosso insediamento agricolo, poi smembrato dall’apertura della strada statale 113.

L’economia del quartiere si regge  sulla coltivazione e trasformazione degli agrumi.  Altra attività economica è rappresentata dai laboratori di ebanisteria e dalla fabbricazione delle botti, e inoltre sono presenti parecchi esercizi commerciali ed officine meccaniche.

 

Altare con la statua di San Francesco di Paola

 

Militi

 

Anticamente nel quartiere era molto florida l’attività legata alla produzione e lavorazione degli agrumi, mentre oggi la zona è divenuta prevalentemente residenziale, e all’edilizia vecchia si sono aggiunte nuove costruzioni.

Storicamente oltre ai vari edifici rurali disseminati nell’agro, esistevano delle ville padronali, come la  Villa Colonna, ormai trasformata. Inoltre nella parte più a Sud del quartiere esiste ancora parte della “Villa Picardi” appartenente all’omonima notabile famiglia imparentata con l’architetto Carlo Broggi e con il dantista Luigi Valli.

Nel quartiere nel 1995 è stata aperta al culto la chiesa della Madonna di Fatima di gusto prettamente moderno, fruita anche dai fedeli dei limitrofi quartieri.

 

L’ingresso di Villa Colonna a Militi

 

Aia Scarpaci

 

Prende il nome dalla presenza originaria di un agglomerato di case poste attorno ad una confluenza di strade, una sorta di “aia” dove probabilmente risiedevano delle famiglie di nome Scarpaci. Oggi nel piccolo agglomerato  sono presenti cooperative edilizie e residenze di iniziativa pubblica. Inoltre sorge un palazzetto dello sport, il primo costruito a Barcellona, utilizzato anche per manifestazioni socio culturali. Nella zona ha sede l’Ospedale Psichiatrico Giudiziario, una grande struttura iniziata a costruire nel 1908 e inaugurata nel 1925. Nell’adiacente contrada Battifoglia è stata costruita la nuova stazione ferroviaria che assieme a nuove residenze pubbliche sta urbanizzando la zona originariamente agricola.  

  

 

Il palazzetto dello sport di Aia Scarpaci

 

Fondaconuovo

 

Fondaconuovo era attraversato dalla strada statale prima che questa venisse rettificata con il tracciato che inizia da San Giovanni e percorre il quartiere Sant’Antonino. Il nome è da attribuire probabilmente all’esistenza di un nuovo fondaco, cioè un ricovero per viaggiatori ed animali posto lungo quella strada statale.

Nel quartiere è presente un’antica torre, denominata Torre Longa, che aveva  funzioni  difensive.

La zona si caratterizza per un grosso insediamento di edilizia economica e popolare. Inoltre è presente una scuola elementare e materna, un campo di calcio, una storica azienda casearia e una fabbrica artigianale di botti. Vi è anche una prosperosa attività di commercio di materiali per l’edilizia.    

 

 

  

Il bottaio di Fondaconuovo al lavoro

 

 

Sant’Antonino

 

Il quartiere si caratterizza per la presenza del convento dei frati minori di Sant’Antonio da Padova. Secondo lo storico  Sebastiano Mazzei (op. cit., p. 19), il convento sarebbe stato edificato alla fine del 1400, mentre tutte le altre fonti lo fanno risalire al 1622. Questa data, molto probabilmente, riguarda l’assetto attuale dell’intero complesso monastico e non è da escludere la presenza di una chiesetta di epoca anteriore. Una tradizione popolare tramandata oralmente nel tempo fa risalire la sua costruzione addirittura al 1100, ad opera di Sant’Antonio da Padova che, durante la traversata in mare per recarsi in Terra Santa, aveva fatto naufragio nei pressi di Milazzo. 

Il convento si caratterizza per il suo aggregarsi attorno ad un chiostro  quadrato con portico scandito da colonne in pietra, interessato nel 2007-08 da un intervento di restauro che ha fatto ritrovare gli antichi pavimenti del chiostro, resti di precedenti strutture murarie nel convento e tracce di affreschi.  All’interno si trovano numerose opere d’arte quali il Crocifisso ligneo quattrocentesco, affreschi del 1733, il quadro della Madonna dell'Itria di Filippo Jannelli del 1656, San Diego ad olio su tela del XVII sec. di Pietro Cannata, La Porziuncola ad olio su tela del XVII-XVIII sec.

Nel XIX  secolo avviene la confisca del convento da parte dello Stato per installare una manifattura di tabacchi, in quanto questa coltivazione era molto fiorente nella pianura barcellonese, e vi rimane fino al 1932, quando il convento viene nuovamente restituito alla Chiesa. La festa del Santo si svolge l’ultima domenica di agosto, ed in questa occasione nel passato veniva eretto l’albero della cuccagna.

In relazione alle colture prevalenti, Sant’Antonino è caratterizzato nel tempo, dal punto di vista commerciale, come centro agrumicolo con piccole manifatture a conduzione familiare, dedite a cavare gli agrumi per estrarre lo spirito dalle bucce. Inoltre oggi, come nel passato, si produce la frutta candita che viene esportata all’estero in grandi quantità. 

L’economia del quartiere era basata anche sulle fabbriche di botti che utilizzavano come materia prima il legno di castagno il quale, tagliato in doghe, veniva messo a spurgare per alcuni giorni in acqua corrente perché perdesse il tannino, una sostanza di colore scuro che avrebbe potuto conferire un sapore amarostico al vino e alterarne il colore. Dopo questa prima fase, il legno riscaldato al fuoco veniva curvato per adeguarsi alle varie forme che doveva assumere nella costruzione di botti, tini e barili che venivano commercializzati a livello regionale.

Un altro aspetto dell’economia era rappresentato dalla pastorizia con la presenza di greggi di pecore.

 

 

Il chiostro restaurato del convento di Sant’Antonio da Padova

 

Sant’Antonio Abate

 

Su una collina che si erge accanto alla Statale 113, all'ingresso lato ovest della città, sorge la chiesa di Sant'Antonio Abate, nel quartiere omonimo nato intorno alla fine del XVI secolo, che era un punto di transito obbligato perché situato lungo la vecchia strada di collegamento dei centri posti lungo la direttrice Messina-Palermo. Il percorso attuale della Statale risale alla fine del secolo scorso e, seppur riprendendo in parte l'antico tracciato, è stato rettificato in più tratti. Uno di questi tratti si trova di fronte alla chiesa di Sant'Antonio, dove è stata tagliata la collina su cui sorge il sacro edificio, determinando quindi una nuova configurazione del sito. Sono così nate delle caratteristiche scalinate di accesso che partendo dalla strada statale s’inerpicano fino alla chiesa, raggiungibile pure da una stradella veicolare molto ripida, costruita pochi decenni fa.

La data del 1637 posta su una piccola acquasantiera sita nella chiesa fa presupporre che la costruzione risalga proprio a quel periodo, anche perché il Maurolico, nella sua opera sulla Storia di Sicilia del 1562, non parla del casale e della chiesa, segnalando in questo posto soltanto l'esistenza di una locanda. Questa, essendo punto di riferimento per coloro che si trovavano a transitare, divenne luogo di aggregazione per la formazione del casale, la cui data di nascita ufficiale è il 1731. Nella Storia di Sicilia di A. F. Ferrara, pubblicata nel 1834, si legge che la chiesa fino al 1731 è rimasta soggetta al rito greco di S. Maria di Centineo, ed entrambe erano poste sotto la giurisdizione della chiesa madre di Castroreale. A navata unica, col campanile arretrato rispetto al prospetto principale e la canonica situata dietro il campanile, la chiesa è caratterizzata nella facciata da un finto protiro con due colonne e capitelli corinzi e da un rosone. Due lesene sormontate da fregi angolari la delimitano lateralmente ed il coronamento è risolto con gli archetti leggermente aggettanti. Tutti questi elementi sono realizzati in pietra gialla di Siracusa. L'interno è arricchito da una serie di altari laterali, restaurati parzialmente nel 1955, e dall'altare principale, risultato da un adattamento di quello antico, fornito di un paliotto in marmo policromo intarsiato. Originariamente la chiesa era più piccola dell'attuale, avendo subito l'allungamento della navata nel 1906, lasciando in tal modo arretrato il campanile. Questo in precedenza era allineato con il prospetto principale, del quale è stata ritrovata la fondazione durante i lavori di rifacimento del pavimento avvenuti negli anni trenta. In quell'occasione venne rinvenuta anche la cripta che oggi risulta inaccessibile essendo stata interrata. Agli anni sessanta risale l'intervento di sistemazione del tetto, attuato con delle "capriate" in cemento armato che hanno compromesso la coerenza stilistica dell'edificio distruggendo l'originario tetto in legno. L'ultimo intervento è stato quello degli anni ottanta, consistente nella costruzione della canonica addossata alla chiesa.

La festa del Santo che dà il nome al quartiere si svolge il 17 gennaio.

Al 1639 risale la fontana, non più esistente, collocata a circa 40 metri da quella attuale. Era fornita di un abbeveratoio a pianta rettangolare e vi era posta una lapide in marmo, incisa sui due lati con testi in latino: la prima iscrizione è del 1639, la seconda del 1754.

La Villa Flavia, posta dietro la chiesa, apparteneva al generale Cambria, e nel giardino era situata la statua di divinità fluviale ora posta di fronte al Municipio.

Nell’estremo margine Nord-Ovest del quartiere sorge il "Torrione Saraceno". Definito erroneamente torrione, si tratta di una bassa costruzione cubica sormontata da una cupola ribassata rivestita in cocciopesto. Probabilmente si tratta di un edificio a carattere sacro risalente all’XI secolo circa. Attorno ad esso sono sorte nei secoli successivi delle costruzioni a carattere rurale.

Fino alla metà degli anni sessanta, era molto diffusa la lavorazione degli agrumi da cui si estraeva "u spiritu".

Tra i mestieri più diffusi nel passato, oltre al carrettiere ricordiamo il lavoro dei contadini nei campi di ortaggi e di tabacco.

Nel periodo del boom economico venne costruita una centrale del latte, che funzionò per qualche decennio, per poi rimanere inutilizzata e in abbandono.

Attualmente è presente in modo massiccio l’allevamento del bestiame la cui attività si tramanda di generazione in generazione.

Tra i personaggi del quartiere ricordiamo Mons. Salvatore Isgrò, nato il 21/10/1930, divenuto Arcivescovo di Sassari nel 1985 e morto il 2/5/2004, ed il generale Angelo Cambria (1867-1932), che nella guerra del 15-18 si guadagnò molte medaglie al valore sul campo di battaglia. Del quartiere è originario inoltre il noto cantastorie Fortunato Sindoni, autore di molti testi trasmessi anche su emittenti radiotelevisive nazionali ed estere.

 

 

Il "Torrione Saraceno"

 

 

Territorio urbano di Pozzo di Gotto

 

Pozzo di Gotto

 

Si  sviluppa per la parte più antica  lungo il Corso Garibaldi, però la parte moderna lungo la via Papa Giovanni XXIII. La sua origine si fa risalire intorno al 1400, e la chiesa di San Vito risulta fondata nel 1472.  E questa data segna anche  l'inizio dell'edificazione delle chiese urbane dei due nuclei di Pozzo di Gotto e Barcellona. Nella forma attuale San Vito si presenta nell’ampliamento sei-settecentesco, a tre navate scandite da colonne in pietra provviste di entasi, sormontate da capitelli scolpiti e con il prospetto principale arricchito da una torre campanaria, demolita negli anni '40 per allargare la strada. In seguito a questo scempio la chiesa ha subito un lento degrado, è stata  prima sconsacrata, poi restaurata, nel 1982/83 a seguito dell'acquisizione dal parte del Comune per adibirla ad auditorium. Nonostante il restauro, nel maggio '93 è crollato il tetto e si è reso necessario un ulteriore intervento. La storia di San Vito è in parte legata ad una leggenda, rammentata anche dal Pitrè, la quale narra che nel XVI secolo, trovandosi a transitare un carro trainato da buoi che trasportava una statua di San Vito (attribuita al Gagini o alla sua scuola), gli animali, giunti di fronte alla chiesa, puntarono i piedi e non vollero più proseguire. I presenti pensarono che San Vito volesse essere collocato in quella chiesa, cosa che fecero subito, e la intitolarono al Santo. Gli altari interni sono decorati con motivi barocchi, ed alcuni affrescati con opere dei Vescosi, una famiglia di pittori pozzogottesi operanti tra settecento e ottocento. Sopra l'altare principale è posta una Madonna con il Bambino, che a seguito del crollo del tetto è stata rimossa e custodita temporaneamente nella Biblioteca Comunale. Nel corso nel 1997 è stata restaurata da Angelo Cristaudo.

Nel 1571 i pozzogottesi ottengono di mantenere il diritto, che avevano da tempo immemorabile, di eleggere il cappellano della chiesa di San Vito senza dipendere dall’arciprete di Milazzo.

Accanto a questa chiesa fino ai primi anni ‘60 si svolgeva una fiera di bestiame in occasione della festa del Santo che si tiene il 14 giugno.    

A Pozzo di Gotto esiste l’altra arcipretura della città, con sede nella chiesa di Santa Maria Assunta, strutturalmente e stilisticamente simile alla Basilica di San Sebastiano, e le cui cupole alte ed imponenti rappresentano dei segni forti dell'immagine urbana. Come fosse in origine non ci è dato conoscere, perché, fondata nel 1620 (o nel 1642) e ancora in costruzione nel 1646, venne distrutta da un sisma nel 1783, riedificata nella forma attuale sulla stessa area nel 1859 e completata nel 1863. Ma il terremoto del 1908 provocò nuovamente dei danni gravi, tanto da doverla ricostruire quasi per intero e completarla nel 1938. All'interno è conservata la statua in marmo di San Vito del XVI secolo, proveniente dall'ex chiesa omonima,  San Leonardo dipinto su tavola  del XVI sec., la  Sacra Famiglia ad olio su tela di Domenico Guargena del 1666,  L’Assunzione ad olio su tela del sec. XVII-XVIII. Dopo la ricostruzione  la chiesa è stata arricchita da una serie di dipinti di artisti messinesi dell’ottocento: Salvatore Ferro (Incoronazione della Vergine, Anime Purganti, San Vito giovane), Michele Panebianco (San Liberante e Sacro Cuore), Placido Lucà Trombetta (Madonna del Rosario). Da questa chiesa inizia la processione delle Varette del Venerdì Santo, la cui data  d’inizio si fa risalire al 1825, ma  lo studioso  locale Nino Saya Barresi tende a retrodatarne l’epoca al 1621. Egli ritiene che questa processione sia nata in seguito alla dominazione di Milazzo su Pozzo di Gotto. Attraverso il Dramma Sacro si voleva evidenziare la condizione dei cittadini nei confronti dei dominatori, secondo i principi di una simbologia sacra e “pietistica”. Il riscatto civico dei pozzogottesi aveva bisogno della partecipazione attiva del popolo, che in fin dei conti sarebbe stato il beneficiato (A. Saya Barresi, op. cit., p. 40).     

Su una collina sorge la chiesa del Carmine con annesso convento del 1579, il quale rappresenta il primo insediamento monastico costruito nella nostra città dopo il periodo basiliano. La grande chiesa a tre navate contiene al suo interno vari dipinti del XVII sec.  Il convento vero e proprio è formato da un aggregato di costruzioni disposte attorno ad un cortile. I monaci si dedicano ai lavori dell’orto, alcuni lavorano in campagna assieme ai contadini della zona, altri svolgono attività di volontariato nelle strutture socio sanitarie. Inoltre nel convento ha sede la redazione della rivista nazionale dei Carmelitani.

Nel quartiere inoltre è ubicato il Palazzo Comunale, progettato dall’architetto Giuseppe Cavallaro, divenuto architetto comunale nel 1861. Accanto sorge la chiesa dei Santi Cosimo e Damiano che mantiene ancora l’originale cantoria in legno, mentre il tetto a falde è stato sostituito da un tetto piano. Alla chiesa era addossato un convento di Clarisse fondato alla fine del settecento. Questo edificio è stato ricostruito intorno al 1930 divenendo l’ampliamento del Palazzo Comunale. 

Lungo la via Garibaldi sorgono numerosi palazzi padronali, principalmente dell’ottocento, alcuni arricchiti da portali con stipiti in pietra scolpita.

Gli abitanti del quartiere storicamente si dedicavano al commercio e all’artigianato, le cui botteghe spesso trovavano posto nei piani terra dei palazzi. Secondo lo storico Filippo Rossitto il pittore Gaspare Camarda (1570 – dopo il 1629) era pozzogottese.

 

 

I “giudei” di Pozzo di Gotto

 

Pizzo Castello

 

Si tratta di uno dei nuclei più antichi di Pozzo di Gotto e si sviluppa lungo la sponda occidentale del Torrente Idria. Fino all’inizio del XX secolo esistevano nel suo territorio industrie di trasformazione di prodotti agricoli. La più importante e caratteristica era quella dei fratelli Cutroni, una grossa distilleria di vinaccioli d’uva provenienti dalle vendemmie locali, che produceva alcol e cremor di tartaro. Spiccava l’alta torre di distillazione costruita in mattoni  nell’Ottocento e demolita negli anni ottanta del secolo scorso.

Uno dei fratelli Cutroni, Giuseppe, nel 1895 dispose la costruzione dell’ospedale cittadino, stanziando la somma di 120.000 lire, ed affidando il progetto dell’architetto messinese Pasquale Mallandrino. L’edificio, denominato Cutroni-Zodda, dopo essere stato abbandonato a seguito della costruzione del nuovo ospedale, è stato sottoposto ad un intervento di restauro (in corso di completamento), e verrà adibito ad attività sanitarie. Poco distante abbiamo la seicentesca chiesa di Gesù e Maria, ingrandita nel 1890. Al suo interno si conservano diverse opere d’arte e tra queste tre dipinti del XVII secolo di Filippo Jannelli pittore di Castroreale: la Madonna Odigitria, Sant’Aussenzio, San Biagio, e un Gesù e Maria ad olio su tela del  XVIII secolo.

La zona mantiene ancora in parte le caratteristiche urbanistiche originarie e le tradizioni popolari, come quella, suggestiva dei grandi falò accesi lungo le sue strade nella notte di Natale. 

 

L’ospedale Cutroni-Zodda dopo il restauro del 2008

 

 

Panteini

 

E’ uno dei primi nuclei abitativi dell’ambito urbano le cui origini risalgono alla seconda metà del 1500. Ubicato sulla sponda orientale del torrente Idria, di fronte al quartiere di Pizzo Castello, è costituito da un aggregato di case contadine nate in maniera spontanea ed oggi in parte sostituite da nuova edilizia.

La chiesa della Madonna dell’Itria, sorta nel 1622, è stata distrutta assieme all’aggregato convento dei frati Filippini. Sorgeva lungo  l'antica strada di collegamento tra Milazzo e la via Consolare che proseguiva per Palermo e sulla stessa area è stata edificata una nuova chiesa.  Essa all'esterno si presentava in forme molto semplici, mentre all'interno gli altari erano decorati con motivi barocchi; il soffitto era a cassettoni ed il pavimento in terracotta. Sull'altare maggiore era posto il dipinto della Madonna Odigitria, e da qui il nome Itria, poi corrotto in Idria.

Nel quartiere, con antica vocazione agricola, oggi in parte abbandonata, era diffuso l’allevamento dei cavalli, ed era caratteristica la loro corsa nel greto del torrente per la festa di mezz’agosto.

Un’altra importante tradizione riguarda i “Giudei” che accompagnano la processione di Pozzo di Gotto del Venerdì Santo. Erano e sono in prevalenza originari di questo quartiere, e si caratterizzano per i loro singolari  elmi adornati di piume di pavone, il cui significato, oggi dimenticato, è da collegarsi al simbolismo della incorruttibilità delle carni del pavone, simbolo paleocristiano della Resurrezione.

Più a monte, a circa tre chilometri di distanza, sorgono i resti  dell’antica chiesa di Santa Maria di Lando o dell’Itria. Questa chiesa faceva parte di un’antica masseria fortificata nell’antico casale di Lando. Si può ipotizzare la sua origine normanna con un ampliamento nel XVI – XVII secolo circa. La chiesa era provvista di un’abside semicircolare oggi scomparsa e di una cupoletta posta sul corpo centrale, tuttora esistente ed adibito a magazzino.    

Proseguendo ancora più a Sud, sulle pendici meridionali di Barcellona, a 619 metri sul livello del mare, si situa il Centro Archeologico di Pizzo Lando,  scoperto dall'architetto Pietro Genovese nel 1977, ma studiato nel corso di una campagna di scavi svoltasi nel corso del 1995 e curata dalla Soprintendenza di Messina. Per l'importante posizione strategica venne abitato fin dalla tarda età del bronzo (X sec. a.C.) come dimostra il rinvenimento di resti fittili dell'Ausonio II (tazze carenate, fuseruole, frammenti di ceramica e una fibula bronzea del VIII secolo). Sono stati ritrovati inoltre i resti di un nucleo urbano di epoca pre-greca e greca, databile tra il VI e il III secolo a. C., e una moneta di età classica raffigurante da una parte la testa di Giove e dall'altra un soldato greco.

Negli ultimi anni il quartiere ha progressivamente perso la sua vocazione agricola, con conseguente spopolamento, trovandosi oggi al margine dell’attuale sviluppo della città. Nel quartiere è nato lo storico municipale Filippo Rossitto e nel secolo scorso è vissuto il pastore Vito Presti, fine intagliatore dilettante autore di pregevoli bastoni scolpiti a punta di coltello, nato nel 1914 e scomparso nel 1995.

 

Resti dell’antica chiesa di Lando

 

 

Marsalini

 

Si caratterizza per una serie di costruzioni antiche e moderne di una certa importanza per la storia della città. Infatti esso è dominato dalla chiesa di San Francesco d’Assisi, appartenente ai monaci Cappuccini, che vivevano nell’annesso convento, progettato da  frà Giacomo della Rocca, "maestro di muro", nel 1623. I Cappuccini, in seguito all’editto di soppressione degli ordini religiosi emanato  dopo il 1860, dovettero abbandonare il loro eremo, che dagli anni venti agli anni cinquanta venne adibito a carcere. Venuta meno questa funzione, iniziò il degrado dell'edificio, tanto che nel 1984 venne demolito, lasciando però la chiesa che in parte era stata restaurata qualche anno prima. Nel 2004, durante degli scavi, sono riemerse parti delle strutture del convento rimaste interrate.

Nella chiesa si conservano diverse opere d’arte tra le quali: un  Ciborio in legno nell'altare maggiore del XVII-XVIII sec., Madonna e S. Felice ad olio su tela di Domenico Guargena del XVII sec. e la Porziuncola ad olio su tela del XVII sec.  attribuito a Jacopo Imperatrice.

Nella villa comunale sorge il nuovo teatro Mandanici, il cui progetto è stato redatto dall’Architetto Giovanni Leone. Iniziato nel 1981, è in corso di completamento. L’inaugurazione è avventa a cantiere aperto nel 1986 con lo spettacolo teatrale "Didone Adonais Domine" di Emilio Isgrò.

Accanto al teatro, sempre nella villa, si trova il monumento a Sebastiano Genovese,  idrobiologo dell’Università di Messina, scomparso nel 1983. L'opera, ideata da Filippo Minolfi, artista barcellonese, è stata inaugurata il 4 giugno 1988. Nel quartiere è nato il poeta Bartolo Cattafi, sulla cui casa natale è stata posta una  lapide commemorativa curata dalla Pro Loco.

In prossimità del municipio sorge il monumento ai caduti, realizzato nel 1970 sulla base di un progetto dell’architetto Giuseppe Fanfoni, mentre la scultura in bronzo è stata modellata da Giuseppe Mazzullo.

Nella toponomastica del quartiere risalta la Piazza Gerone, il cui riferimento  è da ascrivere alla famosa battaglia del Longano citata da tutti gli storici, avvenuta sulle sponde del torrente omonimo nel 269 a. C. tra Gerone II tiranno di Siracusa e i Mamertini. Ne riportiamo il passo tratto dallo storico greco – romano Polibio (ca. 202 – 120 a.C.):

(…) Poiché inoltre i mamertini, in seguito al successo riportato, si comportavano con sconsiderata tracotanza, [Gerone] allestì e addestrò energicamente le milizie cittadine, quindi, organizzata una spedizione, si scontrò coi nemici nella pianura Milea presso il fiume chiamato Longano.(…)

Un poco più a Sud sorge il Cimitero comunale inaugurato nel 1877 e progettato dall’architetto Giuseppe Cavallaro.

L’economia del quartiere tradizionalmente si reggeva sull’attività di botteghe di falegnameria, di carrettieri e di fornai.

 

Il monumento ai caduti

 

Sant’Andrea

 

Originariamente aveva una  vocazione prettamente rurale, tanto è vero che nel suo territorio sono ancora presenti alcune delle vecchie strutture agricole, costituite principalmente da masserie con edifici rurali, villa padronale e talvolta una piccola chiesa privata. Alcuni di questi insediamenti sono stati demoliti negli ultimi anni  e sostituiti con edifici residenziali.

Una di queste strutture  risale al periodo medievale e presenta  anche i resti di una torre. Anche l’antica  chiesetta di Sant’Andrea è tuttora esistente, ma le modeste dimensioni e l’accresciuta popolazione  hanno reso necessaria la costruzione di una nuova chiesa, progettata nel 1981, ma completata ed  aperta al culto soltanto nel 2004.

Nel quartiere sono presenti alcune importanti servizi  cittadini, quali il Palacultura “Bartolo Cattafi”, realizzato dalla Provincia regionale di Messina, aperto al pubblico nel 2001 e sede di importanti manifestazioni culturali, il mercato settimanale del sabato e il nuovo mattatoio comunale con l’annesso Istituto Zooprofilattico.

 

Il Palacultura “Bartolo Cattafi”

 

Bartolella

 

Originariamente era un piccolo agglomerato di case rurali, nate per lo sfruttamento della campagna.  La posizione, appena ai margini del centro urbano, nel  periodo del boom edilizio ha gradualmente perso la primitiva vocazione per divenire una zona di espansione, con edilizia prettamente residenziale, servita da esercizi commerciali e qualche attività artigianale. Nel suo ambito si trova il nuovo Ospedale Cutroni-Zodda e la sede del Liceo Scientifico. 

 

Il nuovo ospedale Cutroni-Zodda

 

Petraro

 

Nasce come quartiere residenziale autosufficiente realizzato dall’Istituto Autonomo Case Popolari nei primi anni ‘60. La sua architettura si rifà alle esperienze dell’architettura neorealista del dopoguerra, come il Tiburtino di Roma.

Si caratterizza per la presenza di vari impianti sportivi, come lo Stadio Comunale, la Piscina Comunale, un campetto di calcio e un teatro di 400 posti di cui esiste l’edificio incompleto. E’ presente inoltre una chiesa di costruzione moderna, intitolata alla Madonna dell’Itria.

 

Uno scorcio del Petraro

 

 

Zigari

 

E’ un antica borgata agricola dove era diffusa la produzione di arance, limoni e mandarini. Il nome è da ascrivere forse ad una corruzione del termine zagara, in arabo “zahara”. 

Il prolungamento della via Roma ha “tagliato” l’antica strada d’accesso al nucleo originario di Zigari. Lungo questa strada è sorto l’edificio dove ha sede il Tribunale della città.

 

Panoramica di Zigari col Tribunale in primo piano e la città nello sfondo

 

Santa Venera del Piano

 

Il nome di questo nucleo è legato al culto della Santa. Una leggenda, raccolta nel XV secolo dallo studioso Ottavio Gaetani, sostiene l’origine locale di Santa Venera, nonostante molte altre città se ne contendano i natali, in primo luogo Acireale. A testimonianza di questo culto abbiamo il tempio dedicato a  Santa Venera, posto davanti ad una grotta naturale dove, secondo una leggenda, sarebbe vissuta la Santa.

All’interno della grotta si trova un altare in pietra dove era posto un ritratto della Santa su ardesia, con una scritta in latino di cui riportiamo la traduzione in italiano fatta da Padre Biondo (Chiese di Barcellona , Grafiche Scuderi, Messina, 1986, pag. 84):

Immagine di Santa Venera Vergine e Martire di Gala in Castroreale, che si venera nella sua chiesa “De Venellis”, volgarmente del bosco per non profanare col matrimonio la verginità consacrata a Dio uccisa con la spada dai fratelli pagani si elevò al doppio premio della verginità e del martirio 26 luglio 920.     

Il tempio è una costruzione a pianta quadrata, sormontata da un'alta cupola ottagonale impostata su nicchie angolari, secondo un  principio costruttivo bizantino che trae origine nell'architettura armena del VII secolo. L'epoca di edificazione è controversa. E' certo che la grotta, come luogo sacro dedicato a Santa Venera, è citata in un diploma del XII secolo, ed apparteneva al monastero basiliano di Gala. Secondo Filippo Rossitto (p. 396) il tempio venne costruito nel 1718 dalla famiglia Gregorio, ma per altri si tratterebbe di una ricostruzione realizzata sul modello di una cappella analoga più antica. E’ probabile invece che si tratti di un edificio originale di epoca normanna, e la data del 1718 si riferisce alla costruzione del portale in pietra da taglio, arricchito dalle statue  di S. Venera e dei SS. Pietro e Paolo dello scultore Paulu Greco.

All'interno, proprio all'imboccatura della grotta, si notano tre archi in mattoni la cui struttura fa presupporre che si tratti della parte superstite di una chiesetta bizantina poi trasformata nella forma attuale. La scoperta di alcuni reperti rinvenuti nel 1970 durante lavori di scavo all'interno del tempio potrebbero avvalorare questa ipotesi. Sono venuti alla luce frammenti di ceramica, resti di pavimenti in argilla e un'acquasantiera del XII secolo.  Ciò dimostra che il luogo è stato certamente utilizzato e trasformato nei secoli. Nella grotta inoltre si aprono anche alcuni cunicoli franati e difficilmente esplorabili. Accanto alla grotta sono presenti degli antichi edifici con torretta la cui costruzione si è stratificata nei secoli. Forse per qualche periodo le costruzioni sono state adibite a convento dai  monaci basiliani.  

Più a Sud, proprio nel quartiere, si trova la chiesa dedicata alla Santa. Si tratta di una ricostruzione del 1927. La chiesa antica, secondo padre Carmelo Biondo (op. cit. p. 80)  “era di stile greco a tre navate e la sua costruzione risaliva ad epoca, che possiamo determinare, tra il sec. XV e XVI”. Il terremoto del 1908 la distrusse quasi per intero tanto da richiedere una nuova costruzione. Santi Emanuele  Barberini (Barcellona Pozzo di Gotto nella storia e nei monumenti, tipografia Greco, 1933, Barcellona P.G., p. 39) , nella sua storia di Barcellona, riferisce che la chiesa risaliva al secolo XIV o XV, ed era a due navate. Al momento non siamo a conoscenza di altre notizie riguardanti questa chiesa, che dalla descrizione risulta di un certo interesse.

Poco distante, su un cocuzzolo posto accanto al torrente Longano, sorge il Mortellito, costituito da un piccolo nucleo di abitazioni. Prende il nome dalle mortelle, cioè il mirto, pianta anticamente sacra alla Venere pagana e che qui cresceva in abbondanza. Forse questo centro, che risale al 1600, si formò a seguito dell’alluvione che sommerse il sottostante casale di San Giacomo, di cui rimane soltanto la cupola della chiesa emergente nell’alveo del Longano.

Essa è realizzata con pietre disposte a circolo su un tamburo circolare, ed è rivestita con cocciopesto che la rende impermeabile.

Santa Venera è un quartiere da sempre legato all’attività agricola, e a testimonianza di ciò rimane la “Senia”, una struttura  composta da un pozzo e da un grande arco a mattoni, utilizzata per prelevare e distribuire l’acqua nelle campagne. E' stata vincolata dalla Soprintendenza del 1993, dopo essere stata "scoperta" in mezzo agli agrumeti durante la costruzione di alcuni edifici.

Su una collina poco distante, sorge la “Torre di Nasari”, così chiamata perché anticamente ricadeva nel feudo di Nasari che si estendeva fino a questa zona. Si tratta di una struttura di avvistamento del XVI secolo edificata sopra il basamento del XIII secolo. 

A tutt’oggi il quartiere è in fase di grossa espansione edilizia. Inoltre sono state edificate varie strutture scolastiche ed il Palazzetto dello Sport, costruito nel 1996 ed intitolato allo scomparso professore Nino Alberti, personaggio di spicco nel mondo sportivo barcellonese.

 

Il Tempio di Santa Venera

 

Pianta del centro urbano di Barcellona Pozzo di Gotto

 

Territorio extraurbano

 

Cantoni

 

La frazione, sita nella zona marina di Barcellona, prende il nome dalla torre costruita nel 1549 su ordine del viceré in Sicilia Giovanni De Vega, sotto l’imperatore Carlo V. Serviva per difendere le coste dalle incursioni dei pirati africani guidati da Rais Drautte. La torre nel tempo è stata trasformata in abitazione, ed intorno sono sorti altri corpi di fabbrica adibiti a magazzini ed anche una cappelletta privata. Per un certo periodo è appartenuta alla famiglia Picardi, originaria di Roma, che possedeva anche una villa nella nostra città in via Umberto I.

Attorno alla torre negli ultimi decenni è sorto il “Centro Vacanze Cantoni” attrezzato con strutture ricettive per i turisti.

Avendo nel retroterra la pianura, oggi in parte sottratta dall’autostrada, gli abitanti oltre che alla pesca si dedicavano in prevalenza all’agricoltura (agrumi ed ortaggi).

In questo territorio esistono strutture superstiti di “senie” per la raccolta e la distribuzione dell’acqua per irrigare le campagne.

Nella zona opera da diversi anni un centro sociale ippico comunale, gestito dall’associazione ippica “Lhisan”.   

 

 

Torre Cantoni

 

  

Spinesante

 

Contigua a Cantoni si sviluppa sulla litoranea verso est la frazione di Spinesante, con molte residenze estive e qualche struttura ricettiva come alberghi e  ristoranti, a pochi metri dal mare.

Nel suo territorio, lungo la via del mare, in prossimità dell’autostrada sorge una torre comunemente chiamata Torre Sottile, progettata dall’architetto Giuseppe Cavallaro (1833-1888). In realtà la vera  e antica Torre Sottile era situata quasi a metà della via del Mare, nella zona chiamata “l’albero di malaria”. Di questa oggi esistono solo i resti della base, utilizzati per qualche tempo come vasca irrigua. (Cfr. il mensile La Città di Barcellona P.G., febbraio 1999, pag. 17). Probabilmente era da identificarsi con la Torre di Calderà.

Anche in questo quartiere gli abitanti si dedicavano alla pesca e all’agricoltura. Intorno al 1960 il pittore Nino Leotti vi costruì una villa adibita ad abitazione e ad atelier di pittura .

 

Torre Sottile

 

Calderà

 

Calderà, assieme a Cicerata, rappresenta la terza frazione marina della città con residenze estive, ed è quella con il nucleo abitativo più antico. In essa si concentra il grosso della vita estiva della città con presenza di varie strutture ricettive per i turisti, quali bar, ristoranti, pizzerie, giochi e tornei sportivi, culminanti a mezz’agosto con la festa di San Rocco. Questa si sviluppa in due distinte processioni: una percorre  le vie del quartiere, l’altra, molto suggestiva, si svolge sul mare con una barca addobbata di fiori e bandierine, e seguita da altre imbarcazioni. In questa occasione, nelle prime ore del mattino, si svolge la famosa fiera del bestiame  che ha le sue più remote origini nel 1105, quando la contessa Adelasia concesse una fiera franca di otto giorni. Dal 1747, epoca di edificazione di San Rocco, divenne fiera mercato di tre giorni. Adesso dura soltanto una mattinata. A tale scopo venne pure costruito uno scalo dotato di pontile dove approdavano piccole imbarcazioni, e un ufficio doganale.

Nella spiaggia di Calderà è ambientato “Il Pirata”, melodramma di Vincenzo Bellini, su libretto di Felice Romani. Qui infatti si svolge la vicenda del capo dei corsari Gualtiero che durante una tempesta finisce sulla spiaggia di Caldora (così la chiama il Romani), dove ritrova l’ex amata Imogene, divenuta nel frattempo, suo malgrado, moglie del Duca Ernesto di Caldora. Non risulta però che a Calderà sia esistito un castello. C’era invece una torre di guardia edificata nella seconda metà del 1500 per proteggere le coste dalle incursioni saracene, proprio quelle che ispirarono al Romani il libretto de “Il Pirata”.

La torre nel 1745 venne restaurata a spese del Municipio di Pozzo di Gotto e vi fu apposta un’iscrizione con lo stemma in marmo della città, ma dove si trovasse esattamente non è dato sapere. Il Rossitto, che pur l’aveva identificata, non precisa il luogo e scrive che dopo il 1745 fu colpita da un incendio e dimezzata nell’altezza, tanto da confondersi con le case circostanti.

La tonnara di Calderà esisteva già nel 1442, allorquando venne concessa al nobile Giovanni Cacciola di Messina, secondo quanto riferisce Francesco Carlo D'Amico nelle sue "Osservazioni sulla pesca del tonno", edito nel 1816. Per moltissimi anni restò inoperosa finché, verso la metà del 1700, poco dopo la costruzione della vicina chiesa di San Rocco, venne rimessa in funzione, ma con scarsi risultati. Nel nostro secolo, dopo essere stata nuovamente usata per qualche tempo, fu trasformata in stalla, ed in seguito, a partire dagli anni '80, demolita gradualmente e sostituita con nuove costruzioni.

In occasione della Pasqua, da alcuni anni la comunità parrocchiale mette in scena negli spazi antistanti la chiesa di San Rocco una suggestiva  Via Crucis vivente: “Storia di tre giorni”.

 

 

Un momento della fiera del bestiame

 

Acquacalda

 

Si tratta di una frazione a vocazione prettamente agricola, nata per lo sfruttamento della fertile pianura alluvionale di Barcellona P.G.. In questa ottica nel XVI secolo venne costruita una masseria fortificata e dopo un secolo  venne annessa la chiesetta privata dedicata alla Madonna delle Grazie la cui festa veniva celebrata il 14 luglio. In questa occasione veniva organizzata una piccola sagra di quartiere con la “spaghettata pazza”, tuttora viva, mentre è stata recuperata stabilmente la processione della Madonna, la cui effige è stata recentemente restaurata.

E’ attivo un centro giovanile di quartiere che in varie occasioni ha organizzato delle mostre fotografiche tendenti al recupero della storia e delle tradizioni del quartiere.           

 

 

Insediamento rurale ad Acquacalda

 

  Oreto

 

Nel 1888 arriva a Siracusa l’archeologo Paolo Orsi, che inizia una proficua attività di scavo in tutta la Sicilia, esplorando i più importanti centri archeologici dell'isola, e scoprendo la prima necropoli sicula della provincia di Messina, quella denominata di Pozzo di Gotto,  situata proprio in contrada Oreto, tra Monte Risica e Colle Cavaliere, dandone comunicazione sul "Bullettino di Paletnologia Italiana" del 1915. Questa necropoli, oggi pressoché distrutta, presentava delle tombe a cella rettangolare e a forno, scavate nel calcare roccioso, e risale, secondo l'Orsi, all'VIII secolo a.C. Per la prima volta è stato constatato un caso di cremazione, assolutamente nuovo nel rito funebre siculo. La spiegazione, secondo lo studioso, può essere data dalla circostanza che, cronologicamente, la necropoli di Pozzo di Gotto è contemporanea all'apparizione delle prime colonie greche in Sicilia che fecero conoscere l'uso della cremazione.

La chiesa dedicata a Santa Maria di Loreto è stata ricostruita nel 1959 su quella preesistente del XVII secolo. In precedenza, poco distante ne esisteva un’altra, antecedente al 1500. Custodisce un olio  su tela del XVII secolo attribuito a Filippo Jannelli raffigurante la Vergine con San Biagio e Santa Lucia, e la statua della Madonna di Loreto realizzata da Giuseppe Rossitto nel 1854.

Nella vicina contrada Manno ha sede il museo Nello Cassata, nato alla fine degli anni ottanta per interessamento del magistrato Franco Cassata, che lo ha intitolato al padre avvocato (1913–1997),  autore della più recente storia della città aggiornata al 1981. Nel museo sono state ricostruite quaranta antiche botteghe artigiane, e circa 13.000 reperti della civiltà contadina ed artigiana catalogati e vincolati dalla Sovrintendenza di Messina. Tra i reperti  ricordiamo: una grande macina per l’olio, un vecchio proiettore cinematografico, un grande orologio realizzato dall’artigiano locale Patanè, carri, carretti, una  tipografia, una “senia”. Il museo è gestito dall’Istituto europeo di Etnostoria “Oikos”, ed è diretto da Nino Sottile Zumbo. 

 

 

Antica macchina tipografica esposta al Museo Cassata

 

 

Femminamorta

 

Sembra che l’origine del nome abbia a che fare con il ritrovamento del cadavere di una donna nel fondo di un pozzo. La chiesa costruita nel XVIII secolo oggi non esiste più.

La popolazione si dedica prevalentemente alla produzione agricola. L’unica  struttura pubblica esistente è la scuola elementare.

Nelle vicinanze, sulla sommità di Monte Lanzaria, sono state trovate consistenti tracce di un villaggio dell’età del bronzo e una piccola necropoli costituita da tombe a grotticella. 

 

 

Casa rurale a Femminamorta. Nello sfondo Santa Lucia del Mela

 

Centineo

 

La frazione di Centineo ha origini molto antiche in quanto già nel VII secolo esisteva probabilmente l’antica chiesa della “Visitazione”,  demolita e ricostruita ex novo negli anni '50 del XX secolo. Un grosso rifacimento venne attuato nel 1399, ed a quell'epoca apparteneva l'abside, che oggi conosciamo attraverso una rarissima foto scattata poco prima della sua demolizione. Era realizzata a rifasci di blocchi di pietra nera alternati a blocchi di pietra chiara, con in alto una finestrella ad arco a sesto acuto. Lo storico Vito Amico ha scritto: "antichissimo edifizio di greco stile di nere pietre". La chiesa originaria era a pianta quadrata con tre absidi rivolte ad oriente; le due più piccole erano incassate nella muratura.

Il nucleo inizialmente quadrato (VII secolo-1399) venne ampliato verso ovest per "latinizzare" l'edificio ed aumentarne la capienza, e questo avvenne nel 1606. Accanto, sul lato nord, venne costruito un altro corpo, probabilmente la sagrestia, e trovò posto, come riferisce padre Carmelo Biondo, (Chiese di Barcellona Pozzo di Gotto, p. 44) anche un piccolo cimitero secondo l'usanza delle chiese paleocristiane – unico esempio di questo tipo in tutto il territorio barcellonese.

Nel mese di novembre del 1989, durante alcuni lavori di completamento della nuova chiesa, sono affiorati casualmente i resti delle fondazioni dell'abside della  vecchia chiesa, assieme ad ossa umane di individui sepolti nella cripta.

Nella nuova chiesa sono state ricollocate le opere d'arte contenute in quella demolita. Tra queste il dipinto raffigurante "La Visitazione", realizzato nel XVI secolo . Un altro quadro raffigura la Madonna dell'Itria, opera su tavola di Giandomenico  Quagliata del 1601,  e dello stesso periodo è una tela di ignoto. Si conserva pure un dipinto su tavola raffigurante San Francesco di Paola,  e una Madonna del Rosario del XVII secolo, anche questa su tavola.  

Per le opere di scultura segnaliamo il Tabernacolo della scuola del Gagini, un fonte battesimale in granito datato 1764, un’acquasantiera in marmo del XVI secolo, un San Cataldo proveniente dall’omonima chiesa scomparsa nel 1957, situata nel vicino villaggio di  San Cataldo andato distrutto alla fine del 1500.

Sono tre le feste religiose tipiche del quartiere. La prima, nel mese di luglio  riguarda la Visitazione di Maria a S. Elisabetta ed è una festa cittadina con  processione e celebrazione eucaristica. La festa di San Cataldo, il 10 maggio e la festa della Madonna delle Grazie, il 2 luglio, si svolgono  entrambe con la sola celebrazione eucaristica.

Anticamente Centineo dipendeva da Protonotaro ed in seguito divenne un latifondo della famiglia Muscianisi proveniente da Messina. Nel 1634 Don Paolo Muscianisi lo fece infeudare per ottenere il  titolo di barone ed elevare il feudo in baronia. Questo il periodo più florido del quartiere. Con la morte di Don Lorenzo Muscianisi, l’ultimo della famiglia e senza eredi, Centineo cominciò a decadere.

Uno dei pochi edifici antichi di rilievo è il palazzo Spagnolio ed alla stessa nobile famiglia appartiene la cappella privata della Nunziatella, in stato di abbandono.

L’economia di questo quartiere collinare in espansione  si basa principalmente sull’agricoltura, sulla lavorazione e trasformazione degli agrumi, sulla piccola zootecnia, su qualche attività di ristorazione e diversi laboratori artigianali di ebanisteria e di lavorazione del ferro.   

La scuola materna e la parrocchia sono gli unici punti di riferimento a cui è demandata l’importante funzione di promozione sociale.

 

Panorama di Centineo con la chiesa della Visitazione

 

Portosalvo

 

La frazione anticamente si chiamava Trebisonda e sorgeva in un sito più in basso di quello attuale, in contrada Politi, a Sud Ovest della vecchia chiesa. In seguito ad un’alluvione del torrente Patrì fu abbandonato dagli abitanti e riedificato in un terreno concesso da Castroreale nel 1584, presso la già esistente chiesa di Santa Maria di Portosalvo. Questa fu poi riedificata nel 1664 sui resti di quella antica, e ristrutturata dopo il terremoto del 1908. La porta d’ingresso è costituita da un’imponente architrave realizzata in pietra di Milici. L’antica chiesa fu sotto la giurisdizione del Gran Priorato dei Cavalieri di Malta, assieme alle chiese di Rodì e Milici sull’altra sponda del torrente Patrì.

Il tre maggio si svolge la solenne processione della Santa Croce, in quanto secondo la tradizione a Portosalvo è custodita una reliquia  della Croce di Cristo.

Nel quartiere esiste anche una chiesa rurale costruita negli anni sessanta del XX secolo e una grande chiesa a pianta ottagonale edificata nel 1974.

Gli abitanti sono dediti principalmente all’agricoltura ed all’allevamento di bovini, suini ed ovini. 

 

Panorama di Portosalvo

Acquaficara

Rappresenta un caso particolarmente interessante di antico casale del territorio barcellonese, non ancora sufficientemente indagato. Il nome antico, Moasi, stava a significare in arabo "casa nella roccia", perché le case sono sorte inglobando le grotte che si aprono sul fianco di Monte Sant'Onofrio. In epoca medievale ad Acquaficara-Moasi esisteva probabilmente un abitato trogloditico, simile ad altri in Sicilia (Pantalica, Gardutah presso Agrigento) secondo modelli importati nell'isola dai Musulmani.

Sovrastante il casale di Acquaficara, sulla sommità di Monte Sant'Onofrio, nel 1974 l'architetto Pietro Genovese ha scoperto i resti di "un grosso villaggio fortificato da cui dominava le prime colline e controllava la Piana da Tindari a Giammoro". La Soprintendenza di Messina, nel corso di una campagna di scavi attuata tra il 1975 e il ‘76, ha portato alla luce alcuni muri realizzati in conci di tufo calcareo dello spessore variabile dai due ai tre metri e dei resti di torri. Pietro Genovese ritiene che i resti di Monte Sant'Onofrio siano da attribuire all'antica città sicula di Longane, che ha dato il nome al fiume omonimo che attraversa Barcellona Pozzo di Gotto. Sulle pendici dello stesso monte si aprono centinaia di grotte che facevano parte della necropoli. Tra queste l'architetto Genovese ha segnalato, per le sue caratteristiche estetiche, la cosiddetta "Tomba dei Principi di Longane" del IX-VIII secolo A. C. Fino al secolo scorso l'esistenza di Longane era ignota a tutti, finché non vennero scoperte in questo secolo, in circostanze poco note e in un luogo non identificato, un caduceo bronzeo, ora conservato al British Museum di Londra, simbolo presente nella cultura fenicio-punica, su cui c'è incisa l'iscrizione: "sono l'araldo pubblico longanese", e alcune monete d'argento coniate da Longane, del V secolo a.C., che dimostrano l'importanza raggiunta dalla città in quel secolo, con lo sviluppo della siderurgia. Nelle monete sono raffigurate la testa di Heracles ed un dio fluviale. Nello stesso sito, più a Sud, nei pressi della Grotta Mandra, lungo la strada di collegamento tra Barcellona e Castroreale, è stata identificata dall’Architetto Pietro Genovese una tomba, presumibilmente di epoca bizantina - normanna.

La massiccia torre campanaria del XVI secolo è l'elemento superstite dell'antica chiesa dedicata alla Madonna del Piliere che, dopo essere stata danneggiata dal terremoto del 1908, venne demolita e ricostruita nella stesso sito, ma con ingresso sul lato opposto a quello iniziale, negli anni '60. Non esistendo più la chiesa originaria e non essendo noti documenti sulla sua origine, ne sconosciamo l'epoca di costruzione. Si ritiene che risalisse alla dominazione spagnola (XIV-XV secolo), poiché la devozione alla Madonna del Piliere proviene proprio dalla Spagna. All'interno si custodiva una grande tela, oggi scomparsa, raffigurante una battaglia tra Cristiani e Saraceni. E' rimasta invece la statua in marmo della Madonna del Piliere della scuola del Gagini, del 1596, assieme a vari dipinti del XVII e XVIII secolo.

Nel quartiere esiste anche la chiesetta di San Giuseppe, il cui interno è di gusto barocco. Il culto di San Giuseppe in questo quartiere è particolarmente sentito, infatti il 19 marzo tutto il paese partecipa alla preparazione degli "Sfincioni" dolci caratteristici di pasta fritta con ripieno di acciughe o ricotta.

Per le sue caratteristiche storiche, paesistiche ed urbanistiche, il quartiere ben si presta all’allestimento di un presepe vivente, che per alcuni anni riscosse grandissimo consenso di pubblico.

 

Panorama di Acquaficara

 

Gurafi

 

Percorrendo  la strada che da Barcellona si inerpica verso Castroreale, facendo una piccola deviazione e scendendo verso il fondovalle, si incontra il casale di Gurafi, posto sulla sponda sinistra del torrente Longano e composto da poche case e da attrezzature agricole del XVI secolo. Ivi si trovano i ruderi di una torre circolare, i resti di una chiesa e di un palazzo padronale. Gurafi è d'origine saracena, ed il suo nome deriva, secondo alcuni studiosi, dall'arabo "karafa", recipiente per contenere olio o vino, entrambi prodotti in abbondanza in questa zona. Per ripopolare Castroreale, che Federico II aveva reso autonoma,  nel 1324 Gurafi, assieme a Nasari (altro casale d'origine araba) fornì buona parte di popolazione che andò ad insediarsi nella vicina cittadina. Questa peraltro confinava col feudo di Gurafi, tanto ampio da essere poi distinto  (alla fine del XIV secolo) in orientale ed occidentale (la linea di divisione era data dal Longano) e confinante pure con i feudi di Nasari, Protonotaro e Ranieri, e con Gala. La chiesa dell'Immacolata, del 1680, è oggi un rudere di cui rimangono solo le mura perimetrali,  parzialmente interrata da un’alluvione del Longano di metà Ottocento.  Poco distante si trova la caratteristica torre a pianta circolare, anch'essa in parte interrata e invasa dalle erbacce, in precarie condizioni statiche. Essa è per metà distrutta, tanto che dall'esterno si riesce a vedere la scala interna, ricavata nello spessore della muratura.

 

La torre di Gurafi

 

Maloto

 

L’origine della frazione  risale al XVI secolo, quando alcuni nuclei di contadini cominciarono a dissodare e lavorare questi terreni. Nel 1967 il luogo  divenne noto per i ritrovamenti archeologici dovuti al poeta locale Carmelo Famà. Egli rinvenne reperti protostorici, paleogreci, romani e tombe a grotticella di età del bronzo e del ferro. Questa scoperta diede un impulso decisivo alle ricerche archeologiche dell’architetto Pietro Genovese.

Nel 2004 lo scrittore Nino Famà, originario del luogo, oggi docente di letteratura ispano – americana all’Università di Waterloo in Canada ha pubblicato il romanzo “La stanza segreta” (Salvatore Sciascia Editore). In esso l’autore narra la storia di un figlio di emigranti siciliani che ritorna nella sua terra alla ricerca delle radici. Famà  nel romanzo anagramma il nome Maloto trasformandolo in Toloma.   

Più a monte del centro abitato, su una superficie di 350.000 mq. in mezzo a 30.000 alberi,  si estende il parco culturale etnografico ambientale Jalari, realizzato dalle famiglie Pietrini e Giorgianni e aperto al pubblico nel 1997. Si possono visitare fra le altre cose, cinquanta ricostruzioni di botteghe artigiane con le relative attrezzature originali. E’ sede di spettacoli teatrali, musicali, presentazioni letterarie, conferenze e convegni. Inoltre sono state anche girate scene di film, e dal 2004 ospita il festival cinematografico “Jalari in corto”.     

 

Uno scorcio del parco Jalari

Gala

E’ una delle più popolose frazioni collinari, dove l’insediamento umano è presente sin dall’epoca preistorica. Rappresenta inoltre  il luogo dove è iniziata la storia  artistico-architettonica di Barcellona Pozzo di Gotto, che  affonda le sue radici  negli interventi di organizzazione agricola del territorio attuata dai monaci basiliani intorno all'XI secolo in Val Demone con la costituzione di veri e propri centri aziendali. Scrive lo storico Illuminato Peri (Uomini città e campagne in Sicilia dall' IX al XIII secolo, Laterza Bari, 1982, p. 43): "C'era bensì una dinamica volenterosa, ancor se non di rado asfittica, che ebbe manifestazione nell'attacco alle fiumare, e cioè nell'impegno a popolare e sfruttare quanto più largamente gli spazi e le possibilità che offrivano gli irrequieti rivoli avanti di esaurirsi nel mare. L'attacco alle fiumare si sviluppò nei territori di Castroreale promotori i Basiliani di S. Maria di Gala...".

A Gala, allora facente parte del territorio di Castroreale, i monaci edificarono un monastero, utilizzando le fondazioni ed i resti di un "castrum" fortificato di epoca romana, dove sorgeva pure un colosso di marmo bianco, raffigurante forse una divinità pagana.

La chiesa, che pare esistesse già nel VII secolo, venne fatta ricostruire dal Re Ruggero nel 1105. Dalle descrizioni fatte dagli antichi storici, Santa Maria di Gala risultava essere sormontata da cinque cupole, secondo il modello delle chiese centriche orientali, mentre in un disegno di fine ottocento, dovuto alla matita di Placido Lucà Trombetta, si legge perfettamente il motivo degli archetti intrecciati in mattoni emergenti dalla muratura, che oltre alla funzione statica, conferivano una valenza qualificante alle murature stesse. All'interno pare che fosse affrescata con scene della vita di Santa Venera, nata secondo la tradizione proprio in territorio di Gala nel X secolo. Della chiesa oggi rimangono scarse tracce; il muro disegnato da Lucà Trombetta è crollato, e sopravvive solo il relitto del campanile del XVII secolo. Il degrado del complesso architettonico iniziò dopo l'abbandono del luogo da parte dei monaci nel 1776 al fine di spostarsi in un posto più vicino alla città, dove edificarono un nuovo monastero nel quartiere Immacolata. Tutto l'insediamento è stato ora riutilizzato e trasformato in abitazioni, stalle e magazzini che ne hanno stravolto l'immagine originaria.

Fino al XVI secolo la frazione di Gala era sottoposta alla giurisdizione civile di Castroreale, ma dal punto di vista ecclesiastico era soggetta agli Abati del vicino Monastero Basiliano. In seguito a dei contrasti avvenuti a causa di questa doppia dipendenza, Don Melchiorre Basilicò e gli abitanti del luogo decisero di edificare nel 1609 la chiesa parrocchiale di Santa Maria Maggiore. Si tratta di una costruzione a navata unica, coperta da un tetto a falde sostenuto da capriate in legno a vista. Tuttora possiede la cantoria originale in legno, provvista di scaletta anch'essa in legno. La struttura architettonica è rimasta quella originaria, non sono state operate manomissioni se si eccettua la sostituzione del pavimento con uno in graniglia di marmo. La sagrestia e la canonica, del 1617, sono in pessime condizioni, e alcune parti sono sprovviste di tetto. Il prospetto principale è stato rimaneggiato con intonaco, e forse sono state coperte parti in pietra, mentre i prospetti laterali e il retroprospetto sono rimasti com'erano in origine. All'interno contiene un'acquasantiera in marmo del 1600 e una statua della Madonna posta in un altarino in legno. Inoltre  è mal conservato, poggiato per terra e addossato al prospetto principale, un dipinto su tela. Esisteva un altro quadro, la Madonna della Neve del Bonfiglio, del 1612, rubato nel 1971 poco prima di essere collocato nella nuova chiesa di Gala.

Una leggenda, ancor viva a Gala, narra che tre ricchi fratelli fecero a gara per costruire la masseria fortificata più bella e più grande. Non sappiamo se la leggenda sia vera o meno, ma le tre costruzioni, risalenti al XVI secolo, esistono tuttora e sono pressoché analoghe nell’impianto. La più conosciuta di queste masserie fortificate è Torre Mollica che sorge in mezzo alle tre. Si presenta nelle condizioni migliori e possiede una certa ricercatezza architettonica.

L’altra masseria fortificata è Torre Cappa, molto simile alla precedente ma con un accentuato carattere di ruralità.  La Torre di Sipio pur essendo semi diroccata è la più suggestiva: immersa in un uliveto è in parte ricoperta dall’ edera e presenta un impianto più semplice rispetto alle altre due.  

A Gala esiste da un decennio lo studio d’arte Epicentro, fondato dal pittore e scultore locale  Nino Abbate. Contiene, in esposizione permanente, circa ottocento opere  su mattonelle di terracotta realizzate  espressamente da grandi artisti italiani contemporanei.

Inoltre funzionano un centro per la terza età, un ufficio postale, una delegazione del Comune e le  scuole elementari e medie.

Nella zona, che presenta ancor oggi caratteri di ruralità, sono molto diffusi l’agricoltura e l’allevamento degli animali, in particolare bovini, ovini, suini, equini e animali da cortile, e di recente anche gli struzzi.

Gala vanta da tempo immemorabile la presenza importante di alcune sorgive di acque minerali e oligominerali. Le sorgive di Torre Mollica, di Oriceto, di Perratore  e di Vallone Uliveto sono acque alcaline e bicarbonate.

Per l’Epifania una processione attraversa le strade del paese e si svolge una solenne messa. Il 5 agosto si festeggia la Madonna della neve, protettrice di Gala. Si porta in processione la statua della Madonna e la sera si tengono concerti e spettacoli vari, conclusi dai fuochi d’artificio di mezzanotte.

 

Il campanile del Monastero di Gala

San Paolo

Anticamente il casale si chiamava Fontanelle per la presenza di sorgenti d’acqua provenienti dalla zona del monastero di Gala. L’attuale chiesa intitolata a San Paolo risale al XVI secolo, anche se già  esisteva la chiesa di Sant’Elia filiale dei Basiliani di Gala, demolita nel 1857 circa. La festa di San Paolo si svolge due volte l’anno: il venticinque gennaio ed il ventinove giugno, mentre si festeggia saltuariamente la Madonna del Rosario il 13 settembre.

Pur mantenendo le caratteristiche storiche, nella frazione sono numerose le nuove costruzioni, ed è interessata da un collegamento rapido col centro urbano attraverso il prolungamento della via Roma.

Gli abitanti, che in prevalenza si dedicano all’agricoltura e all’allevamento del bestiame, una volta erano specializzati nella rimonda  e nell’innesto di essenze arboree. Molti abitanti sono emigrati in Svizzera e Germania.  

 

Uno scorcio di San Paolo

 

Cannistrà

 

Qui  negli anni cinquanta risiedeva il pittore barcellonese Nino Leotti, e spesso venivano a fargli visita gli amici pittori Renato Guttuso e Giuseppe Migneco, i quali, affascinati dal paesaggio, lo immortalavano nelle loro tele.

Il piccolo centro vede la presenza del culto di San Giobbe, la cui attuale chiesa è stata costruita nel 1958 per sostituire quella antica del XVII secolo, tuttora esistente ma abbandonata. 

Il 13 giugno, in onore di Sant’Antonio da Padova, si svolge una  tradizionale festa popolare, caratterizzata dalla corsa nei sacchi e dal gioco della “quartana”. 

Gli abitanti si dedicano all’allevamento e all’agricoltura, e il luogo vede la presenza di alberi di carrubo e di abeti.

L’artigianato più diffuso è quello delle ricamatrici e della costruzione dei cesti, in quanto questi sono stati da sempre contenitori indispensabili per le attività agricole locali, la vendemmia, la raccolta delle olive, degli agrumi e dei frutti in genere. Per la loro costruzione si usano rami di olmo, ulivo selvatico, salice selvatico raccolti nel mese di maggio e giugno e messi ad essiccare. Prima di intrecciarli vanno tenuti in acqua per un paio di giorni, dopo di che l’artigiano potrà  creare, secondo il proprio gusto, dei manufatti validi anche esteticamente.

 

 

La chiesa di San Giobbe a Cannistrà

 

Migliardo

 

La frazione, in posizione amena sulle più alte colline  del territorio di Barcellona, mantiene quasi intatta la sua  conformazione originaria. La popolazione si dedica all’agricoltura, all’allevamento e alla produzione artigianale di prodotti caseari. Nella vallata di Miliuso si trovano delle sorgenti di acqua: l’acqua “Rosa”, l’acqua “Sambuca” e l’acqua “Rinazzo”, utili per tutte le malattie del ricambio e del fegato.

Nei dintorni si trovano boschi di pini e castagni. Sulla sommità del sovrastante monte S. Croce si situano i ruderi della chiesa normanna di San Zaccaria. Essa, a pianta rettangolare coperta da una volta a botte in pietrame, dipendeva dal Monastero Basiliano di Gala. La tradizione popolare vuole che sia stata distrutta da uno straniero che, scampato ad un naufragio, sarebbe approdato sulle nostre coste e sarebbe vissuto da eremita sul monte, dove si dice abbia costruito un’alta croce proprio davanti alla chiesetta distruggendola a poco a poco.

Nella zona vive l’anziano pastore Giuseppe Molino, nato nel 1911. E’ un bravissimo suonatore di organetto diatonico e tra i pezzi popolari del suo repertorio è presente la “Santaluciota” un canto monodico con accompagnamento strumentale diffuso nelle colline di Santa Lucia del Mela,  Barcellona e Castroreale.  

 

I ruderi della chiesa di San Zaccaria

 

Pianta del territorio comunale di Barcellona Pozzo di Gotto

 

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Gli autori ringraziano per la collaborazione:

Pro Loco di Barcellona, Scuola Elementare di S. Antonio, 3° Circolo Didattico di Barcellona, Scuola Elementare “Cannistrà San Paolo”, Scuola Media di Gala, Padre Domenico Siracusa, Edoardo Bavastrelli, Giovanni Mazzeo,  Andrea Italiano.

 

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